Il circoletto dei pavidi


Sia dannato il Principe che rifiutando di “schierarsi” ha originato un demenziale falso dibattito attorno a una falsa questione. Dannato per modo di dire, non è certo colpa sua, ma nell’Italia europea dove rotolano le teste si perde tempo a dividersi sulla questione della militanza conformistica che rifluisce nell’egemonismo culturale di stampo gramsciano.

Dice la Fiorella Mannoia da stagionata agit prop in servizio permanente effettivo: Francesco sbaglia a non schierarsi, però lo rispetto perché è pur sempre di sinistra. Che è l’unica vera questione a cuore nel giro degli artisti di servizio, essere, restare in qualche modo a disposizione, se De Gregori ha mancato si troverà modo di recuperarlo, magari forzandolo un po’, magari facendogli capire che ha sbagliato, rieducandolo come gli studentelli temerari di Cesena. O, per dirla alla maniera del commissario politico Bersani: se ancora non l’ha digerita, la digerirà.

Mannoia, a scanso di equivoci, aggiunge che per lei schierarsi è fisiologico e lo fa da tutta la vita. E si potrebbe facilmente risponderle: per forza, se no non lavori, non lavorate voi del circolone militante, se uscite dal giro cultural-egemonico-capitalistico del PD coi suoi Arci e Cgil e Festa de l’Unità allora si che fischiate.

Chi è che firma l’appello per togliere il controllo preventivo alle famiglie sulla faccenda della cultura omosessuale a scuola? I soliti del giro egemonico a cominciare dal Manuel Agnelli, uno la cui coscienza civile si esauriva nel narcisismo cretino di posare nudo come Cristo in croce, credendoci, che di quel giro è parte integrante anche se agisce formalmente da industriale privato. E la trovata del controllo diretto dello Stato sopra le famiglie è quanto di meno libertario, artistico, anarchico si possa concepire, è quella che volevano, che vogliono gli psicologi insieme al Cecchettin Gino dell’omonima fondazione.

A dar man forte a De Gregori, tra i pochi, l’attore Giancarlo Giannini che dice: “Fai l’attore, fai il musicista. Invece parlano di politica, non ci capiscono già niente i politici, ci si mettono pure gli attori? Gli attori non parlino di politica”. Gli rispondono subito che messa così è un po’ troppo qualunquista e non hanno tutti i torti ma non li ha neanche Giannini quando rileva il pressappochismo interessato dei saltimbanchi.

Poi la si può mettere in termini colti, si può scomodare l’esistenzialismo pessimistico, ignobilmente falso, di Sartre, la necessità fisiologica della Mannoia, si può diventare francofortesi, post marxisti sempre un po’ marxisti, si può ricordare, in punta snobistica, lo scazzo tra Vittorini e Togliatti che dopo averlo segato lo irrideva pure, “Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciati” e voleva dirgli guarda caro che senza il PCI non vai da nessuna parte, sei finito, l’eterna faccenda dei saltimbanchi anche colti che debbono restare organici.

Si possono volendo anche ritirare fuori le infinite sbrodolate pasoliniane, lui che “sapeva ma non aveva le prove”, dimmi te se si poteva sentire una sparata più temeraria, ma era accolta come l’oracolo dei dietrologi colti. Ma la sostanza è molto più meschina, pedestre, è che “non schierarsi” serve ad evitare guai nella riconformizzazione feroce della sinistra che si spaccia per riformista ed è invece più massimalista, e stupidamente massimalista, che ai tempi di Togliatti e Vittorini.

Una sinistra sardinista, grillesca, definitivamente fanatica. Cosa dice senza dirlo il Principe? Che ha, come tutti quelli che ragionano, forti perplessità sull’operato di Israele ma non può dirlo perché manifestare perplessità al giro egemonico non basta, bisogna dire che gli ebrei vanno eliminati dal fiume al mare, si pretende che il canuto De Gregori, saggio e dolente come il Vecchio della montagna, si metta a sculettare avvolto nella bandiera di Hamas e questo francamente è troppo sia per le articolazioni che per la dignità.

Non sono tempi di eresie e di analisi, non lo sono mai e mai meno di oggi. Giannini è sempre stato di destra, almeno nella misura in cui non è mai stato di sinistra, De Gregori di sinistra lo è da sempre come gli ricorda Mannoia ma per questo ne conosce gli opportunismi, le miserie, fin da quando rischiava di venire pestato dagli autonomi che lo accusavano di capitalismo volendo passare gratis ai suoi concerti, il comunismo è sempre stato una mediocre faccenda di parassitismo personale ammantato nelle intenzioni di giustizia collettiva.

E allora esce bene la vera morale della favola: che non è in discussione il dilemma tra schierarsi e farsi gli affari propri, ma solo l’urgenzata di aderire per dire schierarsi nel modo giusto, l’unico possibile e ammissibile. Così che schierarsi e farsi gli affari propri assume una virtuosa quadratura del cerchio, “diventan cosa sola” come cantava Lucio Battisti, un altro passato in fama di fascista perché disprezzava, senza nasconderlo, il circo dei burattini militanti.

Non è il restare “fuori dal coro” che è in ballo quanto il superamento dell’idea stessa di coro come qualcosa di immanente e insieme trascendente, il dogmatismo della verità, il coro come voce unica e divina che proclama l’inevitabile. Con il che l’opportunismo si trasfigura nell’ineluttabilità del reale. Nello stagno Italia si fa presto a uscire dal coro e a farsi odiare, basta la banalità del re nudo, come quando si afferma che un uomo non può partorire o che il riscaldamento globale è una sonora balla per gli affari globalisti; non è che servano poi ulteriori prese di posizione scomode, articolate.

In America uno come Frank Zappa ha speso i 26 anni della sua troppo breve ma frenetica carriera, con un centinaio di album per citare solo quelli ufficiali, veramente da isolato e in ogni opera se la prendeva, in una paranoica lucida e musicalmente evoluta, con l’universo mondo: ebrei, palestinesi, repubblicani, democratici, cristiani, atei, machi, omosessuali, non poteva sopportare la retorica della militanza quale che fosse, pur cadendo spesso in eccessi a sua volta populistici.

Ma Zappa era un tipico prodotto americano, un imprenditore e industriale libertario insieme ad un compositore totale, la cui superiorità artistica creava imbarazzi, uno che poteva far aspettare Pierre Boulez che gli commissionava un’opera, uno che riscopriva, attualizzandolo al computer, un lontano predecessore del Settecento libertino, Francesco Zappa, uno che otteneva in esclusiva il permesso dagli eredi di Ravel di rappresentare il “Bolero”, uno che poteva permettersi di cacciare le Filarmoniche di Berlino o di Londra in quanto non abbastanza rigorose nell’imparare le sue partiture cervellotiche e difficilissime (Kent Nagano, non proprio l’ultimo arrivato, ci usciva pazzo).

Ed era uno che poteva irridere i marines del Vietnam con una giraffa che spruzzava panna dal culo. Un provocatore vero, un pornografo, ma uno che poteva permettersi di stare “fuori dal coro” essendo egli stesso un coro, alternativo, antagonista. Qui abbiamo la mediocrità dei Ligabue e gli Agnelli la cui insostenibile leggerezza qualunquistica non arriva a lambire il livello medio di un De Gregori, però anche loro gli mandano a dire. Fai quello che vuoi però sbagli. E abbiamo i più furbi come Vasco Rossi, che pure è di un’altra categoria, ma furbo lo è quando dice: neanche io mi schiero, tanto sapete tutti come la penso. Cioè sarebbe di sinistra in quanto contro il sistema. Veramente non se n’è mai accorto nessuno e in vecchiaia si sono svelati gli inganni di una effimera stagione edonistica, il vittimismo tossico da “siamo solo noi” avrebbe lasciato posto all’obbedienza per lo Stato autoritario delle dieci mascherine, delle vaccinazioni circolari.

Ma Vasco è furbo e sa come campare di rendita sui miraggi, con l’immancabile scusa dell’ironia è riuscito a far ingoiare alla sinistra paranoica certo patriarcato razzistico per cui roba come “è andata a casa con il negro la troia” la cantano ancora oggi in centomila in uno stadio e il PD non si sogna di protestare. Ma il Blasco col jet privato e la villa losangelina continua a urlare “siamo solo noi” e la sinistra conformista finge di credergli, sapendo che lui è troppo grosso da sfidare, che le conviene entrare lei nel suo coro piuttosto che osare il contrario. Schierarsi, dire la cosa giusta, è sempre questione di rapporti di forze.

Max Del Papa, 14 giugno 2026

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