Mps, mosse disperate o lucida follia? Le palle ancora in movimento


Luigi Lovaglio

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Mossa della disperazione o lucida follia? È questa la domanda che molti si sono fatti dopo l’ultima indiscrezione rilanciata domenica scorsa dal Financial Times.

Secondo il prestigioso giornale finanziario Monte dei Paschi starebbe valutando un’operazione su Banco Bpm per sottrarsi alla morsa dell’Opas di Intesa Sanpaolo.

Mps. Lovaglio non ci sta e valuta l’acquisizione di Banco Bpm per frenare Intesa

Sarebbe, dicono gli osservatori, il gesto estremo di Luigi Lovaglio, l’ultima carta di un amministratore delegato con le spalle ormai al muro. Come uno degli ultimi soldati giapponesi rimasti a combattere contro i marines nelle isole del Pacifico mentre la guerra era già finita.

Del resto, anche San Paolo è arrivato a Siena per chiedere a Sallustio Bandini di scendere dal piedistallo, come ha disegnato ieri Emilio Giannelli. Ma Sallustio non è ancora sceso.

Siamo dunque sicuri che sia veramente così? Che si tratti della mossa della disperazione? E se fosse che stiamo osservando il risiko bancario dal lato sbagliato del tavolo da biliardo?

Se la partita riguardasse soltanto Siena, probabilmente ogni tentativo di resistenza sarebbe destinato a fallire. Ma se il vero confronto riguardasse il futuro assetto del sistema bancario italiano e soprattutto europeo, come da settimane siamo convinti, allora anche una mossa apparentemente improbabile può acquistare una sua logica.

Rimane, insomma, la sensazione che, al di là dei commentatori ufficiali, le palle del biliardo non si siano ancora fermate.

Dunque fa bene l’ad di Rocca Salimbeni a resistere. E lavorare.

Prima tramite il NYT [LEGGI] e poi attraverso il Financial Times [LEGGI], Luigi Lovaglio ha fatto arrivare sulle principali piazze finanziarie globali precisi messaggi, distinti ma complementari. Destinatari i grandi fondi d’investimento ma anche la politica.

Il primo è chiaro: la banca più antica del mondo rischia di essere spezzettata. Stabilite voi se questo rappresenti un valore o un disvalore. Il secondo è ancora più esplicito: il “sacco di Mps” non è ancora avvenuto e Siena non è capta. Anzi, se dispone della liquidità necessaria, può ancora immaginare di diventare protagonista del consolidamento bancario e non soltanto oggetto di strategie altrui. Dunque, in grado di “creare valore”. L’unione alla pari con Banco Bpm non è praticabile, ammesso lo sia mai stata, ma nulla impedisce di ipotizzare il percorso inverso.

L’operazione è destinata a riuscire? Nessuno è in grado di dirlo, oggi.

Ma forse non è nemmeno questa la domanda più interessante. Quella che dovremmo porci è un’altra: perché un amministratore delegato continua a rilanciare quando tutti descrivono la partita già conclusa? Perché passa le domeniche d’estate chiuso nella sua stanza a Rocca Salimbeni?

Chi guida una banca quotata conosce perfettamente il peso delle parole e delle indiscrezioni. Se Lovaglio continua a muoversi, è perché ritiene che esistano ancora interlocutori con cui vale la pena trattare e discutere.

E qui che entra in scena Crédit Agricole

Le parole pronunciate venerdì scorso alla presentazione dei conti della banca, dal ceo di Credit Agricole Olivier Gavalda (“Nulla può accadere contro di noi o senza di noi”), sono state lette come una bocciatura definitiva. Ma possono essere interpretate anche diversamente. Più che un rifiuto dell’operazione, sembrano rivendicare un ruolo: nessuno può ridisegnare il futuro di Banco Bpm senza coinvolgere il suo principale azionista.

Quando gli organigrammi uccidono le operazioni

Nei giorni precedenti sulla stampa erano filtrate indiscrezioni, mai smentite ma neppure confermate, secondo cui un’intesa fra Mps e Banco Bpm sarebbe stata raggiunta perfino sulla futura governance: Lovaglio presidente del nuovo gruppo, Castagna amministratore delegato. Se quelle ricostruzioni avevano un fondamento, è possibile che abbiano rappresentato anche il punto di rottura

Perché un conto è discutere una possibile operazione industriale, altro è dare l’impressione che gli assetti di comando siano già definiti. A quel punto la reazione di Crédit Agricole assume una luce diversa. Più che un “no” all’operazione, potrebbe essere stato un “non senza di noi”. E di questo la responsabilità non è certo sulle spalle di Lovaglio, non stava a lui parlare con i francesi ma al ceo di Bpm.

Da quel momento gli avvenimenti si sono susseguiti con una rapidità insolita, anche di questi tempi. Prima la lettera degli azionisti di minoranza di Mps, con la sola eccezione di Corrado Passera. Poi l’intervento pubblico di Olivier Gavalda. Infine la convocazione urgente del consiglio di amministrazione di Banco Bpm e la lettera con cui Giuseppe Castagna ha escluso qualsiasi trattativa. Una successione di eventi troppo ravvicinata per essere liquidata come una semplice coincidenza.

I francesi hanno anche precisato che “qualsiasi operazione su Bpm deve creare valore a lungo termine”. Come ha osservato la Repubblica, ogni azionista ha un prezzo e ogni dichiarazione può rappresentare anche una posizione negoziale. Ed è probabilmente su questo spazio di manovra che Lovaglio sta tentando di riaprire il dialogo e tenere le palle in movimento.

Esiste un’altra partita, ancora più importante

Se Intesa Sanpaolo dovesse incorporare Mps, attraverso Mediobanca diventerebbe il primo azionista di Generali, salendo al 25,25%. Finirebbe “nei fatti per controllarla”. Ed è qui che il risiko bancario smette di essere una semplice operazione industriale e diventa una questione di equilibrio del capitalismo italiano e non solo.

Generali finirebbe sotto un socio forte che avrebbe un “controllo di fatto” sulla principale cassaforte italiana, del risparmio privato e del debito pubblico. Per Trieste sarebbe un limite alla tanto decantata indipendenza. Un socio forte che peraltro sarebbe anche e soprattutto un diretto concorrente sul ramo assicurativo.

Basteranno le rassicurazioni di Carlo Messina, secondo cui Generali rappresenterebbe soltanto un investimento azionario e che non “metterà il becco nella gestione di Generali”? Un Investimento che si presume debba produrre utili, magari a discapito dei prodotti che la stessa Intesa vende? Un bel corto circuito.

E siamo sicuri che tutto questo movimento sul tavolo non interessi allo spettatore divertito, Andrea Orcel di Unicredit? Che di Generali ha appena l’8,8%? Davvero vorrà limitarsi a osservare? O magari a prendere qualche briciola al termine di tutta l’operazione?

Tornano in ballo i francesi

In questo più ampio scenario non possono non tornare in ballo i francesi di Crédit Agricole, la cui posizione merita una riflessione diversa da quella oggi prevalente.

Di fronte a questa maxi riorganizzazione, davvero il gruppo francese vuole rimanere a guardare e puntare soltanto a integrare Banco Bpm con Crédit Agricole Italia? Oppure non è più opportuno cogliere l’occasione per consolidare definitivamente la propria presenza nel cuore della finanza italiana? Entrando nel nuovo equilibrio senza affrontare le inevitabili resistenze politiche che accompagnano ogni acquisizione transfrontaliera?

Quella opportunità deve dimostrarla Luigi Lovaglio

Per questo l’ad di Rocca Salimbeni è a lavoro e non si arrende. Sotto questo nuovo angolo visuale del tavolo da biliardo, il suo non appare tanto il tentativo irrazionale di chi non vuole arrendersi, ma la lucida follia di chi deve convincere tutti a costruire un’alternativa credibile, facendo andare in buca tutte le palle. Con convenienze ben distribuite tra i tanti interessi in gioco.

Se il suo obiettivo fosse semplicemente evitare l’Opas di Intesa, probabilmente sarebbe già sconfitto. Se invece l’obiettivo è costringere tutti i protagonisti a ridisegnare gli equilibri del tavolo, allora il significato della sua iniziativa cambia completamente.

Le palle del biliardo, dunque, non si sono fermate. Capiremo quando sono ferme non quando leggeremo fantasiose ricostruzioni di organigrammi e nuovi assetti, ma quando, ad esempio la BCE darà l’ok alla sostituzione dei nominativi in cda di Rocca Salimbeni (sono settimane che il cda di Siena è incompleto).

O quando il ministro Giancarlo Giorgetti, finalmente, darà l’appuntamento doveroso al tridente Agnese Carletti, Nicoletta Fabio, Eugenio Giani.

Nel biliardo come nella finanza, il colpo decisivo non è quasi mai il primo. Ma quello che modifica la traiettoria delle altre. A quel punto si capirà dove si sono fermate le palle (e a chi cominceranno davvero a girare).

Da “Io, Chiara e lo Scuro”:

“Fatti conto che questo è il biliardo: panno verde, palle, pallino e birilli. Pah! Luce sopra.Tutto buio ‘ntorno. Il silenzio più totale. Quando piglio la stecca ‘n mano, mi metto sul biliardo e colpisco la palla si sente fare: toc, la palla colpita; stumb, la prima sponda; stumb, la seconda; stumb, la terza; tac, l’altra palla colpita; frrrr, i birilli in terra. Cioè ‘unnè un rumore: toc, stumb, stumb, stumb, tac, frrrr… è un suono, musica!”


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Michele Taddei

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