Mondiali 2026, come se la sono cavata sul fronte della sostenibilità?


La Spagna ha conquistato il suo secondo titolo mondiale, chiudendo il primo Mondiale della storia disputato con 48 nazionali e 104 partite. Ma mentre il bilancio sportivo è ormai scritto, quello ambientale è ancora in gran parte da quantificare. Come se la sono cavata, dunque, i Mondiali 2026 sul fronte della sostenibilità?
Una domanda particolarmente rilevante visto che il torneo si è svolto nell’America di Trump, in un contesto poco incline alle politiche climatiche e con Aramco, il colosso petrolifero saudita, tra i principali sponsor dell’evento.

Sebbene ancora non vi siano dati ufficiali sull’impatto dei mondiali, diversi sono gli studi pubblicati che aiutano a farsi un’idea della portata di un evento di questo genere, come l’analisi svolta da New Weather Institute.

La strategia di sostenibilità della FIFA per i Mondiali 2026

Consapevole dei possibili impatti che un evento del genere può avere, anche per quest’anno FIFA ha definito una vera e propria Sustainability & Human Rights Strategy. La strategia si propone di integrare sostenibilità e diritti umani nell’intero ciclo di vita della competizione, con l’obiettivo di ridurre gli impatti negativi e lasciare un’eredità positiva nei tre Paesi ospitanti, Stati Uniti, Canada e Messico.

Il piano è articolato attorno a quattro pilastri, ambientale, sociale, economico e di governance, e individua una serie di obiettivi che spaziano dalla riduzione delle emissioni climalteranti e dell’uso delle risorse, alla tutela dei diritti umani e dei lavoratori, fino alla promozione di pratiche di approvvigionamento responsabile, trasparenza e rendicontazione. Tra gli impegni figura anche la pubblicazione di un rapporto finale di sostenibilità che dovrà documentare l’attuazione della strategia e i risultati raggiunti. In attesa dei dati aggiornati ai Mondiali 2026, FIFA ha però evidenziato che, dal 2014, sono state misurate le emissioni di gas serra e sono stati acquistati 671.000 crediti di carbonio verificati, sono state raccolte oltre 3.000 tonnellate di rifiuti riciclabili e compostabili e 20 stadi sono stati certificati secondo gli standard di edilizia sostenibile; sul fronte dei diritti umani, in linea con gli impegni sanciti dalla Politica FIFA sui diritti umani, sono stati integrati meccanismi per la tutela dei diritti dei lavoratori, i tornei sono stati resi accessibili alle persone con disabilità e a quelle con mobilità ridotta e le misure adottate dalla FIFA per contrastare la discriminazione hanno avuto un impatto diretto su ciò che accade in campo e non solo.

Accanto agli obiettivi di carattere strategico, FIFA ha promosso anche alcune iniziative di sensibilizzazione rivolte al pubblico. Tra queste figurano il programma di piantumazione di alberi nelle città ospitanti realizzato insieme alla Arbor Day Foundation e la campagna che coinvolge le mascotte ufficiali del torneo per promuovere comportamenti più sostenibili tra tifosi e comunità locali.

Resta però da capire quale sarà il contributo effettivo di queste misure nel bilancio complessivo del torneo.

Lo studio: i Mondiali 2026 potrebbe aver emesso oltre 9 milioni di tonnellate di CO₂

In attesa dei dati ufficiali della FIFA, uno dei riferimenti più citati è il rapporto FIFA’s Climate Blind Spot, realizzato da New Weather Institute. È importante sottolineare che lo studio è stato pubblicato prima dell’inizio del torneo e che, di conseguenza, non rappresenta una misurazione ex post delle emissioni effettivamente generate. Le cifre riportate dagli autori sono infatti stime previsionali costruite sulla base del format della competizione, delle distanze tra le città ospitanti, dei flussi attesi di tifosi e delle modalità di trasporto considerate più probabili.

Secondo gli autori, il Mondiale nordamericano avrebbe generato almeno 9,02 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, quasi il doppio rispetto alla media delle quattro edizioni disputate tra il 2010 e il 2022, pari a 4,71 milioni di tonnellate. L’aumento stimato è del 92%, rendendo quella appena conclusa la Coppa del Mondo con il maggiore impatto climatico mai organizzata.

A incidere sarebbe stata soprattutto la struttura stessa del torneo: 48 squadre, 104 partite e sedici città distribuite in tre Paesi diversi. Numeri che hanno portato a grandi spostamenti, principalmente via aerea. Lo studio attribuisce infatti 7,72 milioni di tonnellate di CO₂ agli spostamenti di tifosi, squadre, staff e operatori. Per fare un confronto, nelle edizioni precedenti i voli valevano mediamente 1,82 milioni di tonnellate. L’espansione del torneo da 32 a 48 squadre e la distribuzione delle partite in numerose città di Paesi diversi hanno quindi fatto crescere le emissioni del trasporto aereo tra il 160% e il 325% rispetto ai Mondiali precedenti.

Gli autori sottolineano inoltre che queste sono stime prudenti. Applicando una metodologia che considera l’effetto climatico complessivo dell’aviazione, incluse le emissioni non-CO₂ in quota, il bilancio del torneo potrebbe arrivare addirittura a 15 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, circa il 70% in più rispetto allo scenario base.

Se le emissioni operative del Mondiale sono elevate, secondo il New Weather Institute il vero impatto climatico dell’evento si nasconde però nei suoi partner commerciali.

In un aggiornamento pubblicato il 10 luglio 2026, quando il torneo era ancora in corso, il think tank ha provato a stimare il contributo climatico associato ai principali sponsor della competizione. Secondo gli autori, quattro sponsor ad alta intensità carbonica potrebbero essere associati complessivamente a circa 42 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, oltre quattro volte le emissioni attribuite all’organizzazione del torneo.

La quota maggiore riguarda Aramco, cui lo studio attribuisce un potenziale impatto di 34,7 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, cioè circa l’83% dell’intero impatto climatico degli sponsor. Accanto alla compagnia saudita vengono indicati anche Qatar Airways (3,7 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente), American Airlines (1,4 milioni) e Hyundai-Kia (2,3 milioni), considerate attività economiche ad alta intensità emissiva che, secondo la metodologia utilizzata dagli autori, vedrebbero aumentare vendite e ricavi grazie all’esposizione garantita dalla Coppa del Mondo.

Dal 2026 al 2034: il problema non finisce qui

Secondo gli autori di FIFA’s Climate Blind Spot, il 2026 rappresenta soltanto l’inizio di una tendenza destinata a proseguire.

Le stime indicano infatti 6,09 milioni di tonnellate di CO₂ per il Mondiale 2030 ospitato da Spagna, Portogallo e Marocco con le partite inaugurali in Sud America, e 8,55 milioni di tonnellate per l’edizione del 2034 in Arabia Saudita. In tutti i casi i valori rimangono nettamente superiori alla media storica delle ultime Coppe del Mondo.

Parallelamente cresce anche la vulnerabilità climatica degli eventi stessi. Lo studio segnala che 8 dei 16 stadi utilizzati nel 2026 richiederebbero interventi di adattamento climatico e che 6 impianti presentano condizioni di stress termico elevato per giocatori e spettatori.

Se le stime si riveleranno corrette, il Mondiale 2026 potrebbe rappresentare un punto di svolta nel dibattito sulla sostenibilità dei grandi eventi sportivi. Per avere un quadro definitivo sarà però necessario attendere la rendicontazione della FIFA. Solo allora sarà possibile capire quanto le previsioni formulate prima del torneo si siano avvicinate all’impatto reale della competizione.

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Arianna De Felice

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