Non ci interessa il colore politico. Se un’idea è giusta, noi ci siamo



“Approcciare le questioni occupazionali in modo diverso. Un utilizzo spropositato dello sciopero rischia di svilirlo”

MESSINA – Antonino Alibrandi, segretario generale della Cisl messinese, nel 2025 è stato confermato alla guida del sindacato per altri quattro anni. Un percorso, il suo, iniziato il 29 gennaio 2020, alla vigilia della pandemia da Covid-19 e che è proseguito puntando su un sindacato che vuole ancora crescere, essere propositivo, dare il proprio contributo nei vari tavoli istituzionali, senza abbassare la guardia su diritti e garanzie per i lavoratori.

Come è cambiato negli ultimi anni il ruolo del sindacato?
“Il mondo del lavoro si è evoluto, guarda alle nuove tecnologie, necessita quindi di un sindacato che sappia leggere il cambiamento e accompagnare in questa transizione. Ci sono invece strutture sindacali che utilizzano un modello del Novecento preferendo l’antagonismo, che cercano i nemici invece che le soluzioni. In questi anni ci siamo contraddistinti, come Cisl, per un modo diverso con cui approcciamo le questioni. L’utilizzo spropositato dello sciopero svilisce uno strumento importantissimo dei lavoratori: per noi è prioritaria la contrattazione, trovare un punto di equilibrio che sia garanzia per i lavoratori ma che accompagni anche le imprese a migliorare e crescere. Questa è responsabilità e per noi ancora di più significa partecipazione. È nostra la proposta, diventata legge con tanto di raccolta firme, sul coinvolgimento dei lavoratori nella gestione dell’azienda, ma non tutte le organizzazioni inizialmente l’hanno condivisa mentre ora moltissimi la considerano un traguardo. La Cisl ha saputo guardare in prospettiva e cogliere i cambiamenti prima degli altri. Il sindacato deve avere un ruolo da protagonista, noi parliamo con tutti coloro che hanno responsabilità di Governo: a me non interessa il colore politico ma quello che si vuole fare per la città. Se l’dea è giusta noi ci siamo”.

Questo approccio sta pagando a livello di numero di tesserati?
“La Cisl cresce. Siamo a circa quarantamila associati nella provincia di Messina. Abbiamo le federazioni di categoria sempre più presenti nei vari settori. Cresciamo anche a livello nazionale, con più di quattro milioni di associati, e questo è un termometro che ci indica che siamo sulla strada giusta nel cogliere le esigenze del mondo del lavoro che cambia”.

Intravedete delle prospettive di crescita per il territorio?
“Chi ha ruoli dirigenziali non deve raccontare negatività, che sui social si amplificano, anche se deve averne coscienza per trovare le soluzioni. Molti problemi che abbiamo sono comuni a tante altre parti di territorio. Al contrario di altri, però, noi siamo più resilienti. Come Cisl siamo stati l’unico sindacato confederale a sottoscrivere il Salva Messina. Siamo stati anche criticati, ma in quel momento si sono fatte scelte importanti con l’Amministrazione comunale, che hanno portato a cambiamenti nella qualità dei servizi e in cui la Cisl ha avuto un ruolo decisivo: dal trasporto pubblico ai rifiuti, passando ai servizi sociali. Questo non significa che non ci siano problemi, alcuni anche fisiologici, per esempio nelle partecipate, ma il sindacato li affronta con le federazioni di categoria, in Atm come in Messina servizi e Messina social city. Si è passati da aziende fallimentari a società che offrono molteplici servizi, certo migliorabili ma ricordiamo da dove siamo partiti. Manca la coscienza civica, quel salto culturale ancora non c’è steso: basti pensare agli atti di vandalismo nello spazio ex Fiera a pochi giorni dall’apertura. Un processo a cui serve tempo”.

Messina è una città dove si può investire?
“Credo di sì. Il problema è che Messina ha una necessità di infrastrutturazione di vari livelli: ha tante opportunità ma non sono interconnesse. Abbiamo le aree interne che hanno gli antichi mestieri, florovivaismo e agroalimentare di alto livello riconosciuto in tutto il mondo, ma non riescono a coesistere perché non sono interconnesse con i sistemi delle aree artigianali, abbandonate, che invece dovrebbero essere gli hub logistici di trasformazione, collegati con porti e ferrovie. Per noi il Ponte sullo Stretto rappresenta un’interconnessione per Messina, un’infrastruttura che può rendere la Sicilia un vero hub nel Mediterraneo. Ho visto tante aziende chiudere per impossibilità a stare sul mercato per la lievitazione dei costi del prodotto finito e per l’incidenza del trasporto. Duferco acciaierie di Giammoro è una di queste. Adesso c’è questo progetto di riconversione, con Cgil e Uil abbiamo chiesto un incontro perché per noi l’investimento di cento milioni è importante, ma deve garantire i livelli occupazionali. Il tema vero è che non c’è una politica industriale in città, non c’è una politica del commercio, non c’è una politica legata alla valorizzazione delle eccellenze. C’è un lavoro povero, sommerso e credo anche per un problema di competenze, molti profili specialistici, quelli più pagati e richiesti non si trovano”.

Quali sono i potenziali punti di forza più trascurati?
“I privati devono fare la loro parte. Se pensiamo che il territorio lo deve salvare l’Amministrazione pubblica sbagliamo. Qui non c’è più il comparto privato. Messina è una città che vive per il 90% di pubblico impiego e pensioni. È significativo che da anni non ci sia un assessorato comunale al Lavoro. È necessario avviare un processo per affidare le aree ex Asi a Irsap, un istituto che non è finanziato a sufficienza per funzionare. Le aree affidate agli artigiani potrebbero creare economia e posti di lavoro di qualità. La politica di questo non si occupa, ma il sindaco metropolitano Federico Basile ha promesso il suo impegno. Area integrata e politiche del mare: anche su questo c’è il silenzio. Su tutti questi temi la Cisl Messina ha fatto un convegno e tutti i candidati a sindaco avevano mostrato interesse. Adesso, però, è calato il silenzio. La blu economy in Sicilia vale potenzialmente oltre 30 miliardi di euro e Messina è al secondo posto. I politici parlano d’altro, intervengono soltanto quando c’è qualche industria che se ne va”.


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Lina Bruno

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