Qualcosa non torna nei conti della transizione energetica, e a rimetterci potrebbe essere una delle commodity più preziose e sottovalutate: l’acqua. Il passaggio dalle fonti fossili all’eolico e al fotovoltaico può alleggerire la pressione sulle risorse idriche, ma nucleare e idrogeno rischiano di produrre l’effetto opposto. Senza contare i data center, sempre più voraci di acqua ed elettricità. È il paradosso che emerge dall’Osservatorio sul settore idrico di Acea e Intesa Sanpaolo, anticipato da MF-Milano Finanza. Uno studio che accende i riflettori anche su un’altra incognita: chi finanzierà gli investimenti nelle infrastrutture idriche italiane quando si esaurirà la spinta del Pnrr.
Il nodo degli investimenti idrici in Italia dopo il Pnrr
La questione è tutt’altro che secondaria. I fondi europei hanno contribuito ad avvicinare gli investimenti italiani ai livelli dei principali partner, ma i programmi dei gestori mostrano già segnali di rallentamento. Nel 2029 le società con ricavi superiori a 100 milioni prevedono investimenti medi di 86 euro per abitante, mentre quelle con fatturato tra 10 e 25 milioni si fermano a 38 euro, tornando ai livelli del 2021. «Il tema del dopo Pnrr è un tema a mio avviso davvero molto rilevante», osserva Laura Campanini, economista di Industry & Local Economies Research di Intesa Sanpaolo. Dopo l’impulso degli ultimi anni, il problema sarà trovare le risorse per mantenere il ritmo degli investimenti.
Anche perché il cambiamento climatico richiede infrastrutture capaci di affrontare una disponibilità d’acqua sempre più irregolare. In Europa, secondo le stime riportate nel rapporto, entro il 2040 serviranno 1.710 miliardi di euro per le infrastrutture idriche, con un divario tra fabbisogno e risorse disponibili di 695 miliardi. «Il settore idrico è un settore che ha sicuramente bisogno di risorse pubbliche», sottolinea Campanini. Ma i finanziamenti pubblici non basteranno: serviranno capitali privati, partenariati e nuovi strumenti finanziari.
In Italia, poi, pesa la frammentazione. Il 17% dei comuni, per complessivi 6,9 milioni di abitanti, presenta ancora forme di gestione diretta del servizio idrico. Di questi, 6,7 milioni vivono nel Mezzogiorno. Nel 2024 le gestioni in economia hanno investito appena 22 euro per abitante (qui invece i costi della gestione idrica per cittadino). «La dimensione dell’operatore idrico può essere un elemento da valutare con attenzione», spiega Campanini, sia per l’emissione di obbligazioni sia per le operazioni di partenariato pubblico-privato, tema che ormai appassiona anche i premi Nobel.
Scadenza delle concessioni e frammentazione del settore
A complicare il quadro c’è la scadenza delle concessioni. Alla fine del 2025 risultavano già scaduti 16 affidamenti, corrispondenti a una Rab, il valore degli asset riconosciuto ai fini tariffari, di 2,1 miliardi di euro. Altri 19 arriveranno a termine nei cinque anni successivi, per una Rab di 2,5 miliardi. Nell’orizzonte tra cinque e dieci anni, il valore degli asset regolati interessati dalle scadenze supera gli 8 miliardi. Una prospettiva che rende più difficile finanziare opere destinate a durare decenni, soprattutto per i gestori più piccoli. Per Campanini una soluzione potrebbe essere finanziare il servizio idrico anziché il singolo operatore, così da garantire continuità anche quando cambia il concessionario. Quanto all’ipotesi di allungare gli affidamenti, anche fino ai 70 anni evocati da alcuni operatori sul modello francese, invita a valutare l’opportunità di introdurre regole capaci di garantire continuità agli investimenti.
Cosa sono i Blue Bond e come attrarre capitali privati
Una strada per attrarre capitali è quella dei blue bond, obbligazioni destinate a finanziare progetti legati all’acqua. Nel mondo le emissioni hanno raggiunto 5 miliardi di dollari nel 2025 e potrebbero superare i 6 miliardi nel 2026. In Italia A2A ha collocato nell’ottobre 2025 un prestito privato da 155 milioni di euro, mentre Acea ha emesso a giugno 2026 un blue bond pubblico da 500 milioni. «È una nuova asset class che sicuramente è strategica e può avere importanti sviluppi anche nel nostro Paese», osserva Campanini. La frammentazione del settore può tuttavia limitarne la diffusione, soprattutto tra i gestori di minori dimensioni.
L’impatto di nucleare, idrogeno e Data Center sulle risorse idriche
Sul fronte energetico, intanto, le prospettive sono contrastanti. Secondo proiezioni del Joint Research Centre della Commissione europea riportate nello studio, i prelievi idrici del settore energetico potrebbero diminuire del 37% nell’Ue e del 20% in Italia entro il 2050 rispetto al 2015. Le stime, elaborate nel 2018, si basano però su scenari precedenti agli sviluppi più recenti della transizione. «Fotovoltaico ed eolico sono tecnologie che sostanzialmente non utilizzano la risorsa idrica», spiega Campanini. Le bioenergie, invece, richiedono acqua anche per coltivare le biomasse, l’idrogeno ne impiega nei processi produttivi e il nucleare ha esigenze importanti per il raffreddamento.
«L’equilibrio idrico va sempre valutato in termini di bacino idrico», avverte l’economista. La disponibilità d’acqua cambia infatti da territorio a territorio, e i dati nazionali possono nascondere situazioni molto diverse. È una questione da considerare anche nell’eventuale ritorno del nucleare in Italia: disponibilità e temperatura dell’acqua di raffreddamento possono condizionare l’attività delle centrali, come già accaduto in Francia durante le ondate di calore.
Poi ci sono i data center. Nel 2024 queste infrastrutture hanno assorbito nel mondo circa 415 TWh di elettricità, mentre il loro consumo idrico diretto e indiretto è stimato in 560 miliardi di litri annui, che secondo le previsioni potrebbero salire a 1.200 miliardi nel 2030. Per Campanini, possono diventare un ulteriore fattore di stress per alcuni territori, soprattutto se non vengono adottati sistemi di recupero e riutilizzo dell’acqua impiegata nel raffreddamento.
Il riuso, del resto, è una delle risposte indicate dal rapporto. Le acque reflue adeguatamente trattate possono essere impiegate nell’industria, nell’irrigazione e in altre attività che non richiedono acqua potabile. La digitalizzazione delle reti può ridurre perdite e consumi energetici, mentre sull’autoproduzione elettrica i margini sono ancora ampi: nel campione analizzato, l’energia prodotta dai gestori copre appena l’1% del fabbisogno. «Abbiamo tanto parlato di economia circolare per i rifiuti, ma bisogna parlare di economia circolare anche per l’acqua», conclude Campanini.(riproduzione riservata)
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