Uccisione del vescovo Osorio, il Mozambico vuole la verità


Appello del presidente della Conferenza episcopale, Don Saúre: “Fare luce su tutti i crimini”

Nel paese cresce la necessità di una voce “profetica” dopo decenni di governo del FRELIMO

Cerimonia di sepoltura del vescovo di Quelimane, Don Osorio. (Crediti: Arcidiocesi di Beira)

Ci sono morti che passano inosservate, nonostante gli sforzi delle istituzioni per farle sembrare importanti.

Il mese scorso il presidente del Mozambico, Daniel Chapo, ha dichiarato due giorni di lutto nazionale per la scomparsa del generale Joaquim Muhlanga, che è stato anche insignito dell’onorificenza postuma di “eroe della Repubblica”, con tanto di bandiere a mezz’asta in tutto il paese e nelle ambasciate mozambicane sparse per il mondo.

Il riconoscimento gli è stato dedicato per il suo impegno nella lotta di liberazione dalla dominazione coloniale portoghese, conclusasi nel 1975. È da quell’anno che il FRELIMO, il movimento che aveva guidato la sollevazione contro Lisbona, guida ininterrottamente il paese. 

Di chi sono gli eroi 

Tuttavia, non vi è stata nessuna reazione popolare di commozione verso questo decesso, la cui celebrazione è sembrata più un tentativo di autoincensamento di un regime alla costante ricerca di nuovi eroi rispetto a un passato glorioso, per far dimenticare un presente difficile.

Poi ci sono morti che scuotono un paese intero: in Mozambico era accaduto per il rapper Azagaia, il 9 marzo 2023: una scomparsa dai contorni mai del tutto chiariti che ha fatto scattare un moto di orgoglio in larga parte della gioventù mozambicana. 

Una forza che ha spinto in tanti a impegnarsi come non succedeva da decenni in una lotta collettiva, di riscatto da un governo percepito come dispotico e ingiusto, che esclude e marginalizza le persone sulla base della loro affiliazione politica.

Da Povo no Poder a Mondlane 

È l’origine del movimento “Povo no Poder”, che ha poi fortificato la leadership di Venâncio Mondlane all’interno della frastagliata opposizione al FRELIMO, con le conseguenze note nel biennio elettorale 2023-2024: proteste di massa e repressione del governo dopo l’ennesima riconferma del partito-stata segnata da accuse di brogli. 

Letto in ottica politica, al di là dell’umana pietà verso qualsiasi tipo di morte, anche la recente uccisione del vescovo di Quelimane, Don Osório Citora Afonso, sembra potere assumere contorni più ampi di quelli della sua tragica scomparsa.

Il caso di Don Osorio 

Lo scorso 6 giugno Don Osorio è stato ucciso a colpi di AK47 presso la sua residenza episcopale di Quelimane. La sua morte ha scosso il Mozambico.

Innanzitutto a causa della figura di sacerdote del dialogo, della pace, del suo impegno nel costruire ponti, certificato dalla fiducia di Papa Leone XIV nell’indicarlo anche come amministratore apostolico di Beira, dove il vescovo in carica aveva lasciato per raggiunti limiti di età.

Don Osorio era anche il segretario generale della Conferenza episcopale del Mozambico.

E in secondo luogo per il modo con cui è stato trucidato, e per la sfiducia che grande parte della società civile ha ormai sviluppato nei confronti della giustizia e delle forze investigative mozambicane, incapaci di identificare gli autori di delitti eccellenti nel corso degli ultimi dieci anni.

È di pochi giorni fa il report del consorzio di giornalisti investigativi Forbidden Stories che riporta l’uccisione di cinque giornalisti e due casi di avvelenamento non letale di cronisti, insieme alla uccisione di decine di membri dell’opposizione a partire dalle elezioni del 2024.

Tutti questi casi a oggi non sono stati risolti. Anzi, il più delle volte non sono neanche partite delle indagini. 

Da segnalare anche la recente denuncia di un “genocidio” contro i membri del suo partito Anamola da parte del leader dell’opposizione Mondlane, con 56 eliminazioni fisiche e oltre 150 abitazioni bruciate in meno di due anni

Ultima vittima in ordine di tempo, Anselmo Abílio Vicente, coordinatore di Anamola nella città di Manica (provincia di Chimoio) che è stato assassinato il 10 maggio scorso.

E in sua memoria, e per chiedere giustizia, che Mondlane ha prima dichiarato tre giorni di lutto nazionale (o di “contro-lutto, sarebbe meglio dire), per poi organizzare una marcia pacifica, con notevole partecipazione popolare.

Cosa non torna negli arresti 

In questo clima deve essere letta la morte di Don Osório.

Una morte che le autorità mozambicane hanno finora ricondotto a beghe interne alla Chiesa cattolica locale, con l’arresto di un suo stretto collaboratore, Padre Adelino Novais Amado, di un guardiano e di un giardiniere della residenza vescovile.

Pur non potendo escludere un loro coinvolgimento in questa morte, anche in ragione delle recenti denunce di corruzione di diverse parrocchie di Quelimane che Don Osório aveva pronunciato pubblicamente, gli interrogativi restano tutti aperti.

Presunti moventi del delitto e il rifiuto, da parte delle autorità investigative, di possibili collaborazioni con forze dell’ordine straniere suscitano più di una perplessità.

Allo stesso modo, l’arresto quasi immediato dei tre sospetti, sull’onda di pressioni internazionali, a partire dal pronunciamento del papa, ha lasciato molti osservatori dubbiosi.

L’appello di Don Inácio Saúre

L’autorità cattolica più importante del paese, l’arcivescovo di Nampula e presidente della Conferenza episcopale del Mozambico, Don Inácio Saúre, si è allineato con le preoccupazioni di grande parte della società civile locale. 

Nel corso della cerimonia funebre per Don Osorio, alla presenza del presidente Chapo, l’arcivescovo non ha solo invocato la risoluzione delle indagini sull’uccisione del religioso di Quelimane, ma soprattutto la fine delle violenze e degli omicidi che continuano a ripetersi nel paese.

In modo ancora più diretto, il presidente della Conferenza episcopale ha sottolineato come molti delitti a sfondo politico non siano mai stati risolti, con la possibile complicità di autorità pubbliche che avrebbero ormai perso, secondo il presule mozambicano, il controllo del monopolio legittimo della forza, aprendo il campo alla violenza come metodo “normale” per la risoluzione dei conflitti.

Se la morte di Azagaia ha dato il là a un movimento che a oggi sembra incontenibile, da parte di chi governa, anche quella di Don Osório si sta colorando di tratti simili: in primo luogo, sul piano direttamente politico.

Il bisogno di andare oltre 

L’appello a voci ‘profetiche”, che non abbiano timore di confrontare il potere vigente, sta emergendo con sempre più forza e continuità nella stampa mozambicana di questi giorni.

In secondo luogo, anche le relazioni fra Chiesa Cattolica e stato mozambicano hanno toccato il loro punto più basso, a causa del clima di violenza e intimidazione generalizzato verso cui nessuna confessione può concordare.

Tutto ciò potrà favorire la saldatura fra movimenti della società civile e la più importante istituzione religiosa del paese.

Due mondi che si sono sempre guardati con rispetto ma con una certa distanza, ma che potrebbero oggi confluire idealmente verso l’esigenza di un paese più pacifico e meno violento, isolando un governo che celebra in beata solitudine i “propri” morti, ancorato a un passato irreversibilmente lontano e irripetibile.




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