L’intelligenza artificiale sta ridisegnando il modo in cui la società si organizza, trasformando il lavoro, ridefinendo gli equilibri di potere e i meccanismi di distribuzione della ricchezza. Con l’avvento dell’AI agentica, inoltre, i sistemi intelligenti iniziano ad assumere un ruolo decisionale in un numero crescente di contesti. Ma questa straordinaria accelerazione tecnologica rappresenta davvero un progresso per l’umanità?
In gioco ci sono questioni fondamentali come la dignità della persona, strettamente legata al valore del lavoro, e la libertà, messa alla prova dalla crescente concentrazione del potere tecnologico e dal rischio di delegare sempre più la determinazione del proprio futuro.
A riflettere su questi temi sono Fabio De Felice, professore di Ingegneria all’Università degli Studi di Napoli Parthenope, imprenditore nel settore delle tecnologie avanzate e fondatore di Protom, da anni impegnato nello sviluppo di soluzioni innovative e nella diffusione della cultura dell’innovazione, e Roberto Race, consulente di corporate e reputation strategy per multinazionali e alcune delle imprese più dinamiche del Paese. Giornalista, promotore di think tank e fondazioni, è segretario generale di Competere.Eu e, dal 2016, componente delle Task Force Finance & Infrastructure del B20, il Business Forum del G20. Insieme hanno raccolto queste riflessioni nel volume Il futuro non è un algoritmo. Viaggio tra tecnologia, crisi e desiderio di senso, pubblicato da Luiss University Press.
Il volume non offre risposte definitive, ma invita a riflettere su quale idea di progresso vogliamo perseguire. Un progresso che sappia mettere le straordinarie opportunità offerte dall’intelligenza artificiale al servizio del benessere delle persone, mantenendo la dignità umana al centro e sviluppando una maggiore consapevolezza del modello di società e delle relazioni che intendiamo costruire.
Sono temi che trovano eco anche nelle riflessioni di Papa Leone XIV, che nell’enciclica Magnifica humanitas richiama la necessità di governare la trasformazione digitale riscoprendo la verità come bene comune, tutelando la dignità del lavoro e preservando la libertà da ogni forma di dipendenza e mercificazione. A De Felice abbiamo chiesto di condividere alcuni spunti di riflessione.
L’innovazione coincide con il progresso?
La domanda contiene già una distinzione fondamentale, che spesso tendiamo a trascurare. Innovazione e progresso non sono sinonimi.
L’innovazione descrive la capacità di introdurre qualcosa di nuovo, una tecnologia, un processo, un modello organizzativo. Il progresso, invece, è un giudizio di valore, esiste solo quando quell’innovazione produce un miglioramento concreto della condizione umana.
La storia ci insegna che non ogni innovazione ha rappresentato un progresso. Abbiamo sviluppato strumenti straordinari che hanno migliorato la salute, l’istruzione e la qualità della vita, ma abbiamo anche creato tecnologie che hanno amplificato disuguaglianze, dipendenze o capacità distruttive. La novità, quindi, non è di per sé una garanzia di avanzamento.
Nel nostro libro sosteniamo che, pur essendo possibile sviluppare algoritmi sempre più potenti, l’aspetto davvero fondamentale riguarda il modello di società che intendiamo costruire attraverso il loro utilizzo.
Le società sono guidate dalle loro tecnologie, ma sono definite dalla loro “umanità”, per questo ritengo che il vero progresso non si misuri con la potenza delle tecnologie che sviluppiamo, ma con la loro capacità di aumentare la dignità, la libertà, le opportunità e il benessere delle persone.
Quali sono i limiti oltre i quali l’uomo rischia di subirla anziché esserne l’artefice e il beneficiario?
Il limite non è tecnologico, ma culturale ed etico. L’uomo inizia a subire l’innovazione quando rinuncia a esercitare il proprio spirito critico e delega alle macchine non solo l’esecuzione di compiti, ma anche la responsabilità delle decisioni.
Ogni rivoluzione tecnologica ha modificato il modo in cui viviamo e lavoriamo. L’intelligenza artificiale, però, introduce una novità senza precedenti, dal momento che non si limita ad amplificare la nostra forza fisica, come hanno fatto le macchine industriali, ma estende alcune delle nostre capacità cognitive. È proprio per questo che richiede un livello di consapevolezza molto più elevato.
Il rischio non è che l’intelligenza artificiale diventi più intelligente dell’uomo, ma che l’uomo diventi meno capace di esercitare la propria intelligenza. Se smettiamo di porci domande perché lo fa un algoritmo, se rinunciamo al dubbio perché una macchina ci restituisce una risposta plausibile, se confondiamo la probabilità con la verità, allora non stiamo più utilizzando la tecnologia, ma stiamo lasciando che sia la tecnologia a ridefinire il nostro modo di pensare.
La tecnologia può indicarci il percorso più efficiente, ma solo l’uomo può decidere quale sia quello giusto.
Il titolo de libro è “Il futuro non è un algoritmo”. Vede il rischio che l’AI generativa si sostituisca all’essere umano nell’orientare le leve per disegnare il futuro?
Il titolo è volutamente provocatorio dal momento che non nasce per offrire una risposta definitiva, ma per suscitare una domanda che ritengo essenziale, ovvero chi vogliamo che disegni realmente il nostro futuro.
Viviamo un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è in grado di suggerire decisioni, generare contenuti, formulare ipotesi e persino anticipare comportamenti, e pertanto è naturale chiedersi se, progressivamente, finirà per orientare anche le grandi scelte della nostra società. Ritengo che questo rischio sia concreto, ma non rappresenti una conseguenza inevitabile dell’intelligenza artificiale. La sua origine risiede nelle scelte che compiamo, nei valori che orientano lo sviluppo tecnologico e nella responsabilità con cui decidiamo di integrare questi strumenti nella società. La tecnologia, infatti, amplifica le intenzioni di chi la progetta e la utilizza, rendendo determinante la qualità delle decisioni umane.
Un algoritmo, per quanto sofisticato, non possiede una visione del bene comune, non conosce il significato della giustizia, della dignità, della responsabilità o della speranza. Può ottimizzare un obiettivo, ma non può stabilire quale obiettivo sia giusto perseguire. Può indicarci il percorso più efficace, ma non può decidere la destinazione.
Il vero pericolo, quindi, non è che l’AI prenda il controllo del futuro, ma che l’uomo rinunci alla propria responsabilità di immaginarlo e costruirlo.
Ecco perché il futuro non è un algoritmo, ma è una responsabilità collettiva che non possiamo delegare.
Una regolamentazione è possibile nel momento in cui il passo dello sviluppo è dettato da colossi esteri che sfuggono volentieri le briglie delle regole?
La regolamentazione non solo è possibile, ma è indispensabile. Il problema non lo vedo nella capacitò dei colossi del digitale di sfuggire alle regole, piuttosto di avere una modalità unica di regolamentare e non diversi approcci o modelli di regolamentazione. Se questa “frammentazione” di approccio dovesse permanere il problema non sarà se riusciremo a regolamentare l’intelligenza artificiale, ma lasciare alle big tech il potere di definire le regole.
Spesso il dibattito si concentra sull’idea che i grandi colossi tecnologici possano sottrarsi ai vincoli normativi, certamente un tema rilevante, ma la questione, dal mio punto di vista, temo sia ancora più profonda. Per comprenderne il significato, mi piace ricorrere ad un’analogia. Un tempo il gettone telefonico aveva un valore economico prestabilito, mentre la durata della conversazione dipendeva dalla distanza e dalla fascia oraria. Era lo Stato a definire queste regole, stabilendo il rapporto tra il valore del gettone e il servizio offerto. Oggi, nell’economia digitale, accade qualcosa di analogo. Il valore dei token necessari per interagire con un sistema di intelligenza artificiale non è determinato da un’autorità pubblica, ma da un numero ristretto di grandi piattaforme private che controllano l’infrastruttura tecnologica, gli algoritmi e le condizioni di accesso e di utilizzo dei servizi.
Non stiamo semplicemente assistendo alla nascita di nuove tecnologie, ma al trasferimento di una parte del potere regolatorio dagli Stati ai grandi attori tecnologici globali. Quando chi sviluppa una tecnologia è anche colui che ne definisce le regole economiche, tecniche e, in parte, sociali, il tema non è più soltanto la concorrenza, ma la sovranità.
Per questo motivo la regolamentazione non può limitarsi a imporre vincoli o divieti. Deve creare un nuovo equilibrio tra innovazione e interesse pubblico, garantendo la tutela dei diritti fondamentali, nella consapevolezza che la sfida è globale. Servono istituzioni autorevoli, cooperazione internazionale e una visione condivisa.
Nessuno vuole rallentare il progresso tecnologico, ma nessuna tecnologia può diventare così centrale da sottrarsi ai principi democratici.
La postfazione di monsignor Vincenzo Paglia afferma che tecnologia non è mai neutra ma porta con sé una visione dell’uomo e del mondo. Quale immagine sta emergendo?
Condivido profondamente la riflessione di Monsignor Vincenzo Paglia. La tecnologia non è mai neutra, perché ogni tecnologia nasce da una scelta umana, riflette una determinata idea di efficienza, di relazione, di potere e, in definitiva, una precisa concezione dell’uomo.
L’immagine che oggi sta emergendo è, da un lato, straordinariamente promettente dal momento che grazie all’intelligenza artificiale possiamo curare meglio, imparare più velocemente, rendere più accessibili conoscenza e servizi, affrontare problemi complessi che fino a pochi anni fa sembravano irrisolvibili. È una tecnologia che può amplificare enormemente le capacità dell’essere umano, ma, allo stesso tempo, sta prendendo forma un’altra visione, più sottile e per certi versi preoccupante. La visione di un uomo progressivamente ridotto a un insieme di dati, di preferenze, di comportamenti prevedibili e ottimizzabili. Una persona valutata non per la sua irripetibile unicità, ma per ciò che è misurabile, calcolabile e prevedibile.
Il rischio è che si affermi una cultura nella quale tutto ciò che non è quantificabile, come empatia, creatività, gratuità, spiritualità, perfino il dubbio, perda valore. Eppure sono proprio queste dimensioni a renderci umani. Nessun algoritmo può misurare il coraggio di una scelta morale, il valore di un sacrificio, la forza di un perdono o la bellezza di un’intuizione.
Per questo, in accordo con mons. Paglia, credo che la grande sfida del nostro tempo non sia rendere l’intelligenza artificiale sempre più simile all’uomo, ma impedire che sia l’uomo a finire per assomigliare agli algoritmi.
L’intelligenza artificiale ci pone di fronte a una riflessione che è prima di tutto antropologica, perché ci invita a riscoprire il significato dell’essere umano nell’era delle macchine intelligenti. Una risposta adeguata non può provenire soltanto dalla tecnologia, ma richiede il contributo della filosofia, dell’etica, della cultura, della politica e delle grandi tradizioni spirituali.
Il futuro, infatti, non dipenderà dalla qualità degli algoritmi che sapremo costruire, ma dalla qualità dell’idea di uomo che sceglieremo di custodire e di promuovere.
L’AI dischiude anche miglioramenti notevoli. Come si può riuscire a integrarla nello sviluppo lasciando l’essere umano al centro?
Credo che questa sia la domanda decisiva del nostro tempo. Per anni ci siamo chiesti quanto l’intelligenza artificiale sarebbe diventata intelligente. Oggi dovremmo iniziare a chiederci quanto sapremo rimanere umani mentre la sviluppiamo.
Ogni epoca ha avuto il proprio oggetto capace di alimentare speranze e paure. Oggi quell’oggetto si chiama Intelligenza Artificiale. Le affidiamo ogni giorno una parte sempre più ampia delle nostre attività, nella convinzione che il progresso coincida con ciò che può essere automatizzato.
Eppure, oltre cent’anni fa, William W. Jacobs, nel suo racconto “La zampa di scimmia”, sembrava già parlare al nostro presente. Non perché avesse immaginato l’Intelligenza Artificiale, ma perché aveva colto una verità universale. Ogni desiderio esaudito porta con sé conseguenze che spesso non siamo in grado di prevedere.
È questa la prospettiva che dovrebbe orientare ogni riflessione sull’intelligenza artificiale, affinché il progresso tecnologico non perda mai di vista la dignità, la libertà e la responsabilità della persona.
La storia dell’innovazione ci insegna che ogni tecnologia risolve problemi e, nello stesso tempo, ne genera di nuovi. L’Intelligenza Artificiale non farà eccezione.
Per questo il futuro non dipenderà dalla potenza degli algoritmi, ma dalla qualità delle persone che li progettano, li governano e li utilizzano.
Mettere l’essere umano al centro non significa, pertanto, rallentare l’innovazione o limitarne il potenziale. Significa definire con chiarezza ciò che deve rimanere esclusivamente umano. L’intelligenza artificiale può elaborare informazioni, riconoscere schemi, formulare previsioni e persino generare idee, ma non possiede (ed a mio avviso no possederà mai) coscienza, responsabilità morale, compassione, né la capacità di attribuire un significato all’esperienza umana.
Per questo ritengo che il principio debba essere quello di delegare i compiti, all’AI, ma non gli scopi. Possiamo affidarle l’efficienza delle decisioni, ma non la definizione dei valori sui quali quelle decisioni devono poggiare. In altre parole, l’AI deve aiutarci a rispondere meglio al come, ma il perché deve continuare ad appartenere all’uomo.
Quali esempi avete trovato di un utilizzo sano dell’AI?
Nel libro raccontiamo molti esempi di applicazioni virtuose dell’intelligenza artificiale, ma tutti hanno un elemento in comune ovvero non cercano di sostituire l’essere umano, bensì di renderlo più capace.
Penso, ad esempio, al distretto biomedicale di Mirandola. Lì l’intelligenza artificiale viene utilizzata per sviluppare tecnologie che migliorano diagnosi e terapie, ma nessuno immagina una medicina senza medici, al contrario, la tecnologia amplifica la precisione della ricerca e della cura, lasciando all’uomo la responsabilità della decisione e della relazione con il paziente.
Un secondo esempio che ho piacere di riportare riguarda l’educazione, forse il terreno più delicato. L’intelligenza artificiale può personalizzare l’apprendimento, adattarsi ai ritmi dello studente, suggerire percorsi di studio, ma nessun algoritmo potrà mai sostituire un insegnante nel trasmettere spirito critico, curiosità, passione o fiducia. La tecnologia può aiutare a imparare ed istruire meglio, ma educare rimane un compito profondamente umano.
In fondo, è questa la distinzione che attraversa tutto il libro, quella di un utilizzo sano dell’intelligenza artificiale che non si misura dalla sofisticazione degli algoritmi, ma dall’effetto che produce sulle persone. Se rende l’uomo più competente, più libero, più creativo e più responsabile, allora rappresenta un autentico progresso, se invece, lo rende passivo, dipendente o sostituibile, allora abbiamo imboccato la strada sbagliata.
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Alessandra Frangi
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