Il 24 giugno 2026, le Sezioni Riunite della Corte dei Conti hanno presentato al Parlamento la Relazione sul Rendiconto generale dello Stato 2025. Un documento di centinaia di pagine che, al netto della prosa tecnica, racconta di un Paese che migliora i conti in superficie ma accumula fragilità strutturali che nessuna manovra ha ancora affrontato davvero.
Il quadro macro: il deficit scende ma il debito pesa sempre di più.
La notizia buona c’è: il deficit pubblico è sceso al 3,1% del PIL nel 2025, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 e lontano dal 7,1% del 2023. In termini assoluti, l’indebitamento netto si è fermato a 69,4 miliardi, con un miglioramento di 4,4 miliardi sull’anno precedente.
Ma dietro questo dato positivo si nasconde un problema strutturale che la Corte non manca di sottolineare: la spesa per interessi passivi ha raggiunto 87,1 miliardi, pari al 3,9% del PIL. La pressione fiscale è salita dal 42,4 al 43,1% del PIL. E il patrimonio dello Stato ha chiuso il 2025 con un’eccedenza di passività sulle attività pari a 3.061 miliardi , 152 miliardi in più rispetto al 2024.
Il fisco: troppe spese fiscali e controlli ancora insufficienti.
Le entrate tributarie hanno sfiorato i 662 miliardi (+1,2%), ma la Corte individua con precisione chirurgica i nodi irrisolti. Il primo è quello delle spese fiscali: detrazioni, esenzioni e regimi agevolati che costano complessivamente circa 119 miliardi di mancato gettito, pari al 5,3% del PIL. Una massa enorme che nessuna riforma organica ha ancora toccato.
Il secondo è la sperequazione dell’IRPEF: l’82% del gettito continua a gravare sui redditi da lavoro dipendente e da pensione, mentre il regime forfettario per i titolari di partita IVA ha superato i due milioni di beneficiari, con un costo stimato in 3,4 miliardi, scrive la Corte. Una platea cresciuta del 24,7% rispetto al 2019, con benefici che la Relazione definisce una progressiva erosione della base imponibile IRPEF.
Terzo nodo: la global minimum tax, alla sua prima applicazione, ha prodotto un gettito effettivo di soli 46 milioni a fronte di una previsione di 381 milioni. Un flop pressoché totale.
Sul fronte dei controlli fiscali, la Corte apprezza i progressi , gli accertamenti ordinari sono saliti a 223.647 (+18%) , ma punta il dito sulla frequenza dei controlli sostanziali rispetto ai contribuenti soggetti agli ISA: appena il 3,8% in media, con picchi di inadeguatezza nel settore degli studi medici e laboratori di analisi (1,3%) e delle locazioni immobiliari (1,6%).
Rimane poi il problema cronico del magazzino dei crediti non riscossi: le somme affidate alla riscossione coattiva e mai recuperate continuano ad accumularsi, in un sistema che la Corte giudica bisognoso di “interventi sistemici”.
La spesa pubblica: residui in crescita e investimenti polarizzati.
Sul fronte delle uscite, la spesa finale è cresciuta del 2% rispetto alle previsioni definitive, attestandosi a 941,6 miliardi. Ma la Corte segnala una dinamica preoccupante: i residui passivi di spesa finale sono aumentati a 197,2 miliardi (+2,7%), con una capacità di smaltimento in lieve peggioramento. In pratica, quote crescenti di spesa stanziata restano inutilizzate o slittano agli anni successivi, soprattutto nella componente in conto capitale.
Gli investimenti diretti dello Stato mostrano un miglioramento , pagamenti a 23,4 miliardi, +16,6% , ma la Corte avverte che “la portata sistemica della crescita appare limitata dall’elevato grado di concentrazione”. L’82% dei pagamenti è concentrato su tre missioni: difesa, mobilità e infrastrutture. Quattro ministeri da soli , Difesa, Interno, MEF e MIT , coprono il 91% del totale. Una crescita che dipende da poche politiche trainanti, non da un miglioramento diffuso della capacità di spesa pubblica.
Le garanzie pubbliche sono uno dei pilastri della politica economica italiana.
È uno dei capitoli più preoccupanti della Relazione. Lo stock delle garanzie pubbliche ha raggiunto 293 miliardi , il 13% del PIL , e la componente ordinaria, quella non legata all’emergenza pandemica, è più che raddoppiata rispetto al 2019, arrivando a 223 miliardi: +160% in sei anni. La garanzia pubblica, da strumento eccezionale di crisi, è diventata un pilastro strutturale della politica economica.
Nel merito la Corte solleva tre alert. Primo: occorre valutare davvero se questi strumenti creino addizionalità o si traducano in un sussidio implicito al credito bancario. Secondo: i dati informativi sui rischi sono ancora frammentati e insufficienti. Terzo: le frodi sono in aumento. Nel 2025 i finanziamenti illecitamente ottenuti tramite abuso di garanzie pubbliche rilevati dalla Guardia di Finanza sono saliti a 165,2 milioni , quasi il doppio rispetto ai 98,6 milioni del 2024.
Bonus edilizi: 44 miliardi l’anno le frodi sono in ogni angolo.
I crediti d’imposta legati ai bonus edilizi continuano a rappresentare la voce dominante del sistema degli incentivi fiscali: 44,1 miliardi di fruizione nel 2025, il 66% del totale delle compensazioni. La Corte registra i tentativi del legislatore di razionalizzare il sistema , rimodulazione delle aliquote, comunicazioni preventive, soglie più basse per le compensazioni , ma denuncia la persistenza di frodi su larga scala: lavori mai eseguiti, cessioni a catena di crediti inesistenti, condomini fantasma, riciclaggio con trasferimento all’estero o reinvestimento in criptovalute.
Il personale pubblico e i nodi irrisolti dell’organizzazione.
La Relazione conferma “alcuni dei principali nodi ancora irrisolti” in materia di capitale umano nella PA: profili qualitativi inadeguati, modelli organizzativi da rivedere, digitalizzazione dei servizi che «ha necessità di essere ulteriormente implementata». In attesa della transizione digitale promessa, la spesa per il personale è cresciuta anche per effetto del rinnovo dei contratti e delle risorse destinate al personale docente.
PNRR: la corsa contro il tempo.
La Relazione ricorda che l’intera architettura di riforma contabile e di spesa è condizionata dal rispetto delle scadenze del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Progressi “sempre più necessari”, scrive la Corte, per rafforzare la capacità di crescita del Paese. Un avvertimento che suona come un’ammonizione: i cantieri aperti dal PNRR non possono permettersi ulteriori ritardi.
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Gabriele Frongia
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