Il tempo delle promesse, o delle eterne incompiute, sembra definitivamente esaurito. Dopo la storica semifinale conquistata quattro anni fa dal Marocco, non sarà facile alzare ancora l’asticella, ma nel primo Mondiale XXL della storia a 42 squadre le 10 sorelle africane voleranno in Nord America non con lo spirito delle comparse, ma con l’obiettivo dichiarato di fare strada nel torneo, in programma tra Stati Uniti, Messico e Canada dall’11 giugno al 19 luglio.
Al comando c’è ancora il Marocco. I Leoni dell’Atlante, semifinalisti in Qatar nel 2022, siederanno al tavolo mondiale con il petto in fuori, freschi di un titolo continentale, anche se ottenuto contro il Senegal in uno dei modi più controversi della storia del calcio.
La querelle sull’assegnazione della Coppa d’Africa 2025 ha infatti segnato un solco profondo. Sotto la guida di Walid Regragui, che poi si è dimesso venendo rimpiazzato da Mohamed Ouahbi, la nazionale marocchina è diventata comunque una macchina quasi perfetta, integrando la fantasia di Brahim Díaz in un telaio difensivo già perfetto, dove Achraf Hakimi agisce ormai come un trequartista aggiunto.
Proprio il Senegal però, arriva in America con il dente avvelenato e la rabbia di chi si sente privato di un trono conquistato col sudore, anche se i Leoni della Teranga non hanno nessuna intenzione di restituire il trofeo vinto in partita.
Quell’abbandono del campo a Rabat è diventato il simbolo di una ribellione contro un sistema percepito come sbilanciato, ma sul terreno di gioco i Leoni della Teranga continuano a mostrare i muscoli. Sebbene Sadio Mané resti il leader carismatico, oltre che tecnico, la nuova linfa scorre nei piedi di Nicolas Jackson, centravanti del Bayern Monaco, in prestito dal Chelsea, e simbolo di un inevitabile ricambio generazionale.
A completare il blocco delle più accreditate c’è la Costa d’Avorio. Dopo l’assurdo, quasi cinematografico epilogo della precedente edizione continentale di casa del 2024 – dove fiorirono dalle ceneri di un esonero a torneo in corso per alzare la coppa – gli Elefanti hanno ritrovato quella ferocia agonistica che sembrava smarrita, grazie a un centrocampo muscolare guidato da Franck Kessié, l’imprevedibilità di Simon Adingra, e l’elettricità di Amad Diallo. Gli ivoriani arrivano al Mondiale come la squadra più indecifrabile, e per questo insidiosa del mazzo, capace di esaltarsi nel caos delle partite secche.
L’attesa per Salah
Cercano riscatto, invece, Egitto e Ghana. I Faraoni tornano a respirare l’aria mondiale trascinati da Mohamed Salah, atteso dall’ultimo ballo per conquistare l’eternità. Il loro cammino di qualificazione è stato un monologo autoritario, fondato su una solidità granitica: «L’esperienza ci ha insegnato che il talento senza organizzazione non basta», ha commentato il fuoriclasse del Liverpool, reduce da un’annata tribolata con i Reds.
Di segno opposto è la proposta del Ghana, tornato protagonista ma scosso dal ribaltone tecnico che ha affidato la panchina a Carlos Queiroz, arrivato per rimpiazzare Otto Addo, esonerato a 72 giorni dal kick-off dopo alcuni risultati deludenti.
Il “globetrotter” delle missioni impossibili, che in Nord America parteciperà al suo quinto Mondiale, ha una priorità: mettere ordine, trovando una gerarchia, all’interno di un arsenale offensivo di alto livello. Con la velocità di Abdul Fatawu, l’esplosività di Antoine Semenyo – fresco di un trasferimento record al Manchester City – e l’esperienza di Jordan Ayew, infatti, le Black Stars si presentano come una squadra compatta e organizzata, pronta a dire la sua e a giocare un ruolo da protagonista in terra americana.
Accanto a loro, leggermente più defilate sulla griglia di partenza, ci sono Algeria e Tunisia. La nuova Algeria, timonata dall’ex Lazio Vlado Petkovic, non dipende più solo dal genio di Riyad Mahrez, ma ha trovato in Amine Gouiri e Rayan Aït-Nouri i pilastri di una modernità fluida. I Fennecs giocano oggi un calcio di possesso ipnotico, volto a dominare il ritmo della partita, e sembrano pronti a riscattare le delusioni delle passate edizioni.
Sempre sul fronte nordafricano, inoltre, la Tunisia è forse la nazionale più “italiana” d’Africa nel senso della proposta di gioco. Spesso è stata accusata di praticare un calcio troppo rinunciatario, eccessivamente pragmatico e ostaggio del tatticismo esasperato, ma in realtà le Aquile di Cartagine hanno saputo evolversi, diventando una squadra capace di affondare nelle transizioni rapide.
Un Sudafrica a chilometro zero
E poi ci sono le outsider. Il ritorno del Sudafrica, costruito quasi interamente sui blocchi dei club locali (l’80% del roster dei Bafana Bafana porta l’etichetta dei Mamelodi Sundowns), testimonia che il campionato domestico può essere un serbatoio d’eccellenza, oltre che favorire un affiatamento potenzialmente decisivo in una competizione corta. A chiudere il cerchio, infine, ci sono le imprese della Repubblica democratica del Congo e di Capo Verde.
I congolesi, che avevano partecipato al Mondiale solamente nel 1974 con la vecchia denominazione di Zaire, hanno conquistato il pass per ultimi, battendo la Giamaica nello spareggio intercontinentale grazie a un gol di Axel Tuanzebe, vecchia conoscenza del calcio italiano (per lui una piccola parentesi al Napoli).
Capo Verde, invece, rappresenta la favola africana di questa edizione: una nazione insulare e minuscola che ha saputo richiamare i figli della diaspora, disseminati in giro per l’Europa, mettendo in riga nelle qualificazioni un gigante come il Camerun. E chissà che, anche in Nord America, non riesca a recitare il ruolo della matricola terribile.
L’articolo Un continente col numero dieci proviene da Nigrizia.
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