Breve e travolgente
(la mia stagione in Alpinismo)
di Marco Bernardi
(pubblicato sull’Annuario del CAAI 2025-2026)
Ho vissuto la mia esperienza alpinistica a cavallo degli anni ’80 del 1900. Raccontare di un periodo trascorso ormai da quasi mezzo secolo è complicato, i ricordi non sono tanto lucidi ed è difficile rivivere quelle emozioni senza cadere nella nostalgia. È certo però che sia stato un momento della mia vita molto intenso, totalizzante, quando la passione per la montagna ha costituito la ragione esistenziale alla mia vita. Il mio alpinismo non è durato molto, è stato un innamoramento finito presto, e come tutti le passioni brevi ma intense, mi ha lasciato in regalo ricordi bellissimi.
Tutto iniziò nel 1965. Ero un bambino e la mia famiglia in quegli anni passava le estati a Cesana Torinese, in una casa in affitto, un po’ periferica, sulla sponda del torrente Ripa. Trascorrevamo i mesi d’estate in quel luogo magico. Mio padre ci raggiungeva nei weekend e passava con noi le ferie di agosto. Quando c’era lui, c’erano anche auto e autista, e si facevano belle escursioni nel circondario. Quel giorno eravamo andati a San Sicario, allora solo un gruppo di baite alpine sui verdi pendii che portano al Fraitève.
Al ritorno, seduto in auto con il naso al finestrino, potevo ammirare la sottostante valle. Era pomeriggio inoltrato e la luce radente illuminava formazioni nuvolose dal colore arancione intenso. I raggi dorati del sole fendevano il cielo blu e la vetta possente dello Chaberton proiettava la sua ombra, dando alla valle un aspetto austero e magnifico. Ero estasiato. Quel paesaggio mi affascinava, la sua grandiosità gli conferiva autorevolezza, e i forti contrasti lo rendevano misterioso. Sentivo il desiderio di esplorarlo, di salire su quella montagna e scoprirne i segreti. Un’esperienza che non passò senza danni.
A 9 anni dichiarai così di voler fare la guida alpina e a nulla valsero le spiegazioni di una zia escursionista che questo lo poteva fare solo chi era nato e vissuto in montagna.
A 12 anni un amico di mio padre mi regalò il libro di Bonatti, Le mie montagne, e mi immedesimai totalmente in quel mondo: un alpinismo che incarna una visione stoica, a cui molti valori della mia educazione rigidamente cattolica si adattavano alla perfezione, e dove il Monte Bianco rappresentava il terreno privilegiato per esprimere tali valori.
Il Monte Bianco era nei miei sogni, lo salii per la prima volta lungo la via italiana del Gonella nel 1975 insieme ad un vicino di casa, amico di mio padre e molto meno esperto di me. Arrivammo al rifugio Gonella con tempo pessimo e dovemmo restare una giornata ad aspettare condizioni migliori. Il brutto ci prese anche il giorno dopo e la vista dalla vetta non fu soddisfacente. Comunque, una grande avventura! Iniziarono alcuni anni nei quali dedicavo ogni ora del mio tempo a pensare alla montagna, a leggere di montagna, ad andare in montagna, a parlare di montagna.
Il servizio militare lo passai quasi sempre in montagna, in inverno gare di biathlon (25 km, sci da sci alpinismo e fucile da 7 kg sulle spalle), poi, superati i test da istruttore militare di alpinismo, passai la primavera ad arrampicare sulla Rocca Sbarua nel pinerolese, e l’estate in Val Veny. Dalla Val Veny, pur avendo licenza ogni weekend, non tornai mai a casa; la cosa fantastica era che la funivia di Punta Helbronner era gratuita per i militari!
Via degli Svizzeri al Grand Capucin, Sud della Noire, Pilier Gervasutti al Tacul, furono belle salite a volte fatte con compagni di fortuna trovati sul posto, vivendo le avventure un po’ matte dei ragazzi di vent’anni. Ricordo che con Luciano Pezzica, al ritorno dal Grand Capucin, perdemmo l’ultima funivia della domenica sera: la cosa era grave perché il lunedì dovevamo presentarci in adunata alle 8, e se non fossimo stati presenti saremmo andati incontro a provvedimenti seri: avevamo il terrore di essere rimandati al reparto di appartenenza…. in pianura!
Riuscimmo a prendere la prima funivia del mattino, poi autostop e corsa sino alla caserma. Ci cambiammo come dei fulmini e piombammo tra le file in adunata appena in tempo. Credo che tutti sapessero e che in realtà fossero molto preoccupati: vedendoci vivi e vegeti tirarono un sospiro di sollievo e fecero finta di niente. Quell’anno riuscimmo a chiudere il corso di alpinismo militare portando tutti gli allievi in vetta al Monte Bianco, ed erano trent’anni che ciò non accadeva!
Nel 1979 potevo dire finalmente di essere un alpinista, avevo scorrazzato significativamente in giro per le Alpi e conosciuto e arrampicato con personaggi importanti. Alla fine dell’anno avevo un’idea in testa: si parlava tanto di una parete mitica, la Sud del Fou, che rappresentava l’ondata di novità che gli americani avevano portato sulle Alpi. Era ormai settembre e non trovavo un compagno con cui salirla, così cercai di convincere un amico del mio periodo scoutistico, Fabrizio Gualandi: 18 anni, persona forte, stoico oltre ogni immaginazione, con grande spirito avventuroso. Unico problema: aveva iniziato ad arrampicare da poco: avremmo dovuto adottare lo stile californiano, dove il secondo spesso sale sulle corde fisse usando i “jumar”. Detto fatto, qualche arrampicata di allenamento in palestra e verso metà settembre partimmo.
Il refuge du Requin era già chiuso ma il locale invernale era aperto: quella notte c’eravamo solo noi. Alle prime luci attaccammo il canale, Fabrizio seguiva senza problemi però, una volta sotto lo strapiombo iniziale, lo vidi un po’ perplesso, ma ormai il dado era tratto. Le giornate non erano più molto lunghe, e era ormai quasi buio quando arrivammo a una scomoda e aggettante piccola cengia in mezzo a lisce placche qualche tiro sotto la vetta. Dissi a Fabrizio che era ora di fermarsi, lui sbarrò gli occhi: “ma dormiamo qui?” gli risposi che non vedevo alternative. Il morale comunque era alto, il più era fatto e alle prime ore del giorno seguente saremmo stati in vetta. Ma intanto il cielo si era un po’ velato, durante la notte cadde qualche raro fiocco di neve che mi preoccupò non poco: falso allarme, al mattino il sole splendeva.
Avrei voluto fermarmi ancora una notte al refuge du Requin, nel silenzio di questo luogo fatato dove non c’era anima viva, e assaporare la gioia di quella salita, ma Fabrizio voleva tornare, tanto da caricarsi entrambe le corde e tutto il materiale, e partire. In fondo era comprensibile…
In Val Ferret esisteva una baita nel bosco, era la baita di Gianni Comino. Gianni la affittava e la metteva a disposizione di tutti. Ne aveva fatto una base per coloro che avevano bisogno di un tetto sotto il quale buttare il loro sacco a pelo, magari anche per una sola notte. Gianni era carismatico, silenzioso, e amava il ghiaccio. Studiava medicina, era impegnato nel sociale… modesto e schivo oltre ogni misura, cercava luoghi dove l’azione diventa imponderabile, gli eventi imprevedibili, gli esiti indeterminabili. Era di quegli anni l’idea di utilizzare attrezzi che permettessero di salire pareti di ghiaccio verticali e strapiombanti, e quel mondo si confaceva alla sua ricerca. La piolet traction aveva aperto a Gianni la possibilità di frequentare un ambiente etereo e dai connotati mistici. Aveva coinvolto Gian Carlo Grassi in questa sua idea di salire i seracchi, ma era preoccupato, perché Gian Carlo aveva famiglia, e non gli disse nulla il giorno in cui partì per la sua visionaria ultima avventura…
Gian Carlo Grassi, più eclettico di Gianni, era estroverso e trasmetteva entusiasmo in chi lo frequentava. Molti lo considerano parte del movimento del “nuovo mattino”, ma in realtà Gian Carlo era incuriosito da ogni aspetto legato alla montagna, dalle pareti di fondovalle ai pericolosi seracchi del Monte Bianco. Il suo approccio non faceva parte della filosofia del “nuovo mattino”, rimaneva quello in cui per salire una montagna è giusto soffrire, lottare e anche rischiare. La qualità più saliente di Gian Carlo, quella che mi aveva attratto, era quella di esploratore. Gianni e Gian Carlo erano una magnifica cordata, molto unita, si compensavano a vicenda. Per un attimo fugace feci parte anche io di quel gruppo, ne assaporai l’intensità e la bellezza, e quando, un paio di anni fa feci una passeggiata al bivacco Gianni Comino in Val Ferret e vidi appese le foto di Gianni e Gian Carlo dentro al bivacco, un sussulto emotivo mi prese e non riuscii a trattenere le lacrime.
Nel 1979, per quanto riguarda l’arrampicata su ghiaccio, io ero rimasto al periodo prearcaico, cioè intagliavo scalini quando necessario. Vedevo però i nuovi sviluppi e sapendo usare fresa e tornio, mi ero costruito un martello da ghiaccio in acciaio al nichel-cromo-molibdeno, quello usato per gli ingranaggi e gli alberi di trasmissione, per intenderci. Manico in Nylon piantato a caldo, scivolosissimo. Avevo anche costruito 4 viti dello stesso pesante materiale. Mio padre aveva completato l’opera facendo trattare termicamente i manufatti e rendendoli adatti per attaccarci un camion. Il martello da ghiaccio era indistruttibile. Lo conservo ancora, piccolo, pesantissimo, più o meno inutile. Ma lo avevo usato sulla nord del Gran Paradiso, quando ancora esisteva la via Diemberger, e quindi andava bene, almeno per piantare i chiodi. Conobbi Gianni e Gian Carlo alla fine del 1979. Decisero che potevo imparare a scalare su ghiaccio. Gianni vide il mio martello da ghiaccio e me ne regalò uno che credo pochi o nessuno ricordino: il Maclnnes Peck, attrezzo scozzese adatto alle salite sul Ben Nevis. Gianni lo prediligeva e lo usava ovunque.
Vagabondare con loro in valli secondarie, in un periodo invernale nel quale le Alpi ritornavano ad essere quel territorio selvaggio che avevano trovato i primi alpinisti, in cerca di canali ghiacciati e cascate di cristallo, mi riportava a quella visione avuta da bambino, a quell’attrazione verso un mondo austero e misterioso. A dicembre Gian Carlo era convinto che lassù, in fondo al vallone di Sea scendesse dalla Ciamarella una perfetta “goulotte”. Camminammo sino al bivacco Soardi per scoprire che la realtà è effimera: della goulotte neanche l’ombra. Per me era bello comunque essere lì con quei due, nella grandiosità della montagna invernale. Dormimmo al bivacco, poi Gian Carlo disse che, visto che eravamo lì, potevamo fare “due passi” sulla nord della Ciamarella: era sempre una bella montagna e sarebbe servita da allenamento. Naturalmente, vista la semplicità della via, i due partirono senza neanche tirare fuori la corda. Su un tratto dove il ghiaccio duro affiorava, Gianni vide che non ero proprio a mio agio, e mi si affiancò chiedendomi se andava tutto bene: ovvio che sì, gli risposi…
Poi, verso metà dicembre, Gian Carlo vide una cascata che scendeva dal Dome de Moulinet. La cascata era sormontata da un canale facile che portava in vetta, a circa 3400 metri di quota.
Ore 5, partenza dal rifugio Daviso, prime balze facili, poi a Gian Carlo sfuggì la giacca in piuma che scivolò sino in fondo alla parete. Gianni attaccò la candela verticale iniziale, che non pensavo si potesse salire. Si impegnò non poco mentre il tempo passava. Uscimmo sul canale e in conserva raggiungemmo la vetta che si stava facendo notte. Intanto si era alzato un vento teso che portava tormenta. La discesa dal Dome de Moulinet passa dal versante francese, quindi scendemmo sul versante opposto al quale eravamo saliti e arrivammo sul ghiacciaio che era ormai buio. La tormenta che nel frattempo si era scatenata riduceva a pochi metri la poca visibilità creata dalla frontale, lo non sapevo dove ero e cosa stavo facendo, ma per Gian Carlo, senza giacca, non c’era problema, l’importante per non congelare è non fermarsi mai. Pigliò una direzione che solo lui sapeva dove portasse e noi dietro. Verso le 2 di notte sbucammo su una punta che Gian Carlo riconobbe: la Punta Clavarino, a 3200 metri. Il vento non mollava ma Gian Carlo era ormai tranquillo, sapeva come tornare al Daviso. Alle 4 del mattino, 23 ore dopo la partenza, rientravamo al rifugio. Grazie Gian Carlo! Alla mattina Gian Carlo si alzò presto per riprendersi la giacca alla base della parete. Fine della gita.
A fine gennaio era ora di fare cose serie, così partimmo per il Monte Bianco. Salimmo al Ghiglione per tentare il Pilier d’Angle per qualche variante nuova che non avevo idea di dove potesse passare ma che si rivelò inesistente. Il tempo per giunta non era dei migliori. Gianni propose una via diretta sotto i seracchi del Col della Brenva. lo non avevo voce in capitolo ma ero, manco a dirlo, incoscientemente entusiasta. Alle 2 iniziammo a salire, passammo la terminale ma nel buio sentimmo qualcosa lassù che si staccava… Gianni mi disse di buttarmi nella terminale cosa che facemmo tutti. Ci passò sopra qualcosa. Breve consulto e si decise che non era il caso di insistere…
E poi venne la Scozia. Era il secondo anno che Gianni e Gian Carlo organizzavano una settimana di scalate al Ben Nevis e quell’anno avevano 5 clienti. Mi proposero di aiutarli, pagandomi tutte le spese. Ci pensai un po’, qualche secondo, e accettai. Dopo una settimana di salite difficoltose dovute a temperature troppo tiepide, era sopraggiunto il vento del nord che aveva serrato in una morsa di ghiaccio la montagna. Era il momento giusto per Orion Face Direct! Gianni e Gian Carlo decisero che ne avevo viste abbastanza e che potevo condurre una cordata su quella parete. Stabilirono che a legarsi con me fosse Anne-Lise Rochat, la più leggera, che divenne poi una delle poche donne dell’Accademico, e che purtroppo, anche lei, non è più tra noi. Era incredibile come quello strato di ghiaccio di alcuni centimetri permettesse di salire su tanta verticalità: il peck che mi aveva regalato Gianni era perfetto per quelle condizioni. Lo strato di ghiaccio però nascondeva e otturava le fessure dove si sarebbero potute fissare le protezioni ed è questo che rappresenta una delle difficoltà più grandi di quella parete. Eravamo ormai a circa cento metri dalla base e parallelamente a noi, a qualche decina di metri, saliva un’altra cordata. Sentivo colpi di martello un po’ affannati e una certa agitazione. Poi un grido e un corpo che volava nel vuoto. Il secondo di cordata si era slegato, perché non avrebbe mai potuto reggere il colpo, e lì rimase. Il primo di cordata non toccò la parete, impattò sul ripidissimo scivolo di neve sottostante, e rotolò sino al fondo del pendio qualche centinaio di metri più in basso.
Anne-Lise non l’aveva presa troppo bene, ebbe un momento di sconforto. Gianni e Gian Carlo, che salivano davanti a noi, chiesero se era tutto ok. Le loro voci rincuorarono Anne-Lise, così proseguimmo; scendere di lì comunque non sarebbe stato semplice. Alla sera ci dissero che la caduta non era stata mortale anche se non immune da conseguenze serie: il ripidissimo e liscio pendio di neve aveva evitato il peggio. Nella memoria mi rimane scolpita l’ultima immagine che ho di Gianni in montagna: sulla vetta del Ben Nevis, nella luce ormai tendente al rosso della sera, lui che mi batte una mano sulla spalla e mi dice: “bravo Marco!” Gianni ci lasciò qualche giorno dopo, salendo verso la vetta del Monte Bianco per un itinerario inimmaginabile e impossibile che supera gli enormi seracchi della Poire. Stefano De Benedetti, sciatore estremo e suo grande amico, che lo aveva accompagnato sino al Rifugio Ghiglione, ci disse che era ormai praticamente fuori dalle difficoltà e qualcosa era andato storto. Gianni era conscio di ciò che faceva, voleva assaporare quel limite che si avvicina alla morte, quasi che lì si possa trovare il significato della vita. Gianni non disse mai a Gian Carlo cosa avesse intenzione di fare, sapeva che Gian Carlo avrebbe voluto partecipare, ma sapeva anche che non era giusto, per Gian Carlo le cose erano diverse… Più tardi arrivò una cartolina dalla Scozia firmata da Gianni, ma il Monte Bianco se lo era già preso, quella mattina del 28 febbraio del 1980.
Il 1980 fu l’anno in cui feci cordata con Gian Carlo, la passione era tanta e lui era un vulcano che eruttava idee in continuazione, sempre un sacco di progetti nel cassetto: facemmo alcune prime, sulla parete nord delle Rocce Nere del Breithorn, sulla Punta Welzenbach dell’Aiguille Noire de Peutérey. Sul Monte Nero di Piantonetto riuscii a salire una lunghezza molto dura e improteggibile coi mezzi di allora e Gian Carlo disse che potevamo darla settimo grado… allora parlare di settimo grado era sacrilego: ci aveva provato Ivan Guerini con la sua bellissima via al Precipizio degli Asteroidi, sollevando un vespaio.
Fare alpinismo mi coinvolgeva totalmente. Mi attirava in parte la visione di Gianni, quella di trovarsi da solo in ambienti selvaggi, dove le emozioni e le percezioni divengono potenti, e tutto dipende da te e dalla tua capacità di prendere decisioni. Non accettavo però l’eccessiva influenza di pericoli oggettivi, fuori da ogni controllo. Da un punto di vista tecnico, quello che non mi piaceva troppo del salire sul ghiaccio era anche l’eccessiva dipendenza da protesi artificiali. Il “ghiaccio” richiede intuito e sensibilità nel capire le condizioni e l’itinerario, ma spesso il finale dipende anche dalla fortuna, come mi accorsi sul tiro chiave durante l’apertura della via sulla Cascata del Frêney. Volevo fare una solitaria e la roccia era a me più congeniale. Prima del Monte Bianco avrei però avuto bisogno di una prova generale per vedere come avrei reagito.
Il pilastro sud della Barre des Écrins è bellissimo, alto 1100 metri, in una zona poco frequentata che porta oltre i 4000. Non ero mai stato da quelle parti e andare in un posto nuovo per me è da sempre stimolante. Fu perfetto: un bivacco alla base, una salita senza problemi in una giornata di sole, trovarsi nel pomeriggio in vetta da solo e poi divallare nel candore del Glacier Blanc.
Ero pronto per il Monte Bianco.
Vi erano due pilastri sul Mont Blanc du Tacul senza una prima solitaria: la Mellano-Perego al Pilier a Tre Punte e il Pilier Sans Nom, che portava sino in vetta, una via di Grassi, Comino, Piana e Zimaglia qualche anno prima. Erano uno di seguito all’altro. Mi venne l’idea di concatenarli, del resto il Pilier a Tre Punte lo avevo già salito e lo conoscevo. Partii di buon’ora con l’attrezzatura per stare via un paio di giorni, ma alla sera ero già di ritorno al rifugio Torino, dove trovai Gian Carlo con un cliente. Fu grandioso ricevere i suoi entusiastici complimenti a caldo!
In quegli anni esisteva il vangelo secondo Gaston Rébuffat che si intitolava le 100 vie più belle del Monte Bianco. Erano in ordine crescente di difficoltà e impegno, secondo Rébuffat ovviamente, ma Rébuffat era affidabile. La salita numero 100 era il Pilone Centrale del Frêney: ci potevo provare. Incontrai Umberto Valocchi, se ricordo bene al campeggio di Val Veny, che fu della partita. Lo salimmo in giornata, per il periodo non così scontato. Fu l’unica fantastica salita fatta insieme, ci trovammo bene in quella avventura ma stranamente non ebbi più occasione di scalare in quota con Umberto.
Quando frequentavo le medie, tornando da scuola, passavo sempre davanti ad una cartoleria che vendeva anche libri, ed in vetrina ve ne era uno che mi attirava: il titolo era Scalate nelle Alpi di Giusto Gervasutti. Un giorno passai di lì con mio padre, gli indicai il libro, e lui me lo comprò. Sprofondai nel racconto di Gervasutti, mi piaceva la sua visione eroica, ero attirato dalla sua ricerca di un significato non solo dell’alpinismo ma soprattutto dell’esistenza. In fondo al libro c’era la sua salita più bella, un triangolo verticale, che si staglia 2000 metri sopra la Val Ferret: la parete est delle Grand Jorasses. Nel 1975 la Rivista della Montagna aveva pubblicato il racconto di Pete Boardman e Joe Tasker, che fecero la terza salita, dalla prima del 1942. Bordman e Tasker nel 1976 avevano realizzato la salita più impressionante che si potesse immaginare in quel periodo, la parete ovest del Changabang, quindi il fatto che ci avessero messo tre giorni a fare la est faceva pensare a una parete davvero dura, o almeno che fosse difficile trovare la via giusta, insomma tutto sembrava decisamente complicato. L’unica relazione che esisteva era in effetti poco chiara e allora non era come oggi, trovare documentazione era estremamente difficile.
Ripresi il libro di Gervasutti, lessi e rilessi il suo racconto e mi feci da me un tracciato dell’itinerario. Verso fine agosto prevedevano alcuni giorni di alta pressione stabile sul Bianco. Preparai il materiale che mi avrebbe permesso di stare sulla montagna per 3 giorni, non dissi niente a nessuno, ma prima di uscire di casa scrissi un biglietto e lo lascia sul tavolo della cucina. Mia madre lo trovò e lo lesse: c’era scritto “sono andato sulla Est delle Jorasses, torno tra qualche giorno”. A mia madre bastava sapere dove fossi per stare tranquilla…
Salii i 2000 metri di dislivello che portano al Col des Hirondelles, destreggiandomi tra i crepacci del ghiacciaio dove non c’era traccia. Riuscii a dormire un po’. La parete incombente mi metteva una certa ansia, qualche ripensamento c’era, ma la domanda che mi feci fu: come sarebbe stata la mia vita se fossi tornato indietro e non avessi neanche tentato? Alle prime luci stavo salendo la parte iniziale, quella che chiamano Y, e il sole stava scaldando i pendìi sommitali; dovevo fare in fretta. Alcuni massi staccatisi dai pendìi sommitali mi passarono come “proiettili” piuttosto vicino, ma non c’era più alcun ripensamento da parte mia, nell’azione tutto era diventato chiaro, tutto procedeva come previsto. Come Sisifo spingevo la mia pietra verso la vetta, ed ero felice di farlo. Mi assicurai su tre tiri, per il resto salivo e recuperavo lo zaino. Dopo l’ultimo strapiombo abbandonai il materiale usato a superarlo per fare più in fretta. La parete era ormai in ombra e le placche sommitali erano coperte da verglass; per attraversarle fu necessario un pendolo. Alle 6 di sera ero in vetta alla Walker, nessuno, il mondo ai miei piedi… carpe diem! Arrivai al rifugio Boccalatte con le ultime luci. Era molto affollato, non c’erano più letti per dormire. Il gestore mi chiese da dove venissi e gli raccontai della Est. Mi disse: “Vieni con me, questa notte dormi nella mia branda”.
Qualche giorno dopo mi chiamò Gian Carlo, disse che dovevamo tentare subito la Cascata del Frêney, perché c’erano dei francesi che la stavano “puntando”. Si trattava di Afanasieff e forse anche altri. Meglio essere in tre però. Renzo Luzi, ottimo ghiacciatore, con il quale vissi anche molte altre avventure tra cui una sulle cascate in Norvegia, era appena tornato dalle vacanze in Calabria con la moglie, quindi, come si può immaginare, era perfettamente acclimatato per il Monte Bianco. Renzo comunque non se lo fece ripetere due volte.
La cascata del Frêney fu la cosa più rischiosa che mi capitò in montagna. Arrivammo alla base della cascata verticale con le prime luci dall’alba. Era settembre ma la temperatura era un po’ alta per i 4500 metri di quota. Partii sul primo tiro verticale assicurato da Renzo su un ghiaccio un po’ troppo tenero. Man mano che salivo il ghiaccio diventava sempre più spugnoso e la verticalità non accennava a diminuire. Ero a 20 metri dalla base e iniziò a venire giù acqua dall’alto; non riuscivo a mettere più alcuna vite da ghiaccio per assicurarmi. Riuscii a venirne fuori infilando il manico della picozza nel ghiaccio putrido. Quando salirono Renzo e Gian Carlo il ghiaccio non teneva più; a Renzo si staccarono le picozze un paio di volte e rimase appeso nel vuoto. Gian Carlo tolse una vite senza svitarla. La parte superiore però, più inclinata e meno esposta al sole, ci permise di proseguire. Gian Carlo e Renzo superarono i successivi due tiri di corda velocemente e presto fummo fuori dalle difficoltà. Arrivammo in vetta raggianti! Renzo però non stava benissimo, un po’ di mal di montagna forse, diceva che sentiva un peso al torace… dal mare di Calabria alla vetta del Bianco può succedere. Divallammo velocemente verso il rifugio Gonella e tutto passò.

Ormai la stagione per il Bianco era terminata, quell’anno finì con la salita del Nose e di Salathé su El Capitan, nell’Eldorado dell’arrampicata: Yosemite.
Il Monte Bianco, però rimaneva per me il terreno dove il mito aleggiava, dove la storia dell’alpinismo era iniziata e dove allora sembrava ancora si stesse evolvendo. Per i miei 22 anni, il Monte Bianco, sulle Alpi, era ciò che più si avvicinava ad un terreno di avventura, in alcuni settori si poteva assaporare ancora un mondo selvaggio, isolato, per sentirsi un esploratore che apre nuove strade per l’umanità. I racconti di Cassin, Gervasutti, Bonatti, Desmaison, Rébuffat ne avevano fatto giustamente il mito. L’anno successivo avrei voluto fare una salita solo, su una via semisconosciuta e difficile, nel posto più selvaggio. Durante l’inverno, a fine gennaio, avevo salito la via Gogna-Armando allo Scarason, facendone la prima solitaria e prima invernale. Era un’altra via poco conosciuta con una sola ripetizione, che mi riportava a quel bambino che voleva esplorare la montagna austera e misteriosa. Durante il bivacco a poche lunghezze dalla vetta, disteso nell’amaca, avevo pensato al grande versante del Frêney e ai suoi piloni. Della Frost-Harlin del ’63, sul Pilier Dérobé, si sapeva poco, se non che aveva avuto una sola ripetizione in 18 anni. Era stata un’altra bellissima impresa degli americani di Yosemite sul Bianco, che rappresentava l’evoluzione che loro vi avevano portato.
Ero ben allenato, nell’estate del 1981, cascate ghiacciate in inverno, arrampicate con tante vie nuove in Sardegna insieme ad Alessando Gogna e a un gruppo eterogeneo di arrampicatori naif, ero anche stato in Cecoslovacchia a scalare sulle magnifiche torri di arenaria. Ma in alta quota avevo fatto poco se si esclude la Bonatti al Grand Capucin, in cordata con Anne-Lise. Avevo tentato di fare il più possibile in libera ed ero riuscito con 8 chiodi di progressione che per il periodo non era male: Jean-Claude Droyer nel 1977 ne aveva usati 9. Anche sul Bianco stava diventando importante salire in libera.
Il Pilier Dérobé roteava nella mia testa, ma non ero sicuro di essere abbastanza acclimatato per quelle difficoltà a così alta quota. Il pomeriggio del 5 agosto, Paolo Gualandi, fratello del famoso Fabrizio dell’Aiguille du Fou e anche lui amico scout, volle accompagnarmi al rifugio Ghiglione. Era un gesto molto bello che suggellava la nostra amicizia. Lo salutai, e gli affidai dei messaggi per alcune persone, nel caso non fossi più tornato. Certo, pensavo di tornare, ma questo genere di salite comporta una percentuale di rischio di non poter mantenere la promessa, sono sempre stato cosciente di questo e ritengo che faccia parte del “gioco”.
Paolo mi disse poi che lo salutai come se stessi partendo per il fronte. Salii al Col de Peutérey dove mi fermai a dormire un po’ aspettando l’alba. Nella notte vidi delle luci partire dal Ghiglione, qualcuno stava salendo al colle: pensai che l’ambiente era meno solitario di quello dello scorso anno alla Est delle Jorasses. I primi raggi del sole mi illuminarono all’attacco della via. Le lunghezze di artificiale, con difficoltà sino ad A3, erano in parte chiodate, ma la maggior parte degli ancoraggi era vecchio e poco stabile, da risistemare o sostituire.
Salivo autoassicurandomi, poi fissavo le corde, scendevo e risalivo recuperando il materiale piazzato. Infine, tiravo su lo zaino. L’ambiente era grandioso. Sul vicino Pilone Centrale sentivo il vociare di una cordata e ci scambiammo un saluto. In vetta al Pilier Dérobé lasciai la corda da 11 mm e mi tenni solo il cordino da 7 mm; ero un po’ stanco, forse la quota… Arrivai di nuovo sulla vetta del Monte Bianco nel tardo pomeriggio, non c’era nessuno. Era la quinta volta che mi trovavo sulla cima, il Bianco ora era anche un po’ mio, con la cascata del Frêney e con questa solitaria sentivo di averlo scoperto, esplorato e conosciuto. Ci sarei tornato ancora alcuni giorni dopo passando dalla Nord del Pilier d’Angle, ma questo fu il momento “magico”. Un’altra notte alla capanna Vallot dopo quella con Umberto scendendo dal Pilone Centrale, allora sporca, fredda e piena di vomito congelato sul pavimento. Alle prime luci iniziai a scendere verso Chamonix, con calma, senza fretta, assaporando quel tragitto, culla dell’alpinismo.

Qualcosa stava cambiando in me e iniziavo a non provare più quella passione che ti spinge al tuo limite, la stessa che portò Gianni Comino a tentare il seracco della Poire. L’accettazione del rischio in montagna, come ogni cosa dove esiste un rischio significativo di perdere la vita, passa attraverso uno schema psicologico che coinvolge la figura dell’eroe. Il “viaggio” dell’eroe è motivato dalle emozioni che lo spingono verso ciò che per lui è sconosciuto, nella “inconscia” percezione che questo avrà ricadute positive sull’evoluzione della specie.
Questa spinta “emotiva” proviene dal contesto sociale, e da ciò che Jung definisce inconscio collettivo, ma che a me piace più considerare come “coscienza collettiva”, quella di un organismo superiore ai singoli individui costituito dall’unione degli stessi. Questa “coscienza collettiva”, di cui il singolo non ha consapevolezza razionale, ha spinto i grandi esploratori del passato, gli astronauti pionieri dei viaggi spaziali, e spingerà quelli che un giorno forse atterreranno su Marte, come chi ha combattuto ed è morto per un ideale, per una fede ma anche altri che hanno immolato la propria vita per cause che ci paiono inutili o assurde. Ognuno di loro era certamente incline all’idea che la vita sia un prezzo possibile e accettabile sulla via verso un obiettivo trascendente a loro stessi. Esiste quindi un valore evolutivo, che stabilisce la necessità che esistano individui che considerano la loro vita meno importante dell’obiettivo da raggiungere. Questi individui accettano la spinta emotiva generata dalla coscienza collettiva. Questa spinta emotiva fa sì che l’individuo compia azioni estreme senza conoscerne la validità a priori.
Questo è essenziale dove si esplora o si esperimenta poiché nessuna motivazione razionale può avere la stessa efficacia della spinta emotiva: razionalmente non si può spiegare il vantaggio di tali azioni, non conoscendo ancora ciò che si scoprirà. Nel momento in cui l’individuo cerca di stabilire se la propria rischiosa azione abbia senso oppure no, cioè se vale la pena rischiare la vita, allora non è più utile come “esploratore” per la specie. Questo modello di comportamento, che io considero “eroico”, resta un valore a prescindere dalla razionale comprensione dell’obiettivo, e come tale costituisce un archetipo che richiama interesse e attenzione.
Pensate al video di Alex Honnold in solitaria sul Capitan. Esso non mette in evidenza la capacità tecnica in arrampicata, quelle difficoltà sono già state salite da tempo e molti sono in grado di superarle, e non mostra la scoperta di ambienti sconosciuti, ma è una straordinaria testimonianza di come la coscienza collettiva, che agisce su Alex con i suoi archetipi, possa spingere un individuo verso una passione così travolgente da portarlo a fare qualcosa di apparentemente inutile, rischiando moltissimo.
Sapere che qualcuno sa arrampicare slegato per mille metri su una parete verticale di granito non serve a una specie che possiede elicotteri, ma l’esistenza di individui con pulsioni così forti da accettare un altissimo rischio per seguire un’emozione inconscia è un valore evolutivo importante: possiamo dire che questa è una straordinaria espressione di “coraggio”. Questo genere di azioni richiama attenzione, che ne riconosce il valore e attiva meccanismi economici che, sfruttando questa attenzione, ne permettono il perpetrarsi.
Il grande alpinismo è un “gioco”, non uno sport. Lo sport serve per misurarsi con altri della stessa specie, il gioco serve per esplorare la realtà. Lo sport è immanenza, il gioco è trascendenza. Il gioco si trasforma in sport quando inizia a non avere più nulla di nuovo da scoprire, e diventa importante quantificare il valore di ogni singolo aspetto che lo compone, con la competizione tra individui, valore anch’esso essenziale al processo evolutivo ma, a mio sentire, meno “nobile”. L’alpinismo è stato ed è terreno di gioco intorno a tre grandi valori evolutivi:
– Esplorazione: cercare ciò che è sconosciuto ed esserne attratti; questo oggetto della curiosità non è motivato da un fine diverso dalla sola necessità di sapere.
– Coraggio: portare la propria ricerca al limite, saper soffrire, lottare, fino a considerare la propria vita un prezzo accettabile da pagare.
– Intelligenza: saper sviluppare le abilità di adattamento, di organizzazione e le tecniche necessarie a raggiungere lo scopo.
L’alpinismo mantiene in vita questi valori. Il riscontro mediatico delle imprese alpinistiche trasmette questi valori ad un pubblico più vasto, tenendoli vivi nella collettività: questa a mio avviso è la ricaduta sociale che giustifica coloro che Lionel Terray chiama “i conquistatori dell’inutile”.
Frequentai ancora il Bianco l’inverno successivo: con Renzo Luzi salii il Supercouloir al Tacul e poi il Couloir Nord Direct del Dru. Sul Dru pensavamo di salire la Nord classica, ma non leggendo le relazioni, avevo attaccato il diedro verticale della Diretta, così continuammo su quella. Uscii dai diedri strapiombanti con un esposto passaggio su una stalattite che scendeva dal couloir superiore. Era ormai quasi notte e decidemmo di andar di conserva, senza fare tiri di corda, mettendo una vite da ghiaccio ogni 25 metri. Raggiungemmo la Brèche a notte fatta e, non vedendo più nulla, bivaccammo in modo molto scomodo, scoprendo al mattino, poco più avanti, un ampio terrazzino.
Sulla Nord delle Jorasses poi non ero mai stato e avevo un cliente che voleva fare il Linceul, così a fine febbraio lo salimmo: grandioso e selvaggio ambiente invernale. Pensavo di uscirne in giornata ma vidi che il cliente aveva qualche difficoltà e decisi di procedere con cautela, così arrivammo al Col des Hirondelles col buio e dovemmo bivaccare senza saccopiuma. Scavammo una truna, e non fu poi così male.
L’ambiente invernale del Monte Bianco era affascinante, ma iniziavo a sentire che qualcosa stava cambiando, forse in me, forse anche nell’ alpinismo. Le esperienze che stavo facendo non aggiungevano cose nuove a ciò avevo già vissuto e per andare oltre nella ricerca avrei dovuto accettare rischi troppo alti, verso i quali non avevo più la spinta emotiva necessaria, ma che nemmeno potevo comprendere: stavo razionalizzando troppo.
Dopo quelle salite, il Monte Bianco aveva perso quel fascino di mistero per il mio modo di intendere l’alpinismo, che era, e resta con convinzione, quello che oggi molti considerano sbagliato, etichettandolo come “eroico”, termine che attualmente ha preso connotazioni negative.
Vidi delle foto delle Torri di Trango. Ne parlai con Renzo Luzi e andammo da Beppe Tenti per capire come si potesse organizzare, come ottenere il permesso e quanti soldi ci sarebbero voluti. Lo reputai troppo complicato. Avevo qualche sponsor che mi copriva giusto l’indispensabile per vivere. Erano tempi nei quali trovare soldi per un certo tipo di alpinismo non era semplice, magari per un Ottomila ci si poteva riuscire, ma per delle torri di soli 6000 metri che, data la difficoltà, presentavano un alto rischio che andasse buca, pareva molto difficile. Oggi penso che, se fossi riuscito ad andarci, forse avrei continuato a fare alpinismo, alla ricerca di cime austere e misteriose. Ma è probabile che non ci sia andato perché privo della giusta determinazione.

L’alpinismo sulle Alpi stava cambiando: l’impresa alpinistica classica, per dire qualcosa non ancora vissuto e sperimentato, doveva accettare rischi molto alti, rischi che l’inconscio porta a considerare solo se contemporaneamente si percepisce (a ragione o a torto) di stare aprendo strade nuove per la collettività. Le Alpi stavano diventando un terreno troppo ristretto. L’alpinismo poteva al massimo esprimere evoluzioni che riguardassero la tecnica di arrampicata o la velocità di progressione. Imprese di grande valore sportivo presero piede, come la salita in tempi record della Ovest del Petit Dru, o concatenamenti di grandi vie classiche, non difficili per gli autori. Si iniziò ad utilizzare lo spit sulle splendide placche granitiche del Bianco, cercando ciò che si poteva trovare arrampicando in falesia. Si iniziò persino a scalare su roccia con gli attrezzi da ghiaccio, inventando il dry tooling.
Qualche impresa di stampo classico che diceva qualcosa di nuovo ci fu, penso a Casarotto, al trittico del Frêney in solitaria invernale, ma si trattava delle ultime possibilità. Cercando il suo limite in un alpinismo solitario di confronto estremo con la montagna, Casarotto si rivolse soprattutto al di fuori delle Alpi, dove le dimensioni eccezionali sperimentate sul Frêney erano la normalità.
Già sul finire degli anni ‘70 nel mondo alpinistico erano nati movimenti che cercavano di eliminare la lotta, la sofferenza e il rischio propri dell’alpinismo, ma che volevano proporre tale visione come una evoluzione dell’alpinismo, una strada che si interruppe presto. Gian Piero Motti, il teorico di ciò che viene chiamato “il nuovo mattino”, non resse alla delusione della perdita emotiva che questo comportava: lui aveva vissuto l’alpinismo, era persona intelligente, ed ora rifiutava questa parte della sua vita sperando di trovare nella “pace con l’alpe” le stesse intense emozioni, ma questo non era possibile. Coloro che nel gruppo non avevano vissuto l’alpinismo, e non avevano le aspettative di Gian Piero, non capirono. Il tentativo di Gian Piero fu una nuova ricerca che in parte tentava di addomesticare la realtà. Gian Piero fu onesto ma la contraddizione che ne scaturì ebbe il sopravvento: Gian Piero non trovò più altre emozioni che valessero la pena di continuare a vivere.
Del resto, le strade possibili per un’evoluzione dell’alpinismo sulle Alpi erano due, ma tutte e due trasformavano l’alpinismo in sport.
Da un lato fare più velocemente ciò che era già stato fatto. Come esempio recente si può ricordare l’exploit di Kilian Jornet che sale tutti i Quattromila delle Alpi in 19 giorni, per itinerari per lui abbastanza facili. Personalmente, non considero questa un’evoluzione dell’alpinismo, quanto invece un’eccezionale performance sportiva.
Una seconda opzione è portare al limite la tecnica di arrampicata, attraverso l’eliminazione totale del rischio, creando così nuovi sport che nulla hanno a che fare con lo spirito originario dell’alpinismo.
Così la fase che mi portò a ricercare il mio limite in alpinismo era terminata e la mia vita prese un’altra direzione. Mi piaceva molto arrampicare, e a questo mi dedicai negli anni successivi. Non senza “turbamenti”, insieme ad Andrea Mellano, che fu un grande alpinista, e a Emanuele Cassarà, grande giornalista sportivo, si generò l’idea che, come in qualsiasi altro sport, anche l’arrampicata dovesse avere le sue competizioni. Inizialmente io non ero certo della necessità di vere e proprie gare di arrampicata, ma Andrea ed Emanuele mi convinsero che uno sport senza competizioni ufficiali non ha senso perché lo spirito stesso dello sport è quello di educare al valore (evolutivo) della competizione.
Nei paesi dell’est vi erano delle gare, ma basate solo sulla velocità, che non è ciò che gli arrampicatori considerano importante nella loro attività. Cercai di identificare dei parametri di giudizio della prestazione, che inizialmente furono “difficoltà” e “stile”; poi Andrea ed Emanuele vollero inserire anche la “velocità”. Andrea si occupò dell’organizzazione logistica, Emanuele della comunicazione dell’evento al mondo, io della parte sportiva vera e propria: preparai regolamento e “terreno” di gara. Nel 1985 l’arrampicata ebbe così le sue prime gare alla Parete dei Militi di Bardonecchia (Sport Roccia ’85), e presto divenne ufficialmente sport. La battezzammo Arrampicata Sportiva, più adatto dell’etichetta originale di arrampicata libera (free climbing).
Concludo con tre considerazioni.
Esiste ancora possibilità di evoluzione del grande alpinismo classico sulle Alpi e sul Monte Bianco? Bene, dopo tutto quanto espresso, a mio avviso questa possibilità non esiste. Certo ognuno può vivere la sua evoluzione individuale, scoprire i propri limiti personali, ma non è più possibile realizzare qualcosa di davvero nuovo, di valore qualitativamente superiore, un’impresa che abbia, oggi, lo stesso rilievo che la Nord delle Jorasses ha avuto per Cassin, o il Pilastro al Dru per Bonatti.
Ma allora, si può ancora evolvere il grande alpinismo? Esiste la possibilità di salire una montagna in cui i valori di esplorazione, coraggio e intelligenza siano presenti tutti contemporaneamente a un livello superiore a quanto già realizzato in precedenza? Difficile, ma credo di sì. Vi sono persone che continuano la ricerca di questo limite al di fuori delle Alpi: non conosco bene le nuove realizzazioni e il loro valore, ma in ambito italiano Matteo Della Bordella è certamente una di queste persone. Ve ne sono sicuramente altre, animate dalla stessa visione. Noto però una certa confusione nel distinguere ciò che è evoluzione dell’alpinismo da ciò che è invece una grande performance sportiva.
Credo che l’alpinismo abbia significato per l’umanità, almeno nel momento in cui un’attività che mette insieme esplorazione, coraggio e intelligenza, è in grado di trasmettere questi valori alla società.
L’alpinismo in quest’ottica è una forma d’arte, ed ha il significato che hanno le più alte espressioni artistiche.

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