La diplomazia climatica europea in Asia Centrale: sicurezza energetica o nuovo colonialismo verde?


Nell’era della crisi climatica e dell’instabilità geopolitica, la sicurezza energetica è diventata uno dei capitoli centrali della politica estera europea. Dopo l’inizio della guerra in Ucraina e la conseguente riduzione delle forniture di gas russo, Bruxelles non si limita a diversificare le rotte di importazione, ma accelera la transizione verso le rinnovabili. Su questo terreno si intreccia anche la competizione tra le grandi potenze , Cina, Russia, per l’influenza e gli investimenti in Eurasia, con l’Asia Centrale che emerge come uno snodo geopolitico sempre più rilevante. La regione, ricca di potenziale per la produzione di energia pulita da sole, vento, acqua e persino idrogeno verde, attira crescente attenzione.

La domanda di fondo, secondo Ebrahim Rezaei Rad, dottorando in Relazioni Internazionali e docente universitario specializzato in studi energetici, è se queste collaborazioni nascano davvero da un partenariato paritario e orientato alla sostenibilità, o se dietro la facciata “verde” si nasconda una nuova forma di colonialismo energetico.

Gli strumenti della diplomazia climatica europea.

Con il Green Deal europeo del 2019, l’Unione ha fissato l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2050, puntando sulla riduzione delle emissioni e su una quota crescente di rinnovabili nel mix energetico. Questa agenda non riguarda solo le trasformazioni interne all’Unione, ma ha ridisegnato anche i rapporti con i paesi terzi, Asia Centrale in primis. Tra gli strumenti messi in campo, il Global Gateway , presentato come alternativa alla Belt and Road Initiative cinese , punta a sviluppare infrastrutture sostenibili nei paesi in via di sviluppo. In quest’ambito, Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan hanno attratto investimenti soprattutto per impianti eolici e fotovoltaici, mentre lo sviluppo dell’idrogeno verde resta un obiettivo strategico per un’Europa che vuole ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Anche il vertice di Samarcanda viene citato come tappa significativa nell’espansione degli investimenti europei in rinnovabili nella regione.

La nuova strategia UE per l’Asia Centrale prevede inoltre una cooperazione rafforzata su protezione ambientale, biodiversità, gestione sostenibile del territorio e collaborazione scientifica, sostenuta da strumenti come il Fondo Europeo per gli Investimenti, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e partnership con grandi aziende come Siemens e TotalEnergies.

Il potenziale dell’Asia Centrale.

Nonostante economie storicamente legate ai combustibili fossili, i paesi della regione hanno oggi la possibilità di diventare un polo regionale per l’energia pulita. Il Kazakistan può contare su circa 300 giornate di sole l’anno, il Turkmenistan dispone di importanti risorse idriche lungo il Mar Caspio, mentre l’Uzbekistan ha avviato piani per impianti eolici nelle proprie aree desertiche. A questo si aggiungono i giacimenti di litio e terre rare, fondamentali per la filiera globale delle tecnologie verdi: l’accordo strategico tra UE e Kazakistan su idrogeno verde e materie prime critiche conferma il peso del paese nelle strategie europee, così come gli accordi su energia e trasporti firmati negli ultimi anni. Se gestita correttamente, sostiene l’autore, l’Asia Centrale potrebbe diventare non solo esportatrice di energia pulita ma vero partner tecnologico dell’Europa , un percorso che richiede però infrastrutture adeguate, investimenti consistenti e trasferimento di tecnologie moderne. In questo quadro si inserisce l’investimento europeo di 12 miliardi di euro in rinnovabili nella regione. I dati attuali mostrano comunque che, nonostante l’alto potenziale, i Paesi centroasiatici restano fortemente dipendenti da petrolio, gas naturale e carbone, con l’eccezione di paesi come il Tagikistan, che si sono orientati alle rinnovabili più per mancanza di accesso ai fossili che per scelta strategica.

Il rischio del “colonialismo verde”.

È qui che l’analisi di Ebrahim Rezaei Rad introduce il suo nodo critico. In superficie il quadro appare positivo , investimenti, occupazione e trasferimento tecnologico , ma secondo l’autore restano criticità strutturali. Il concetto di “colonialismo verde” descrive situazioni in cui i Paesi sviluppati, attraverso strumenti climatici e progetti di energia pulita, finiscono per mobilitare risorse e capacità dei paesi in via di sviluppo a proprio vantaggio, senza che una quota significativa dei benefici torni ai paesi ospitanti. Il rischio si accentua quando grandi progetti solari o di idrogeno verde vengono pianificati in aree disagiate senza coinvolgere le comunità locali. L’autore segnala casi concreti in Kazakistan in cui l’impatto sociale e ambientale di grandi impianti solari non sarebbe stato adeguatamente valutato, e terreni destinati a turbine eoliche o pannelli fotovoltaici in Uzbekistan e Kazakistan che risultavano essenziali per l’agricoltura o gli insediamenti locali, senza che le autorità ne tenessero conto. Un parallelo, scrive Rezaei Rad, con lo sfruttamento coloniale delle risorse petrolifere del Novecento , con la differenza che oggi questo sfruttamento si presenta sotto una veste verde e il linguaggio della sostenibilità.

Un approccio davvero diverso, o la storia che si ripete?

I sostenitori della diplomazia climatica europea ribattono che questa cooperazione si distingue dai modelli coloniali del passato, citando la trasparenza dei quadri normativi e ambientali europei e l’obiettivo di lungo periodo della riduzione delle emissioni globali. Restano però aperte, secondo l’autore, le domande sull’effettiva applicabilità di queste norme e sul ruolo reale che i Paesi centroasiatici possono giocare nella definizione dei progetti. Se questi Stati restano semplici fornitori di energia, e non diventano partner tecnologici e dell’innovazione, non si può parlare di un’interazione realmente equa.

Le proposte per un riequilibrio.

Per evitare che la cooperazione UE-Asia Centrale scivoli verso un modello di colonialismo verde, l’analisi propone una revisione del modo in cui i progetti vengono concepiti e realizzati. Tra le raccomandazioni: creare meccanismi di partecipazione attiva delle comunità locali nelle decisioni sui progetti rinnovabili; garantire un trasferimento tecnologico reale, e non solo lo sfruttamento delle risorse locali; rafforzare gli organismi di controllo locali per valutare gli impatti ambientali e sociali; definire meccanismi che assicurino benefici economici di lungo periodo per i paesi della regione; sviluppare istituzioni regionali multilaterali capaci di negoziare collettivamente sui temi climatici ed energetici.

foto di distelAPPArath da Pixabay.com


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 Francesca Serra

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