Ancora pochi anni fa, nessuno sapeva neppure attribuirgli con certezza un nome. Gli studiosi di storia dell’arte lo avevano chiamato Pseudo Boccaccino: un appellativo convenzionale, di quelli che si assegnano alle figure di pittori ancora ignoti, ai quali però si può ricondurre un certo numero di dipinti. A fare da guida, in questi casi, è l’analisi stilistica, che consente di rilevare affinità di mano, anche in assenza di documenti capaci di restituire un’identità certa. In questo caso, l’occhio dei conoscitori era stato indotto a isolare una serie di opere simili – ma non sovrapponibili – allo stile del cinquecentesco Boccaccio Boccaccino. Da qui il nome convenzionale attribuito in origine. Poi, grazie al progresso degli studi e al prezioso indizio fornito da una delle sue opere oggi conservate alla Pinacoteca di Brera, l’ignoto maestro ha riconquistato il suo nome: Giovanni Agostino da Lodi.
Un pittore lombardo, dunque, formatosi a Milano in anni quasi contemporanei a Leonardo, per poi spostarsi a Venezia e fare ritorno in patria nella fase più matura della carriera. È proprio Brera, proprietaria di quella che è anche la sua unica opera firmata esplicitamente, ad accogliere la prima mostra monografica mai organizzata su questa figura ancora ricca di interrogativi aperti e storie da ricostruire. Con prestiti italiani e internazionali di altissimo livello – tra cui il Louvre, gli Uffizi e la National Gallery di Londra – e apparati di approfondimento che cercano di fare luce sulle zone d’ombra del pittore, l’ampio percorso espositivo si snoda tra le Sale Napoleoniche della Pinacoteca, offrendo un’occasione unica di dialogo con la collezione permanente.

Giovanni Agostino da Lodi, Studio di un Arciere Matita rossa, tracce di matita nera su carta bianca, 1495 circa, Collezione privata

Giovanni Agostino da Lodi: un misterioso pittore tra Milano e Venezia

Dalla formazione lombarda a Venezia

Da quando lo studioso Francesco Malaguzzi Valeri ebbe l’intuizione di ricondurre lo Pseudo Boccaccino al suo vero nome, Giovanni Agostino da Lodi, le ricerche hanno continuato a fare luce sugli episodi della sua vita. Un percorso che rimane però tuttora complesso da ricostruire. Si presume che l’artista si fosse formato a Milano alla fine del Quattrocento, guardando da vicino le opere dei maggiori maestri allora in circolazione, da Foppa a Butinone, da Zenale a Bramantino, fino naturalmente a Leonardo da Vinci. I lasciti di questi pittori sono visibili in alcuni dettagli delle sue opere; la mostra restituisce con efficacia questi confronti attraverso accostamenti diretti, che calano la sua produzione nel clima artistico del tempo. Notizie più certe sulle vicende di Giovanni Agostino si hanno all’indomani del suo arrivo in Laguna, sul finire del secolo, quando eseguì la Pala dei Barcaioli per la cappella della scuola dei traghettatori sull’isola di San Cristoforo della Pace. È proprio questo il dipinto che per anni aveva alimentato i dibattiti degli studiosi, che lo avevano attribuito ora ad Alvise Vivarini – altro pittore con cui il nostro protagonista ha non pochi punti di contatto – ora al presunto Pseudo Boccaccino. Rimanendo in clima veneziano, per meglio apprezzare la sua vena carica di colore ed espressività, è utile ricordare che qui ebbe occasione di entrare in contatto con diverse figure chiave del periodo: Giorgione e Dürer, da poco arrivato in città, ma anche Perugino e Andrea Solario, tutti presenti negli stessi anni in area veneziana.

Il ritorno a Milano

Una seconda data segna una tappa sicura nella carriera del pittore: il 1510, quando lo si ritrova a Milano, residente presso la parrocchia di Santo Stefano in Brolo. Rimangono misteriose le circostanze del suo ritorno in patria: forse la guerra tra la Lega di Cambrai e Venezia, forse qualche opportunità di lavoro intravista in una città che viveva allora sotto la dominazione francese, con la breve parentesi di Massimiliano Sforza. Senza dubbio, il territorio milanese era in quel momento molto vivace. Numerosi erano i pittori da osservare e da cui trarre stimoli – Luini, Boltraffio, Marco d’Oggiono – così come ricca era la presenza di scultori, cantieri e idee in circolazione, forti del lascito leonardesco che attendeva di essere rielaborato in modo personale dal suo seguito più o meno prossimo. Dobbiamo dunque immaginare che anche Giovanni Agostino da Lodi si fosse ben inserito in questo coro di voci artistiche, sviluppando una propria linea distintiva, pur con interessanti punti di contatto con i maestri del periodo.

Giovanni Agostino da Lodi in mostra alla Pinacoteca di Brera: le prime opere tra Milano e Venezia

La mostra si apre con l’opera che ha letteralmente contribuito ad “aprire gli occhi” sulla produzione di Giovanni Agostino da Lodi: la tavoletta con i Santi Pietro e Giovanni Battista, unica opera firmata dal pittore. È proprio questa, conservata alla Pinacoteca di Brera, a far svanire la nebbia intorno al nome convenzionale di Pseudo Boccaccino, formulato dal critico Wilhelm von Bode, e ad accreditare il nome ritrovato proposto da Francesco Malaguzzi Valeri. Il percorso cerca di restituire al pubblico la complessità del dibattito critico, proponendo una serie di dipinti che affiancano le opere del protagonista a quelle di Boccaccio Boccaccino e di altri maestri a lui vicini. L’opera chiave dell’identificazione è emblematica in questo senso: osservando la finezza dei boccoli dorati e inanellati di san Giovanni, si coglie un dettaglio da ricercare anche nelle altre opere dell’autore, come indizio utile a riconoscerne la comune paternità. È guardando a quelle chiome che si comprende il legame con la vicina Madonna col Bambino e san Sebastiano, fino ad arrivare ai lavori veneziani. Qui il clima cambia e si fa più animato. La Pala dei Barcaioli, capolavoro commissionato per Murano, rivela prestiti interessanti in direzione di Bramantino, Antonello da Messina e Alvise Vivarini. L’Adorazione dei Magi del Suardi ne richiama la composizione piramidale, mentre i volti rivelano già un’attenzione alle scoperte di Giorgione. E nemmeno quest’ultimo manca tra i protagonisti esposti in mostra, con un intenso dialogo a tre sul tema delle età dell’uomo. Accostata alla già leonardesca Lavanda dei piedi di Giovanni Agostino, questa sezione diventa così un punto di sintesi tra la memoria del Cenacolo e la sensibilità giorgionesca.

Giovanni Agostino da Lodi in mostra alla Pinacoteca di Brera: gli ultimi anni in Laguna e il ritorno a Milano

L’ultimo periodo veneziano è scarno di documenti; la sequenza della produzione è dunque costruita su basi stilistiche e su somiglianze con i pittori che soggiornarono in Laguna, lasciandovi la propria impronta. Tra questi c’è Albrecht Dürer, la cui Festa del Rosario rappresentò un possibile precedente per le raffinate vesti dalle luci cangianti della Cena in Emmaus di Giovanni Agostino. Dal 1510, i documenti riportano il maestro lodigiano a Milano, in una città allora attraversata da un forte fervore artistico, sotto il dominio francese e, per un breve periodo, di Massimiliano Sforza. È in quel frangente che il pittore si ritrovò molto probabilmente a contatto diretto prima con Leonardo, richiamato dal governatore francese, poi con il suo erede Marco d’Oggiono – che, tra l’altro, aveva bottega vicino alla sua, nella parrocchia di Sant’Eufemia, nell’area dell’attuale Missori – e con l’anziano Bergognone. Ad avere in mano la maggiore fetta di mercato erano però Zenale e Bramantino, entrambi attivi anche sul fronte dell’architettura. A questa rosa di artisti andrebbero aggiunti Andrea Solario e Bernardino Luini, per avere un quadro più completo del contesto. In tale ambiente, Giovanni Agostino incrociò le strade di questi pittori in diverse occasioni, tra cui il grande cantiere della Certosa di Pavia. Un caso emblematico è la Presentazione al tempio, eseguita a due mani da lui e Bergognone: segno tangibile della vicinanza tra i due maestri. Scorrendo i volti dei personaggi raffigurati, nelle differenze di incarnato e capigliatura si possono infatti distinguere con una certa chiarezza le due mani. A concludere la ricca rassegna, una selezione di disegni su carta testimonia quanto il maestro lodigiano fosse un disegnatore eccellente, capace di interpretare e tenere testa anche alla lezione di Leonardo. Come nei noti schizzi di quest’ultimo, anche nelle immagini tracciate da Giovanni Agostino si ritrovano gustose espressioni caricaturali, accompagnate da studi fisionomici e copie più classiche. Tutte manifestazioni di una mente dotata di un ingegno artistico degno di nota, che merita di essere portato davanti agli occhi del grande pubblico.

Emma Sedini

Milano // fino al 13 settembre 2026
Giovanni Agostino da Lodi. Un pittore itinerante tra Leonardo e Giorgione
PINACOTECA DI BRERA – Via Brera, 28
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