di Alberto Bianchi
I riformisti tra il mito di Sisifo e la scommessa pascaliana: l’articolo di Marco Campione
Nel suo intervento del 23 giugno sul sito della nostra Associazione, Campione utilizza la figura di Sisifo per descrivere la condizione del riformismo italiano, costretto da alcuni anni a questa parte a ricominciare ciclicamente la costruzione di una casa politica che puntualmente si sgretola. La metafora classica del mito di Sisifo – riletta da Campione attraverso Camus e associata alla scommessa pascaliana – serve fecondamente a spostare lo sguardo dalla ricerca dei colpevoli alla comprensione di una condizione strutturale: il sistema politico italiano, segnato da instabilità, personalizzazione e assenza di un baricentro riformista, rende fisiologico il ripetersi degli stessi tentativi. La lucidità della lettura camusiana di Sisifo diventa così un’etica possibile per i militanti, mentre ai dirigenti spetta la responsabilità pascaliana della scommessa, cioè la capacità di credere nella possibilità di riuscire anche quando tutto suggerisce il contrario. In questo quadro, le primarie di coalizione a doppio turno rappresentano per Campione lo strumento più coerente per trasformare il “campo largo” in un “campo aperto”, cioè in un processo politico inclusivo e non predeterminato. La conclusione è che il riformismo deve accettare la fatica come condizione permanente, senza rassegnarsi e senza illudersi, e che proprio questa consapevolezza può renderlo più forte.
Il passaggio dalla metafora filosofico-letteraria al piano politico segna un’aporia critica
Pur riconoscendo la forza evocativa della metafora di Sisifo e la profondità culturale dell’argomentazione di Campione, il punto più fragile del suo ragionamento – una sorta di aporia critica – riguarda la traduzione politica della sua diagnosi. Egli affida, difatti, la possibilità di trasformare il “campo largo” in un “campo aperto” alla celebrazione di primarie di coalizione a doppio turno, considerate come il dispositivo e il grimaldello capace di rompere la ciclicità della fatica riformista. È qui che la sua costruzione rischia di poggiare – a mio modo di vedere – su un presupposto non verificato. I capi delle forze politiche che compongono oggi il Campo Largo non sembrano affatto orientati verso primarie autenticamente competitive, né tantomeno verso un doppio turno che consentirebbe una vera apertura del processo. Anzi, i segnali che provengono dal Partito Democratico, dal Movimento 5 Stelle e dagli altri attori della coalizione sembrano andare in una direzione nettamente diversa: o le primarie non si faranno, oppure, se si faranno, saranno a turno secco, cioè esattamente il contrario del meccanismo che Campione considera necessario per evitare che il masso di Sisifo ricada.
In questo senso, la sua tesi rischia di ridursi a un esercizio di immaginazione normativa più che a una lettura realistica delle condizioni politiche allo stato attuale e – temo – anche potenziale. La distinzione tra campo largo e campo aperto, che nel testo ha una sua coerenza concettuale, finisce per essere ricondotta a un dispositivo procedurale che gli attori in campo del Campo Largo – mi si perdoni il gioco di parole – non mostrano alcuna intenzione di adottare. Il risultato è che la metafora di Sisifo, così efficace nel descrivere la condizione riformista, viene poi utilizzata per sostenere una soluzione che non trova riscontro nella volontà dei soggetti politici coinvolti. La lucidità camusiana, che Campione attribuisce ai militanti, dovrebbe forse essere applicata anche all’analisi delle dinamiche del Campo Largo: non basta immaginare un doppio turno per farlo esistere, e non basta invocare un campo aperto perché il Campo Largo decida di aprirsi davvero.
La costituente riformista come asse strategico autonomo
In tal senso, la mia critica non riguarda la qualità del ragionamento di Campione, che rimane alta e preziosa, ma la sua premessa operativa. Se il riformismo deve accettare la fatica come condizione permanente, allora deve anche evitare di affidare la propria strategia a strumenti che gli altri non intendono utilizzare né concedere. La domanda che emerge non è, dunque, come aprire un campo che non vuole aprirsi, ma come costruire un percorso di ricomposizione unitaria dei riformisti che assuma la doppia forma concreta di una costituente: sul piano istituzionale, attraverso la riforma della seconda parte della Costituzione, e su quello del sistema politico, per la rigenerazione di una sinistra riformista e di un centrosinistra di governo. Una rigenerazione che non nasce da un espediente procedurale, ma da un processo di adeguamento del quadro istituzionale e politico interno al tumulto della situazione internazionale, dove si gioca la possibilità stessa di un riformismo all’altezza del tempo lungo.
L’idea di una costituente riformista, dunque, non nasce avendo come metro di misura il Campo Largo, ma per rispondere a un’esigenza più profonda: ricomporre un’area politica che negli ultimi trent’anni ha vissuto una dispersione progressiva, non per divergenze ideologiche insormontabili, ma per l’assenza di un luogo in cui elaborare una visione comune del sistema istituzionale, del ruolo dell’Italia nel mondo e della forma-partito necessaria a sostenere un centrosinistra di governo. La costituente riformista si configura, pertanto, come un processo lungo, non come un espediente tattico a breve; come un metodo, non come un nuovo simbolo; come un percorso di ricomposizione che precede e fonda ogni possibile alleanza politica e, conseguentemente, elettorale.
La sua nitida autonomia rispetto al Campo Largo non è un atto di separazione, ma un atto di responsabilità. Il riformismo non può attendere che siano altri a definire le condizioni della propria esistenza politica, né può affidare il proprio ruolo e destino a procedure che dipendono dalla volontà contingente di attori che hanno obiettivi molto diversi. L’autonomia dei riformisti, in questo senso, non è isolamento, neppure nella condizione del tempo lungo di una nuova minoranza riformista che ci troveremo ad affrontare: è la condizione per poter contribuire a un progetto più ampio per il Paese. È la differenza tra essere forza collettiva generativa di un centrosinistra di governo, nel significato forte del termine, o dissolversi in tanti frammenti riformisti in uno schieramento puramente elettoralistico quale il Campo Largo.
Una costituente riformista deve partire da un presupposto semplice: la crisi del centrosinistra italiano non è solo elettorale, ma istituzionale e sistemica. Il sistema politico è entrato in una fase di instabilità strutturale, aggravata dal ritorno della geopolitica, dalla ridefinizione delle catene del valore, dalla crisi delle democrazie liberali e dalla pressione esercitata dalle potenze autocratiche e illiberali. In questo scenario, un centrosinistra di governo non può essere la somma di forze eterogenee unite da un vincolo tattico; deve essere il risultato di una ricomposizione politico-culturale e istituzionale che restituisca alla politica italiana un baricentro riformista. La costituente riformista è il luogo in cui questa ricomposizione può avvenire. È un lavoro che richiede tempo, metodo, continuità. La costituente riformista non si pone per rispondere a un richiamo tattico elettoralistico, ma per costruire le condizioni affinché il centrosinistra possa tornare a essere una forza di governo stabile nel decennio a venire.
In questo quadro, il rapporto con il Campo Largo cambia natura. Non si tratta più di chiedersi se le primarie saranno a turno secco o a doppio turno, né di attendere che altri definiscano le regole del gioco. La costituente riformista, sul doppio piano istituzionale e del sistema politico, diventa così un asse strategico autonomo, che non si misura sulla disponibilità del Campo Largo ad aprirsi, ma sulla capacità dei riformisti di ricomporsi, di elaborare una propria visione comune e di proporre al Paese un progetto credibile di rigenerazione democratica.
Pertanto, le due domande che ne derivano non riguardano più il comportamento degli altri, ma la responsabilità dei riformisti: come costruire un processo che, attraverso la ricomposizione unitaria politico‑culturale dei riformisti ed una costituente istituzionale, restituisca al centrosinistra un profilo di governo adeguato al tumulto internazionale in atto nel mondo e in Europa? E in che rapporto tutto questo si pone con le politiche del 2027? È in queste domande che si colloca la costituente riformista. A queste domande dovremo tentare di rispondere – io credo – all’Assemblea nazionale di Libertà Eguale a Orvieto nel prossimo ottobre.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.
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