Il libro è un esempio del livello della classe dirigente della destra italiana al governo, priva di una formazione scientifica seria, capace solo di mettere insieme idee altrui riscaldate e ridotte e a slogan, senza un vero quadro coerente di analisi e di azione, senza un programma che non sia raffazzonato e impreciso. Su temi strategici come il futuro dell’ambiente è una situazione davvero poco rassicurante.
Paola Giacomoni
«Non esiste un ecologista più convinto di un conservatore». Con queste parole Giorgia Meloni apre la prefazione al libro di Nicola Procaccini, L’ecologia dei conservatori, da poco pubblicato dalla casa editrice di Francesco Giubilei, e presentato dunque come il manifesto ufficiale dell’ecologia di Fratelli d’Italia. Il libro potrebbe essere interessante proprio perché la conservazione della natura può essere uno dei punti di vista possibili di un pensiero ecologista.
Mi sono interessata del libro anche perché in un’intervista radiofonica recente Procaccini ha affermato tra le altre cose che sulla Terra vivono oggi 7 miliardi di persone, mentre è ufficiale dal 2022 che abbiamo superato gli 8 miliardi.
Colpita da questa mancanza di aggiornamento su un dato demografico tanto rilevante, ho comunque acquistato e letto il libro che porta il sottotitolo Il ritorno al sacro della natura, pensando di trovare una presentazione di un ecologismo di destra finora in Italia non presente. Ma il mancato aggiornamento sul dato demografico corrisponde a una mancata preparazione su un tema su cui le pubblicazioni internazionali di ottimo livello sono ormai molto numerose.
Nicola Procaccini, europarlamentare, ex sindaco di Terracina, e stretto collaboratore storico di Giorgia Meloni, è responsabile del Dipartimento Ambiente ed energia di Fratelli d’Italia ma in questo libro decide non tanto di proporre il punto di vista dei conservatori cattolici sui temi ambientali tenendo conto della ricerca internazionale.
Più semplicemente sceglie di riportare quel poco che i conservatori hanno scritto sul tema, secondo uno stile per il quale ciò che conta non è la ricerca scientifica, ma ciò che la destra la pensa sull’argomento, con la solita «grande determinazione» di chi è convinto di presentare finalmente la verità sul tema, facendo piazza pulita delle fandonie della sinistra, senza citare fonti o dati a supporto delle affermazioni e con una bibliografia ridicola.
«Attribuire il riscaldamento globale all’attività umana è un’enormità senza fondamento: puro inquinamento culturale» (p.33).
Partendo così e identificando il pensiero ambientalista con quello, presente ma settoriale, della decrescita felice, l’ecologia appare come una delle trasformazioni della sinistra che da Marx è approdata all’ambiente mantenendo lo stesso approccio anticapitalista e contrario alla proprietà privata.
Benché ormai riconosciuto dagli scienziati di tutto il mondo sulla base di dati incontrovertibili, il riscaldamento globale di origine antropica è dunque solo una fandonia della sinistra, dato che invece ci troviamo in un’era interglaciale e «stiamo andando verso una nuova glaciazione» (p.38), nonostante i ghiacciai si stiano a gran velocità sciogliendo su tutto il pianeta. Ma questo non è evidentemente un dato rilevante.
Non solo. Anche per quanto riguarda le emissioni di gas serra, l’incremento non è dovuto alle scelte passate dei Paesi occidentali, che le presentano oggi in decremento, ma a Cina e India: senza tener conto del fatto che l’incremento nei Paesi più industrializzati è iniziato almeno dalla Rivoluzione industriale inglese e che quelle quantità rimangono nell’atmosfera per migliaia di anni (come in altro punto del testo è peraltro riconosciuto, p. 182) e senza tener conto della differenza tra emissioni globali ed emissioni pro capite, dove è ben chiaro che l’attuale incremento di Cina e India va considerato in proporzione alla popolazione.
Naturalmente nessun cenno si fa alle enormi iniziative di aumento delle rinnovabili in Cina, da tutti riconosciute, ma solo alla ferocissima concorrenza cinese su automotive e terre rare. La Cina, uno dei nemici più pericolosi.
Dunque il Green Deal europeo, indicato direttamente come follia ideologica, sta sacrificando la propria competitività per ridurre le emissioni di anidride carbonica mentre altri le aumentano. Insomma si tratterebbe di una visione colpevolista dell’Occidente che sta danneggiando chi emette di meno.
Tutto questo senza indicare le indispensabili fonti di dati. Dati che si sarebbero potuti trovare ad esempio nel recente libro di Hannah Ritchie, Non è la fine del mondo, Aboca 2024, che peraltro attenua le preoccupazioni catastrofiste di alcuni ma lo fa sulla base di una massa di dati di prima mano che possono essere analizzati e discussi, come si fa normalmente nella ricerca scientifica.
Ma sono cose che alla destra interessano poco, dato che il discorso è tutto e solo politico, e del resto l’attività di Procaccini al parlamento europeo è tutta volta a ostacolare le esecrabili ideologie del Green Deal. Del resto nemmeno Copernicus, il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea, secondo Procaccini è una fonte affidabile, anche lui ideologico.
Peraltro, c’è un testo rilevante che avrebbe dovuto essere il punto di riferimento per chi si proclama cattolico e cioè l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, che però ha ben altra impostazione ed è basata su ben altra ricerca, di respiro internazionale e senza preclusioni ideologiche, capace di abbracciare il pensiero ecologista contemporaneo senza rinunciare alla impostazione dottrinale cattolica.
Ma Papa Francesco viene citato solo per il «cazziatone» (!) fatto a chi chiedeva la benedizione per un cagnolino (p. 150) mentre all’enciclica si fa un generico cenno una sola volta (p.170) anche se si mantiene la terminologia di “ecologia integrale”, senza però che il tema della giustizia ambientale sia mai davvero tematizzato da Procaccini. Insomma anche Papa Francesco è molto di sinistra!
Infatti c’è un solo riferimento culturale, o meglio un solo filosofo, Roger Scruton, che, proprio in quanto esplicitamente conservatore, viene continuamente citato come una sorta di non discutibile guru che ha risposte a tutte le domande e imposta le basi del ragionamento, mentre Rousseau è ridicolizzato come il «santone» degli ambientalisti.
Da Scruton la tesi che gli esseri umani non sono parti del ciclo biologico in quanto creati a immagine e somiglianza di Dio, a differenza degli altri viventi, che di conseguenza non hanno diritti. Infatti la caccia è addirittura un «emblema dell’ecologia conservatrice» (p. 164). Così come l’aborto e l’eutanasia sono «contro natura» (p.71) e quindi in contrasto con ogni tipo di ambientalismo.
Queste sono in fondo le battaglie che contano a destra.
Del resto la stessa parola ecologia, interpretata come «occuparsi della propria casa» non indica, come invece è nell’enciclica papale, l’appartenenza alla Terra come casa comune, ma è intesa in un senso più ristretto l’idea di «conservare i propri valori, la propria casa, la propria famiglia» (p.93), intendendo la casa anche in termini di dimora concreta! E naturalmente cominciando da ciò che è più vicino, come aveva sottolineato, ricorderete, anche J.D. Vance che lo aveva attribuito ad Agostino, ricevendo da Papa Prevost la risposta che meritava.
È l’ideologia della «nazione» che ha proprio qui le sue basi. L’amore cristiano non è universale, come stupidamente ci avevano insegnato, ma strutturato a cerchi concentrici a valore decrescente.
Del resto anche l’uso dei testi biblici a supporto è sempre disinvolto: della Bibbia si cita solo la versione di Genesi 2,15 in cui si parla della coltivazione e della custodia del giardino dell’Eden, e si omette del tutto la versione di Genesi 1,28, citata invece correttamente e non censurata da Papa Francesco, che dove è esplicito l’invito divino a soggiogare la Terra e gli animali, riletto tenendo presente il contesto culturale ebraico dell’epoca.
Insomma si tratta di un ambientalismo superficiale e di facciata che infatti, quando si parla di energie alternative a quelle di origine fossile, «ancora necessarie», cita di corsa le rinnovabili ma soprattutto si ferma ampiamente sul nucleare, che diventa, nella versione a fissione, l’energia del futuro.
Questo in nome del famoso «buon senso» molto citato di recente, quasi fosse una dottrina precisa a cui rifarsi (quello è caso mai il senso comune, che è diverso) e non un riferimento generico alla capacità di giudicare con senso della misura, ma certo non universalizzabile, dato che, come osservano gli antropologi, può variare drasticamente da un popolo all’altro: non è detto che il buon senso dei siciliani sia uguale a quello dei valdostani, o magari, dato che siamo in Europa, a quello dei finlandesi.
O in nome del pragmatismo, termine anche questo ampiamente abusato, e inteso non tanto nel senso classico del primato dell’azione e dell’attenzione alle sue conseguenze, ma nel senso ristretto di sciolto da ogni criterio razionale che garantisca il rispetto di alcuni elementi di valutazione generale: insomma, una roba buona per ogni possibile compromesso al ribasso.
Il libro è un esempio del livello della classe dirigente della destra italiana al governo, priva di una formazione scientifica seria, capace solo di mettere insieme idee altrui riscaldate e ridotte e a slogan, senza un vero quadro coerente di analisi e di azione, senza un programma che non sia raffazzonato e impreciso.
Su temi strategici come il futuro dell’ambiente è una situazione davvero poco rassicurante.
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