Dall’Illinois alla Cantina del Gran San Bernardo: il sogno di Amy Sproston


Al chilometro 410 del Tor des Glaciers, quando la maggior parte degli atleti penserà soltanto a stringere i denti e arrivare fino a Courmayeur, Amy Sproston avrà una motivazione in più per continuare. L’ultra runner statunitense, considerata come una delle più note dell’ultimo quindicennio, campionessa mondiale IAU dei 100 chilometri nel 2012 e seconda alla Western States Endurance Run nel 2016, quest’anno correrà anche verso quella che sarà la sua nuova casa. Lungo la strada del Gran San Bernardo, a 2.205 metri di quota, sorge infatti la Cantina, l’edificio che si è aggiudicata all’asta e che sogna di trasformare entro il 2028 in un ostello e centro di allenamento dedicato al trail running e non solo. “Quest’anno cercherò semplicemente di correre fino a casa e poi un po’ più in là“. Dietro questa frase c’è però una storia che parte da molto lontano, dall’Illinois dove è nata, dalla cooperazione internazionale, dalla partecipazione al Tor des Géants, dai deserti del Medio Oriente e da una lunga serie di viaggi che, alla fine, l’hanno (ri)portata in Valle d’Aosta.

Il primo incontro con la Valle

La prima volta che Amy mette piede in Valle d’Aosta è nel 2012, in occasione dell’UTMB. “Io e un gruppo di amici trascorrevamo il weekend precedente la gara a Courmayeur. Pranzavamo a Maison Vieille e correvamo sui sentieri della zona, ma senza esplorare davvero il territorio”. Per anni il suo rapporto con la nostra regione rimane quello di molti atleti stranieri. Una visita di qualche giorno all’anno in occasione dell’UTMB, qualche allenamento in zona e poi il ritorno a casa.
La svolta, per lei, arriva nel 2018. Dopo aver partecipato nuovamente all’UTMB, decide di fermarsi per seguire un amica impegnata sui sentieri del Tor des Géants. “Fu allora che capii che dovevo tornare e vivere anche io questa esperienza in prima persona”. Lo farà l’anno successivo. “Mi sono innamorata così della Valle d’Aosta, dei suoi sentieri e dei suoi rifugi. Ad un certo punto ho capito che non era più soltanto un luogo dove allenarmi o voler gareggiare“.

Quando il sogno nasce in un appartamento ad Amman

Nel 2019 la vita di Amy scorre dall’altra parte del mondo. Si è appena trasferita ad Amman, in Giordania, dove lavora nella cooperazione internazionale legata alla crisi umanitaria siriana. L’arrivo della pandemia fa sì che la Giordania adotti alcune delle restrizioni più severe della regione e Amy trascorre lunghi periodi chiusa nel proprio appartamento. “Passavo molti fine settimana ad Amman sognando di essere all’aria aperta. L’unico posto in cui volevo trovarmi erano i sentieri della Valle d’Aosta”. Ed è in quel periodo che inizia a cercare immobili in vendita online. “Passavo ore sui siti immobiliari italiani. È stato allora che ho iniziato a immaginare seriamente di comprare una casa in Valle d’Aosta”. Un sogno che all’epoca sembrava quasi impossibile. “Non avevo idea di cosa avrei fatto per vivere o di come avrei potuto realizzarlo”.

Il 2019 coincide anche con la sua prima partecipazione al Tor des Géants, anno in cui ha affrontato i 330 chilometri delle Alte Vie 1 e 2, portando a termine la gara e classificandosi al 62° posto assoluto in 107h15’21’
‘. Tempo che le ha permesso di acquisire l’esperienza necessaria ed i requisiti tecnici per accedere negli anni successivi alla gara più dura del circuito, il Tor des Glaciers.

Una vita tra continenti

Amy non è soltanto una delle ultra runner più conosciute degli Stati Uniti. Nel corso della sua carriera ha vissuto e lavorato in numerosi Paesi, da San Salvador a Beirut, da Amman a Washington. Per anni ha lavorato per organizzazioni non governative e programmi internazionali finanziati dagli Stati Uniti. Nel 2022 torna in Oregon ed inizia un nuovo incarico presso una ONG sanitaria internazionale, ma dentro di lei il sogno italiano continua a riaffiorare.

Nel 2023 si presenta al via del Tor des Glaciers ed è annunciata come una delle atlete di punta. Nelle prime fasi è stata protagonista di un acceso duello per la testa della corsa con la svizzera Florence Golay-Geymond e durante la gara è transitata a lungo in seconda posizione, tallonando la leader. Con il passare dei chilometri ha subito un rallentamento e nonostante fosse rimasta a lungo in lotta per il terzo gradino del podio femminile, è stata infine costretta al ritiro.
Nel 2024 è tornata nuovamente a Courmayeur per tentare ancora la sfida dei 450 chilometri, venendo indicata ancora una volta tra i nomi di spicco della vigilia grazie alla sua grande esperienza. Amy Sproston ha iniziato la gara con determinazione, portandosi temporaneamente al comando della classifica femminile ma la sua corsa si è interrotta prematuramente durante la prima parte del percorso tra il Rifugio degli Angeli ed il Rifugio Bezzi dove ha dovuto “alzare bandiera bianca”, cedendo il passo alla svizzera Katja Fink e ritirandosi dalla competizione.

Tornata negli Stati Uniti, nel 2025, arriva una svolta inattesa: i tagli all’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) travolgono gran parte del settore della cooperazione internazionale ed Amy perde il proprio lavoro. “Mi sono ritrovata a chiedermi quale sarebbe stato il prossimo capitolo della mia vita. Al di fuori della mia carriera, il trail running ha sempre rappresentato l’altra grande parte di me”.

L’incontro con la Cantina

Lo scorso autunno, navigando ancora una volta su un sito immobiliare, si imbatte in un annuncio. È quello relativo alla Cantina che risulta in vendita all’asta. Non è però per lei un luogo sconosciuto perché si ricorda di averlo già visto. “Ci ero già passata davanti mentre mi allenavo per il Tor des Glaciers. Conoscevo bene quella zona e la amavo”.
Amy invia l’annuncio dell’immobile in vendita a due amici valdostani, Corrado Borghesio e Jose Mattijssen dell’Hotel Croux di Courmayeur. “Li ho conosciuti nel 2018 quando ho fatto da assistente a Stephanie Case durante la sua gara. Siamo diventati amici e quando nel 2019 ho corso il mio primo Tor sono venuti ad incitarmi sul percorso. Quando ho detto a Corrado cosa volevo fare cercò di convincermi che fosse una pessima idea e che mi sarei trovata in una situazione troppo impegnativa”. Ma ormai qualcosa si era acceso. Decide così di raggiungere la Valle d’Aosta nel novembre 2025 per vedere l’edificio da vicino. Durante l’inverno la neve impedisce perfino di entrare all’interno ma, racconta “volevo semplicemente farmi un’idea del posto e capire, a pelle, se sentivo che era quello giusto”.

La Cantina in inverno - foto di Evi Garbolino
La Cantina in inverno – foto di Evi Garbolino

Un centro di allenamento in quota

Per lei è la posizione della struttura a fare la differenza. “Non avevo mai pensato di aprire un’attività del genere prima di vedere da vicino questa struttura”. Da Fonteinte partono diversi sentieri da cui si può raggiungere il Malatrà e da lì il Grand Col Ferret oppure sentieri di allenamento verso la vicina Svizzera oltre che verso il fondo valle. Il percorso del Tor des Glaciers, è letteralmente davanti alla porta, così come la Via Francigena. “Partendo dalla struttura si può fare un anello di un’intera giornata attraversando alcuni dei luoghi più belli del trail running alpino”. Ma c’è un altro elemento che la convince. “Negli Stati Uniti è più semplice allenarsi vivendo ad alta quota mentre sulle Alpi molti rifugi sono lontani dalle strade e non sono pensati per soggiorni lunghi”. La struttura della Cantina invece si trova a oltre 2.200 metri, ma è raggiungibile in auto anche se solo per una parte dell’anno. “Si può soggiornare qui per settimane, lavorare da remoto e sfruttarla come punto di appoggio per allenarsi ogni giorno e farlo dormendo in quota”. La sua idea è quella di realizzare un piccolo centro di allenamento con palestra, sauna e spazi condivisi. Un luogo aperto non soltanto a chi fa trail, ma anche ad escursionisti, ciclisti e pellegrini della Via Francigena. “Sono certa che il progetto si evolverà man mano che prenderà forma, ma lo immagino come un centro di allenamento in alta quota dedicato al trail running e allo stesso tempo come un rifugio aperto a tutti. Mi piacerebbe inoltre che diventasse un luogo dove ospitare piccoli camp e ritiri per gruppi ristretti. Vorrei organizzare ad esempio settimane di trail running dedicate alle donne, con itinerari di più giorni che mettano in collegamento e valorizzino i rifugi già presenti della zona”.

Un luogo nato per accogliere

In realtà l’idea di accoglienza accompagna questo luogo da secoli. Secondo quanto riportato dal canonico Jean-Antoine Marguerettaz nel volume Les Hôpitaux Anciens du Val d’Aoste pubblicato nel 1870, la Cantina sorge infatti sul sito dell’antico Ospizio di Fontintes, fondato nella seconda metà del XIII secolo da Nicolas Richard de Vachery per assistere pellegrini e viandanti lungo la strada del Gran San Bernardo. Per secoli l’ospizio offrì rifugio, cibo e assistenza a chi affrontava uno dei principali valichi alpini d’Europa. Marguerettaz scrive che la Cantina venne costruita proprio “sul luogo occupato da questo ospizio e utilizzando i resti degli edifici appartenuti ad esso”.

Nel corso del tempo la struttura cambiò proprietari e volto. Fu luogo di accoglienza per viaggiatori, poi osteria, quindi punto di riferimento lungo la strada del colle. Nel Novecento divenne casa vacanze per gruppi parrocchiali della diocesi di Lodi e successivamente Casa Don Angelo Carioni ospitando pellegrini della Via Francigena, escursionisti e ciclisti provenienti da tutta Europa. La struttura era dotata di 43 posti letto, sala riunioni, lavanderia, guardaroba e dispense, bar, giardino, spazio giochi, parcheggio e chiesetta e la sua attività è terminata nel 2024. Una storia lunga oltre sette secoli che sembra avere un unico filo conduttore ovvero quello dell’accoglienza.

Casa Don Angelo Carioni
Casa Don Angelo Carioni

La Valle d’Aosta vista da chi arriva da lontano

Da osservatrice esterna, Amy offre una prospettiva particolare sulla Valle d’Aosta. “L’attrattiva della regione è una combinazione di territorio, rifugi, cultura, cibo, gelato e soprattutto della sensazione di autenticità che ancora conserva”. Ciò che continua a sorprenderla è il contrasto con altre destinazioni alpine. “Durante la settimana dell’UTMB basta mettere piede sul Tour du Mont Blanc per trovarsi circondati da centinaia di persone. Basta spostarsi di pochi chilometri più in là, dentro la Valle d’Aosta, per ritrovarsi completamente soli sui sentieri”.
“Ho trascorso molto tempo facendo diversi allena
menti di più giorni da rifugio a rifugio lungo il percorso del Tor e del Tor des Glaciers, camminando senza incontrare quasi nessuno”. Per lei questo rappresenta una grande opportunità. “Non vorrei che la Valle d’Aosta diventasse come il TMB. Un luogo può anche diventare troppo popolare, però qui c’è ancora spazio per valorizzare la straordinaria rete di sentieri, rifugi e cultura montana”.

Perché tanti stranieri guardano alla Valle

Alla domanda sul perché sempre più stranieri decidano di investire qui, anche dal punto di vista immobiliare, Amy offre una risposta che invita a riflettere. “A volte è difficile apprezzare davvero il luogo da cui si proviene senza prima averlo lasciato”. Lei stessa è cresciuta in una piccola comunità agricola del Midwest americano. “Per me le montagne erano qualcosa che si vedeva soltanto durante le vacanze. Poi ho iniziato a viaggiare per il mondo e ad un certo punto ho capito che potevo provare a vivere nei luoghi che amavo invece di visitarli soltanto per qualche settimana all’anno”. E aggiunge “sono sempre rimasta impressionata dal vedere persone di tutte le età sui sentieri valdostani e dai servizi che esistono per chi vive la montagna. Negli Stati Uniti entrare in un rifugio all’ora di pranzo e trovare un ottimo pasto è qualcosa di praticamente impensabile mentre qui rappresenta la normalità” e aggiunge “forse, con la crescita della popolarità del trail running e con l’aumento delle opportunità per creare attività legate a questo sport e ai servizi per chi lo pratica, le giovani generazioni avranno maggiori possibilità di rimanere sul territorio e costruire qui i propri progetti.”

Il futuro

Per il momento continuerà ancora a dividersi tra Stati Uniti e Italia. Il processo di acquisto della proprietà è divenuto definitivo a maggio 2026 e sta attualmente procedendo con la vendita della propria casa in Oregon per finanziare la ristrutturazione della Cantina. Trascorrerà parte del tempo, almeno in inverno, in Wisconsin vicino ai genitori, entrambi ultraottantenni. Parallelamente intende avviare il percorso per ottenere la residenza italiana e trovare una sistemazione che le permetta di vivere stabilmente in Valle d’Aosta anche durante l’inverno. Il suo obiettivo finale, però, è chiaro: fare della Valle d’Aosta la propria casa.

Amy Sporston in allenamento nella zona del gran San Bernardo
Amy Sproston in allenamento nella zona del gran San Bernardo

Quando immagina la Cantina, vede un luogo semplice. “Vorrei che fosse un posto dove le persone possano sentirsi parte di una piccola comunità, in un luogo dove rilassarsi dopo una lunga giornata sui sentieri, condividere un pasto, fare amicizia e trovare ispirazione per nuove avventure. In un periodo storico in cui spesso prevalgono divisioni e contrapposizioni, vorrei che la Cantina fosse uno spazio capace di unire. Se trovi il running group della zona, troverai subito nuovi amici. Questo ha funzionato in ogni parte del mondo dove sono stata. Se metti insieme persone molto diverse tra loro, ma tutte accomunate dalla corsa, alla fine finiranno per legarsi grazie alla passione condivisa per l’esplorazione”.

Il sogno di Amy sembra incontrare quello di chi scriveva della Cantina oltre centocinquant’anni fa. Nel 1870 il canonico Jean-Antoine Marguerettaz concludeva il capitolo dedicato a Fontintes con un auspicio: “Possa questa Cantina crescere e diventare un grande albero, nato dalle radici dell’ospizio di Fontintes. Sì, possa diventare una grande casa di rifugio, un ospizio generale, e che nulla la distrugga mai.”

A più di un secolo e mezzo di distanza, il progetto di Amy Sproston sembra raccogliere proprio quell’eredità. Non più un ospizio per i viaggiatori diretti al Gran San Bernardo, ma un luogo di incontro per trail runner, escursionisti, pellegrini e viaggiatori provenienti da tutto il mondo.




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 Matteo Scieghi

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