Roma, 13 agosto 2026 – Italia e Spagna arrivano alla metà del 2026 con un risultato apparentemente identico: entrambe registrano il massimo storico degli occupati. L’Italia raggiunge 24,3 milioni di lavoratori, la Spagna 22,8 milioni. Ma basta andare oltre il dato quantitativo per scoprire due modelli quasi opposti per composizione dei contratti, settori trainanti, peso dell’immigrazione e qualità dell’occupazione. È la tesi dell’analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro: il record italiano si accompagna a una maggiore stabilità del lavoro e a una domanda più qualificata, quello spagnolo è molto più legato a turismo, servizi, stagionalità e crescita della forza lavoro straniera.

Italia, il record viene dall’indeterminato

Nel triennio 2023-2026 l’Italia ha guadagnato circa 1,2 milioni di occupati e il tasso di occupazione è salito al 63,1 per cento, massimo dall’inizio delle serie storiche nel 2004. Ma il dato più significativo, sottolinea lo studio, è la composizione: la crescita si è concentrata quasi interamente nelle forme standard, tra dipendenti a tempo indeterminato e autonomi strutturati, che raggiungono 15,7 milioni.

Contemporaneamente la quota dei contratti a termine è scesa dal 16 al 14,7 per cento. Si sono ridotti anche disoccupati, inattivi e forza lavoro potenziale. La crescita ha inoltre coinvolto categorie tradizionalmente più deboli. L’aumento del tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni è stato trainato soprattutto dalle donne, mentre nel Mezzogiorno gli occupati sono cresciuti nel 2025 dell’1,5 per cento, più che al Nord. Nello stesso periodo 2022-2025 il Pil meridionale è aumentato del 9,5 per cento contro il 6,6 del Centro-Nord. Anche il recupero dei redditi viene associato soprattutto all’aumento dei rapporti a tempo pieno: la retribuzione media lorda dei dipendenti privati ha raggiunto 27.649 euro, il 14,5 per cento in più rispetto al 2019, pur restando incompleto il recupero del potere d’acquisto perso con l’inflazione.

Spagna, il peso dei ‘fissi discontinui’

La Spagna ha creato ancora più occupazione, circa 1,5 milioni di posti nel triennio, ma seguendo una traiettoria differente. Gli stranieri iscritti alla Seguridad Social sono 3,45 milioni, il 15,4 per cento del totale, quasi un milione in più dal 2022. Secondo i dati richiamati dall’analisi, il 44,5 per cento dell’occupazione creata dopo la riforma del lavoro riguarda lavoratori stranieri; le stime indipendenti citate nel rapporto attribuiscono loro una quota ancora maggiore della nuova occupazione privata. Anche la riduzione del lavoro temporaneo va letta con cautela. La quota ufficiale dei contratti a termine è scesa dal 25,6 al 15,1 per cento, ma una parte dei precedenti rapporti stagionali è confluita nei fijos discontinuos: contratti formalmente a tempo indeterminato che alternano periodi di attività ad altri senza lavoro e salario. I lavoratori inattivi con questa formula sono stimati tra 700 mila e un milione e non vengono conteggiati tra i disoccupati. L’analisi stima che, includendoli, il tasso reale di disoccupazione si avvicinerebbe al 12 per cento.

Industria contro stagionalità

La differenza diventa ancora più evidente osservando dove sono nati i nuovi posti. In Spagna la crescita si concentra negli alberghi e nella ristorazione, nel commercio e nelle attività legate al tempo libero: settori ad alta intensità di manodopera, fortemente ciclici e con retribuzioni inferiori alla media. Alberghi e ristorazione assorbono il 10 per cento delle ore lavorate, ma producono soltanto il 5 per cento del valore aggiunto nazionale. In Italia il turismo rimane importante, ma si affianca a manifattura, costruzioni, farmaceutica e alla spinta degli investimenti del Pnrr. È questa composizione, secondo la Fondazione Studi, a dare una qualità diversa al record italiano. In Spagna l’occupazione cresce soprattutto aggiungendo manodopera nei servizi; in Italia una quota significativa della domanda viene da attività industriali e tecnico-specialistiche.

Due problemi opposti

Il paradosso italiano è che il lavoro richiesto esiste, ma spesso non trova le competenze necessarie. Le imprese dichiarano difficoltà di reperimento per il 47 per cento dei profili ricercati, circa 2,7 milioni di posizioni, con punte del 65-70 per cento per tecnici ingegneristici, meccatronici, saldatori e manutentori e del 57 per cento per i diplomati ITS. È una domanda descritta come stabile, qualificata e ad alto valore aggiunto, mentre inattivi, donne del Sud e giovani Neet restano un bacino non utilizzato pienamente. La Spagna presenta il problema inverso: conserva un bacino molto ampio di disoccupati, ma la domanda aggiuntiva di lavoro è prevalentemente concentrata nelle attività stagionali e meno qualificate. La disoccupazione si attesta al 9,9 per cento, contro il 5,1 italiano, e il 35,7 per cento dei senza lavoro spagnoli è disoccupato da oltre dodici mesi.

La ‘trappola mediterranea’

La conclusione dell’analisi va oltre il confronto statistico e individua quella che definisce ‘trappola mediterranea’: un modello nel quale l’occupazione cresce soprattutto attraverso turismo a basso valore aggiunto e servizi alla persona, producendo più posti senza un aumento equivalente di produttività e reddito. Gli effetti collaterali indicati sono pressione sugli affitti, gentrificazione delle città turistiche, lavoro irregolare e spostamento degli investimenti verso la rendita immobiliare. La Spagna, secondo questa lettura, è più esposta a questa specializzazione. L’Italia corre lo stesso rischio nelle città d’arte e nelle aree costiere, ma conserva nella manifattura e nelle competenze tecniche una possibile via d’uscita. Il record occupazionale italiano, dunque, non viene giudicato soltanto per il numero dei posti creati: il suo valore sta soprattutto nella maggiore stabilità dei rapporti e nella struttura produttiva che li genera. Il problema è riuscire a mettere in comunicazione quella domanda di lavoro con le persone e le competenze che ancora restano fuori dal mercato.


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