Dubai vieta Instagram, TikTok e YouTube ai minori di 15 anni. E lo fa oggi, mentre l’Italia aspetta ancora


Ci sono decisioni politiche che si spiegano da sole. Questa è una di quelle. Nel mezzo di una crisi geopolitica che avrebbe giustificato qualsiasi distrazione dall’agenda interna, il governo degli Emirati ha trovato il tempo e la volontà di fare una cosa che decine di Paesi democratici, con parlamenti eletti e dibattiti pubblici accesi, non riescono ancora a portare a termine: proteggere i propri bambini dai social media con una legge che ha effetto reale, non dichiarazioni di intenti.

La risoluzione vieta ai minori sotto i 15 anni di creare o utilizzare account personali sulle piattaforme, con divieto di accesso all’interazione sociale, alla pubblicazione, ai commenti, alla condivisione e all’iscrizione a gruppi pubblici o canali aperti. Non è una limitazione. È un divieto. Chiaro, netto, immediatamente operativo sul piano normativo.

La norma si applica a tutte le piattaforme disponibili negli UAE, sia gratuite che a pagamento, che utilizzano sistemi algoritmici per mostrare o raccomandare contenuti. Il perimetro è ampio e deliberatamente onnicomprensivo: Instagram, TikTok, YouTube, Facebook, Snapchat, X ma anche qualsiasi piattaforma che si basi su algoritmi di raccomandazione, il che include sostanzialmente qualsiasi social network moderno.

I bambini tra i 15 e i 16 anni potranno accedere alle piattaforme in modo regolamentato e sicuro, con classificazione dei contenuti appropriata all’età, interazione con utenti sconosciuti disabilitata, regolazione del tempo d’uso e strumenti di controllo parentale.

Ci sono poi due elementi che spiegano meglio di ogni altra cosa la portata della risoluzione.

Primo punto: l’autodichiarazione dell’età non sarà accettata come metodo valido di verifica. È la risposta diretta al problema che ha reso inefficaci tutti i tentativi precedenti: chiunque può scrivere una data di nascita falsa su un form. Sembra strano ma per una volta gli UAE dicono esplicitamente che non basta. Le piattaforme dovranno implementare meccanismi di verifica reali, accurati, non aggirabili con un click.

Il secondo: il consenso dei genitori non esenterà i figli dai divieti o dalle restrizioni previste dalla risoluzione. Questo è il punto più radicale di tutta la norma. Significa che non esiste una scappatoia parentale: un genitore non può autorizzare il proprio figlio di 13 anni ad avere un account Instagram. Il divieto è assoluto, non derogabile, non negoziabile con una firma su un modulo.

Le piattaforme social avranno 12 mesi per adeguarsi progressivamente ai nuovi standard, in coordinamento con le autorità competenti, garantendo la preparazione tecnica e normativa. Gli Emirati non stanno introducendo una misura isolata. Stanno seguendo e in alcuni casi anticipando una tendenza globale che si è accelerata nel corso del 2026 in modo senza precedenti.

Il primo Paese al mondo ad approvare un ban sui social per i minori è stato l’Australia, con una legge entrata in vigore nel dicembre 2025 che fissa a 16 anni l’età minima. Da quel momento si è aperta una rapida sequenza di provvedimenti simili in diversi Paesi. La Francia ha approvato il divieto sotto i 15 anni a gennaio 2026. La Turchia ha approvato restrizioni per i minori di 15 anni ad aprile. L’Indonesia vieta l’accesso sotto i 16 anni da marzo 2026. La Malesia ha implementato il divieto sotto i 16 anni dal primo giugno. La Danimarca si prepara al divieto sotto i 15 anni. La Grecia ha annunciato il ban sotto i 15 anni da gennaio 2027. La Spagna prevede il divieto sotto i 16 anni. E tre giorni fa, il 15 giugno, il primo ministro britannico ha annunciato il ban per gli under 16.

Gli UAE diventano così il primo Paese arabo a introdurre un divieto nazionale di account social personali per i bambini più piccoli. In una regione che non brilla storicamente per apertura alle libertà digitali ma che in questo caso si trova ad agire per ragioni di tutela, non di censura, è un segnale che merita di essere letto con attenzione.

Il provvedimento si inserisce inoltre in un quadro normativo più ampio: il 2026 è stato dichiarato dagli UAE “Anno della Famiglia”, e una legge federale sulla sicurezza digitale dei bambini ha già istituito il Child Digital Safety Council per coordinare gli sforzi di protezione tra governo e settore privato.

Detto tutto questo, c’è un elefante nella stanza che nessun governo – emiratino, australiano, francese o britannico – ha ancora risolto in modo convincente: la verifica dell’età funziona davvero?

La risposta onesta è: dipende da come viene implementata. E qui la norma emiratina è più ambiziosa delle altre proprio perché esclude esplicitamente l’autodichiarazione e impone alle piattaforme la responsabilità diretta di implementare sistemi efficaci. Ma “sistemi efficaci” è una formula che nasconde complessità tecniche enormi. La verifica tramite documento d’identità è la più sicura ma la più invasiva dal punto di vista della privacy. I sistemi basati su AI che stimano l’età dalle foto sono imprecisi. Le app di verifica collegate all’identità digitale nazionale, modello che la Danimarca sta sperimentando con la collaborazione dell’UE, sembrano le più promettenti ma richiedono infrastrutture che non esistono in tutti i Paesi.

Gli UAE hanno 12 mesi per rispondere a questa domanda. Si tratta di una finestra temporale equilibrata: sufficiente per adeguarsi, ma non tale da rallentare l’entrata in vigore effettiva. Ma il successo della norma dipenderà interamente da quello che succede in quel periodo: se le piattaforme implementeranno sistemi reali o se cercheranno scorciatoie che rendono il ban teorico.

E l’Italia, intanto, cosa fa? Come sempre direi, “cautamente” aspetta. Il disegno di legge 1136, firmato dalla senatrice Lavinia Mennuni di Fratelli d’Italia con 22 cofirmatari e il sostegno bipartisan delle opposizioni, è fermo all’ottava commissione permanente del Senato dall’ottobre 2025. Più di otto mesi di stallo. Il testo prevede il divieto di attivazione di account social sotto i 15 anni, la verifica dell’età tramite un mini-portafoglio nazionale e la nullità dei contratti stipulati da under 15.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, circa 100.000 adolescenti italiani tra i 15 e i 18 anni sono a rischio dipendenza da social media. Il 79% degli italiani è favorevole al divieto, secondo il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes.

Il 79% degli italiani si dichiara favorevole, in un consenso sostanzialmente bipartisan; una proposta di legge già scritta, già firmata, già discussa in commissione… e ancora ferma.

Oggi il Cabinet di Dubai ha fatto in una sola riunione ciò che il Senato italiano non riesce a fare da oltre otto mesi. E non si tratta di sistema politico, almeno non soltanto. Si tratta soprattutto di priorità e della volontà concreta di intervenire quando si ritiene di sapere quale sia la scelta giusta.

l risultato, in Italia, continua a essere la paralisi decisionale: tutti d’accordo sul principio, nessuno d’accordo sui dettagli. È la frase che racconta tutto e che, oggi, a confronto con la notizia che arriva da qui, da Dubai, suona più amara del solito.


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 Carlo Scavone

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