Per anni abbiamo raccontato le aree interne attraverso ciò che mancava. Meno infrastrutture, meno servizi, meno opportunità di lavoro, meno giovani. Territori spesso in fondo alle classifiche economiche e sociali del Paese, segnati dallo spopolamento e da un progressivo arretramento della presenza pubblica.

Eppure, c’era qualcosa che continuava a fare la differenza.

La sicurezza. La tranquillità delle nostre città. La possibilità di vivere i centri abitati senza paura, lasciare che i ragazzi uscissero la sera, attraversare una piazza senza percepire pericolo. Una qualità della vita costruita anche sulla forza delle relazioni sociali e sul senso di comunità.

Mentre perdevamo terreno su molti indicatori, continuavamo a conservare un vantaggio fondamentale: qui si viveva bene e ci si sentiva sicuri.

Oggi anche questa certezza comincia a vacillare.

Gli episodi di violenza che si sono susseguiti negli ultimi giorni – risse, accoltellamenti, persino spari – non possono essere archiviati semplicemente come una successione di fatti di cronaca. E sarebbe altrettanto sbagliato ricondurli esclusivamente alla presenza di cittadini stranieri: le cronache raccontano episodi che coinvolgono italiani e stranieri.

Ridurre tutto a una questione di nazionalità rischierebbe di distogliere l’attenzione dal problema reale: il ripetersi di fenomeni di violenza in comunità che hanno sempre fatto della sicurezza e della tranquillità uno dei propri tratti distintivi.

Non bisogna alimentare paure né costruire emergenze. Ma minimizzare sarebbe un errore altrettanto grave.

Quando determinati episodi iniziano a ripetersi, cambia la percezione dello spazio pubblico. Cambiano le abitudini delle famiglie, dei giovani, degli anziani. Cambia il rapporto con la propria città.

Ed è allora che la sicurezza smette di essere soltanto una questione di ordine pubblico.

Nelle aree interne la sicurezza è un’infrastruttura sociale.

È parte della qualità della vita, un fattore di attrattività, una delle ragioni per cui una famiglia decide di restare, un giovane può immaginare di costruire qui il proprio futuro, un’impresa sceglie di investire.

Se vivere in un’area interna significa avere meno servizi, meno collegamenti e meno opportunità e, contemporaneamente, perdere anche la tranquillità che ha sempre caratterizzato questi luoghi, viene meno una delle ragioni fondamentali per continuare a viverci.

Per questo non basta presidiare le strade per qualche sera dopo l’ennesimo episodio di violenza.

Non servono fiammate di attenzione che durano il tempo dell’emergenza: qualche pattuglia in più, controlli straordinari e poi il ritorno alla situazione precedente.

Serve vigilanza permanente.

Servono uomini, mezzi, prevenzione, conoscenza del territorio e una presenza dello Stato riconoscibile e continuativa. La sicurezza non può essere amministrata secondo la logica dell’emergenza. La politica deve avere la capacità di leggere i cambiamenti e chiedere risposte prima che un problema diventi emergenza.

Ed è qui che entra in gioco la rappresentanza.

Da anni parliamo del deficit di rappresentanza delle aree interne. Ma il problema non è soltanto essere poco rappresentati. È capire come vengono rappresentati questi territori e quali interessi vengono realmente difesi.

Per troppo tempo la politica per le aree interne è stata identificata quasi esclusivamente con risorse, incentivi e programmi straordinari. Tutto necessario, ma non sufficiente.

Rappresentare un territorio significa anche proteggerne il patrimonio sociale, difenderne la qualità della vita e garantire la presenza delle istituzioni. Significa accorgersi dei cambiamenti prima che diventino emergenze e impedire che arretrino, uno dopo l’altro, quei presìdi che tengono in piedi una comunità.

Abbiamo già perso popolazione, servizi, sportelli, opportunità e pezzi importanti della presenza pubblica. Non possiamo permetterci di perdere anche la sicurezza.

È anche su questo terreno che si misura la qualità della rappresentanza: non soltanto nella capacità di chiedere nuove risorse, ma nel difendere ciò che non possiamo più permetterci di perdere.

Le aree interne, del resto, non sono soltanto territori che chiedono allo Stato di essere protetti. Sono esse stesse un presidio di sicurezza nazionale.

Migliaia di piccoli e medi centri abitati, comunità radicate, territori vissuti e attività economiche diffuse costituiscono una rete fondamentale per la tenuta sociale del Paese. Quando una comunità si indebolisce e un territorio si svuota, non perdiamo soltanto abitanti. Perdiamo presenza, controllo, economia e coesione sociale.

Anche per questo lo spopolamento non è soltanto un problema demografico. Un territorio abitato è un territorio vissuto, curato, presidiato. Un territorio progressivamente abbandonato diventa inevitabilmente più fragile.

La presenza dello Stato nelle aree interne non può diminuire insieme alla popolazione. Semmai dovrebbe accadere il contrario.

Le aree interne hanno bisogno di lavoro, infrastrutture, sanità, scuole e servizi. Hanno bisogno di una prospettiva economica che consenta alle nuove generazioni di restare. Ma hanno bisogno, prima di tutto, di continuare ad essere luoghi nei quali valga la pena vivere.

La sicurezza è parte essenziale di questa promessa.

Possiamo recuperare un ritardo infrastrutturale, creare nuove opportunità, ricostruire servizi. Molto più difficile è ricostruire la fiducia di una comunità quando viene perduta.

Gli episodi di questi giorni sono quindi un segnale da non sottovalutare. Non per invocare risposte emergenziali, ma per chiedere una strategia stabile di prevenzione e controllo del territorio.

E su questo la politica e le istituzioni territoriali sono chiamate a una responsabilità comune. Occorre costruire una posizione condivisa, chiedere con continuità uomini, mezzi e presìdi adeguati e riportare la sicurezza tra le priorità del territorio.

Perché se viene meno anche uno degli ultimi grandi vantaggi delle nostre comunità, il confine tra territori in bilico e territori senza futuro diventa sempre più sottile.

La sicurezza e la vivibilità del nostro territorio richiedono una voce sola: quella di tutte le istituzioni, unite nel difendere ciò che non possiamo permetterci di perdere.

Pasquale Lampugnale – Intergruppo parlamentare Sviluppo Sud, Aree fragiliIsole minori




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