Settant’anni, un Oscar vinto nel 1989 e un secondo ricevuto vent’anni dopo per meriti umanitari, una semifinale di selezione olimpica nel tiro con l’arco e una manciata di film che il tempo ha reso dei cult. Eppure per un lungo periodo Hollywood aveva deciso che Geena Davis non serviva più. Adesso il successo di The Boroughs, la nuova serie Netflix dei fratelli Duffer, dimostra quanto sia stato un errore madornale. Perché al centro di questa storia con risvolti soprannaturali ambientata in una comunità residenziale nel New Mexico c’è lei, più libera e più presente che mai.
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Chi è Geena Davis, la ragazza che non voleva occupare spazio
Prima di diventare un’icona, Geena Davis è stata una ragazza timida di Wareham, Massachusetts, che da piccola si vergognava di essere troppo alta. «Ero sempre la più alta della classe e desideravo sparire. Ero molto timida e mi vergognavo, è stata una tortura. Desideravo occupare meno spazio», ha raccontato. Poi è arrivata la recitazione, e con essa una scoperta fondamentale: «I personaggi che ho interpretato mi hanno aiutata a trasformarmi, lentamente, in qualcuno capace di difendersi».
È questa la traiettoria che racconta nel suo memoir del 2022, Dying of Politeness (che si può tradurre: morire di troppa cortesia), «il viaggio verso la mia versione più coraggiosa», come l’ha definito lei stessa. Dopo gli studi alla Boston University, si è trasferita a New York, dove ha lavorato come modella prima di trovare la strada nel cinema. Il debutto è arrivato nel 1982 con Tootsie: primo provino della sua vita, primo ruolo ottenuto subito accanto a Dustin Hoffman. Non sapeva ancora nulla del set: non sapeva che si va solo nei giorni in cui si gira, così si presentava ogni mattina alle 6. Ma a partire da quel primo giorno, la carriera ha preso una traiettoria verticale. La mosca (1986), Beetlejuice – Spiritello porcello (1988), Turista per caso, che nel 1989 le ha fatto vincere l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Poi il 1991 e Thelma & Louise, più che un film, un manifesto generazionale.
Geena Davis, 70 anni, torna protagonista con The Boroughs su Netflix: la carriera, le battaglie e il ruolo che stava aspettando da sempre (foto Getty Images)
Il muro dei 40 anni e la rabbia silenziosa
Per quasi un decennio Geena Davis è stata una delle attrici più richieste di Hollywood. Poi, quasi senza preavviso, il vuoto. Quando si è avvicinata ai 40 anni, aveva sentito girare una voce: le attrici over 40 smettevano di lavorare. Aveva pensato che Meryl Streep, Glenn Close e Sally Field avrebbero cambiato tutto con i loro Oscar. «Ma nei miei 40 ho girato un solo film, mentre prima ne facevo circa uno all’anno, essendo molto selettiva. È stato davvero sconvolgente», ha raccontato a Newsweek.
Il paradosso più crudele era sentirsi dire la cosa in faccia. «Un certo attore stava girando un film e ha detto che ero troppo vecchia per fare il suo interesse amoroso. Avevo 20 anni meno di lui». Dolore e rabbia. Questi, racconta Davis, sono stati i sentimenti che le provocava pensare a Hollywood.
L’arco, le Olimpiadi e la voglia di non stare ferma
In quel periodo di silenzi forzati, Geena Davis non si è fermata. Nel 2001 ha sposato il chirurgo plastico iraniano Reza Jarrahy da cui ha avuto 3 figli, Alizeh Keshva, nata nel 2002, e i gemelli, Kian William e Kaiis Steven, nati nel 2004. Poi ha scelto di spostare la mira verso un altro obbiettivo. Letteralmente. Guardando i Giochi di Atlanta nel 1996, è rimasta affascinata dal tiro con l’arco, dove gli americani vincevano tutte le medaglie d’oro. «Mi sono chiesta casualmente: chissà se sarei brava», ha raccontato.
In soli due anni e mezzo ha raggiunto il livello di semifinalista alle prove di selezione olimpica. Aveva 41 anni. Alle selezioni del 1999, la pioggia e l’assedio dei giornalisti l’hanno frenata. «Ero del tutto impreparata a questa valanga di attenzione mediatica», ha raccontato. «Era come essere a una prima cinematografica». Ha concluso al 24mo posto. Ma quella che sembrava una sconfitta sportiva era in realtà la prova di qualcosa di più grande: la sua irriducibile necessità di mettersi alla prova, di non accettare i limiti imposti dagli altri.
Geena Davis durante una gara di tiro con l’arco per le qualificazioni alle Olimpiadi di Sydney 2000 a Bloomfield, in New Jersey, nel 1999 (foto Getty Images)
Come Geena Davis ha cambiato Hollywood (a suon di dati)
Se Hollywood credeva che Davis avrebbe accettato silenziosamente le regole assurde che imponeva, ha scoperto a sue spese di essersi sbagliato. L’altra battaglia di Geena, quella che le ha fruttato il secondo Oscar, è nata guardando i cartoni animati con la figlia piccola. In 5 minuti davanti alla televisione, si è chiesta quanti personaggi femminili ci fossero. Poi ha cominciato a vederlo ovunque. «Ogni volta che lo facevo notare a qualcuno nel settore, mi rispondevano che era un problema già risolto, e nominavano un film con un solo personaggio femminile come prova. Ho capito che era un pregiudizio completamente inconscio», ha spiegato.
Così ha avviato un grande progetto di raccolta dati sulla rappresentazione di genere nell’intrattenimento per bambini (ma non solo), diventando, come lei stessa si è definita, «una data geek di mezza età». Nel 2004 ha fondato il Geena Davis Institute on Gender in Media, che ha influenzato produzioni come Inside Out e Monsters University. Nel 2019 l’Academy le ha assegnato il Jean Hersholt Humanitarian Award, il premio Oscar onorario dedicato a chi dà contributi eccezionali all’umanità partendo dal mondo dello spettacolo. Nel discorso di accettazione non ha posto il problema, ha dato la soluzione: «la sottorappresentazione delle donne nel cinema e in televisione è l’unica forma di disuguaglianza che può sparire da un giorno all’altro: basta volerlo», ha detto.
Geena Davis e Alfred Molina in una scena di The Boroughs – Ribelli senza tempo, serie tv in 8 episodi su Netflix (foto ufficio stampa)
Renee Joyce di The Boroughs: il personaggio che Geena Davis stava aspettando
Quando ha letto il copione di The Boroughs, la risposta è arrivata prima ancora di finire il pilot. «Ho pensato subito: mio Dio, questo è perfetto per me. È come se fosse stato scritto per me. E poi ho saputo che avevano pensato a me durante la creazione». Renee Joyce, ex manager musicale che vive nella comunità soprannaturale al centro della serie, è una donna che non ha ceduto nulla di sé all’avanzare degli anni. «Aspiro a essere come Renee. Non ci sono ancora arrivata nella vita vera, ma forse un giorno! Fa quello che vuole, pensa quello che vuole e dice quello che vuole. La ammiro davvero».
A 70 anni, Davis regala alla serie le scene più accese della sua carriera, e lo fa con la stessa ironia che l’ha sempre contraddistinta. «Questa serie ha le scene più sensuali che io abbia mai girato. Ho 70 anni, quindi era ora», ha dichiarato a Newsweek. Di Hollywood e degli anni che passano, non ha paura. «Penso che sia favoloso. Mi sono piaciuta di più ogni anno. Penso persino di essere migliorata esteticamente ogni anno. Non so se a un certo punto cambierà. Ma a questo punto è divertente: non ti preoccupi più dell’età».
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Sara Sirtori
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