C’è un modo elegante di prendere possesso di qualcosa: non comprarlo, ma stabilire chi ha il diritto di giudicarlo. È la differenza tra chi costruisce un mercato e chi ne scrive la grammatica. Dal 18 al 20 giugno, la terza edizione della Rome Conference on AI, Ethics, and Governance ha portato nella Capitale centinaia tra ricercatori, dirigenti d’impresa, giuristi e uomini di Chiesa, attorno a una parola che fino a ieri sembrava estranea al vocabolario della Silicon Valley: etica.
E già questo, a ben vedere, è il fatto più rilevante. Perché quando l’industria più potente e meno regolata del nostro tempo sente il bisogno di parlare di morale, non lo fa per scrupolo. Lo fa perché ha inteso la coscienza come fattore produttivo, al pari di qualsiasi altro asset.
Un’unica tesi per una conferenza itinerante
Non bisogna sottovalutare la geografia di questo incontro. La conferenza non si è tenuta in un anonimo centro congressi, ma ha attraversato Roma in processione (laica). L’itinerario è già una tesi.
Si è aperta a Palazzo Altemps, sede del Museo Nazionale Romano, tra le statue dell’antichità: il luogo della memoria e della cultura. È proseguita al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove il ministro Adolfo Urso ha inaugurato la giornata dedicata all’intelligenza artificiale nei settori
industriali e agli investimenti: il luogo dello Stato e del mercato. E si è chiusa alla Casina Pio IV, in Vaticano, mettendo in dialogo i vertici dell’industria tecnologica e il mondo religioso: il luogo della coscienza.
Cultura, potere, coscienza. Passato, presente, futuro. «Roma coniuga passato, presente e futuro», ha sintetizzato Paola Severino, già ministro della Giustizia, tra le voci di apertura. È un percorso che dice molto: la tecnologia che ha imparato a correre torna nella città che custodisce, da millenni, l’arte di durare. Va a cercare, tra le rovine e gli altari, ciò che a Palo Alto non si trova: una legittimazione che non sia soltanto di mercato.
Chi ha convocato il rito
A fondare e organizzare la Rome Conference non sono università o fondazioni filantropiche. Sono due studi legali: lo statunitense Wilson Sonsini Goodrich & Rosati, sessant’anni di storia, oltre mille avvocati, lo studio-simbolo della Silicon Valley, e Libra Legal Partners, riunite nella Foundation for AI, Ethics and Governance. A co-presiedere, un partner di Wilson Sonsini.
Non è un particolare neutro, significa che il presidio dell’etica dell’intelligenza artificiale non è più materia da convegno accademico, ma una funzione professionale, con i suoi specialisti ed il suo posizionamento competitivo. In altri termini, assistiamo ad una dinamica risalente ma sempre attuale: se un fenomeno (o un asset, come lo è l’AI in questo caso) sfugge alla possibilità di essere controllato, allora ecco che si tenta di indirizzarlo, attraverso protocolli o “interpretazioni bloccate”.
Sul piano delle idee, il vero scontro non è andato in scena tra chi è favorevole e chi è contrario all’intelligenza artificiale, come sembra essere di moda fare oggi nell’agorà pubblica, ma tra due filosofie del governo della tecnologia.
Da un lato la posizione che ha attraversato gran parte dei lavori, riassunta con nettezza da Severino: non bisogna rallentare lo sviluppo degli algoritmi, ma fare in modo che si rispettino i diritti umani. Accelerare, regolando. Correre, ma con la cintura allacciata.
Dall’altro, a poche centinaia di metri e a poche settimane di distanza, la voce di Leone XIV. Con l’enciclica Magnifica Humanitas, il Pontefice aveva usato un verbo assai più radicale: «disarmare» l’intelligenza artificiale, sottrarla alla logica della competizione, e, quasi eresia in un mondo che ha fatto della velocità l’unico valore, invitare a rallentare quando tutto accelera. E non si tratta di un’uscita estemporanea. Quando, nel maggio del 2025, Robert Prevost scelse di chiamarsi Leone, lo fece guardando a Leone XIII: come la Rerum Novarum aveva affrontato la questione operaia nel pieno della prima rivoluzione industriale, così la Chiesa intendeva rispondere a quella che il nuovo Papa definì «un’altra rivoluzione industriale», quella dell’intelligenza artificiale.
Magnifica Humanitas, firmata non a caso nel 135° anniversario di quel documento, traduce l’intuizione in atto magisteriale. Ed al centro non c’è la macchina, ma ciò che chiama «paradigma tecnocratico»: la soglia oltre la quale l’efficienza diventa misura del valore e l’uomo comincia a pensarsi come un progetto da ottimizzare, anziché come una persona.
Sono due grammatiche incompatibili. La prima considera la velocità un dato di fatto e l’etica un correttivo. La seconda considera la velocità stessa il problema. Non è una sfumatura: è la differenza tra mettere un guard-rail su un’autostrada e domandarsi se quell’autostrada vada costruita.
E su questo terreno, del resto, la Santa Sede era arrivata per prima. Il Rome Call for AI Ethicsconiò la formula dell’«algoretica» e fissò sei principi, dalla trasparenza alla responsabilità, facendoli sottoscrivere ai colossi della tecnologia sotto l’egida vaticana.
Il capitale che impara a parlare di etica
Tra i temi affrontati: l’allocazione del capitale nell’innovazione responsabile, la fame di energia dei data center, le applicazioni nella sanità, gli effetti sul lavoro e sulle nuove generazioni. Nella sessione dedicata all’economia sedevano figure come un partner di Sequoia Capital e Dan Gallagher, chief legal officer di Robinhood.
A fare da prologo, una competizione internazionale, gli European AI RisingStars Awards, per premiare le startup europee più promettenti, pre-Series B, fondatori under 45. Tradotto dal “linguaggio dei convegni”: scouting di capitale di rischio sotto la copertura nobile dell’etica. Il che non è necessariamente un male, ma va chiamato con il suo nome.
Perché c’è una ragione finanziaria precisa dietro questo improvviso amore per la responsabilità? Dal 2 agosto 2026 l’AI Act europeo sarà pienamente applicabile, con la sua classificazione dei sistemi per livello di rischio. Da quel giorno, l’etica smette di essere un valore astratto e diventa una voce di bilancio: conformità, due diligence, responsabilità legale, reputazione. Chi avrà imparato per primo a maneggiare la grammatica morale dell’algoritmo non sarà soltanto più virtuoso. Sarà più competitivo.
Esiste una distinzione che la cronaca fatica a fare, e che questi tre giorni rendono visibile: quella tra chi agisce dentro il mercato e chi ne presidia il linguaggio. Costruire un modello, allocare capitali, lanciare un prodotto sono operazioni che avvengono dentro le regole. Stabilire quali siano quelle regole, e chi abbia titolo per scriverle, è un’operazione di ordine superiore.
Non è un’immagine nuova, del resto. Magnifica Humanitas si apre ponendo l’umanità di fronte a una scelta: innalzare l’ennesima torre di Babele, o edificare la città in cui l’uomo e la tecnica possano abitare insieme. Le tre giornate romane sono state, in fondo, un sopralluogo su quel cantiere. Con un’incognita non da poco: che i capomastri convocati abbiano più dimestichezza con i contratti che con le fondamenta.
E allora la domanda da portare a casa non è se l’intelligenza artificiale avrà una coscienza, sarebbe una lettura troppo povera, e ormai scontata. È se questo fiorire di etica serva davvero a custodire l’uomo, o a vendere meglio la macchina, rivestendo di parole alte una corsa che resta identica a se stessa.
Per chi costruisce aziende e carriere sull’intelligenza artificiale, e nei prossimi anni lo faremo quasi tutti, la lezione è netta: l’etica non è più un costo di compliance da minimizzare, ma il prossimo terreno su cui si deciderà chi vince e chi perde. Conviene impararne la grammatica. A patto di non dimenticare mai che una grammatica, da sola, non ha mai salvato nessuno: serve qualcuno che abbia ancora qualcosa di umano da dire.
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Giuseppe Giordano
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