La polemica dei giorni scorsi tra il governo italiano e il presidente americano, è stata spesso dipinta sui mass media (cosa che, con tutto il rispetto, non fa molto onore al mondo dell’informazione italiana) come un battibecco originato dalla “pazzia” di Trump, cosa che rappresenta, oltre che una mancanza di rispetto per un personaggio che – piacciano o no i suoi atteggiamenti provocatori (spesso esagerati) – sta cambiando la geografia politica del mondo, anche un modo per evitare di cercare di capire i fatti che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi.
Lo scontro ha rappresentato invece, come su Atlantico è stato scritto in maniera dettagliata, la punta dell’iceberg di una crescente divergenza politica, che ha portato il nostro governo a distaccarsi sempre più da quello americano, finendo per azzerare una apertura di credito e di fiducia che l’amministrazione Trump non aveva concesso a nessun altro governo europeo, di cui era stato segno tangibile l’invito della presidente Meloni all’inaugurazione del mandato presidenziale di Trump nel gennaio 2025.
Chiarezza americana
La posizione americana è molto chiara, come quasi sempre (e in particolare durante l’attuale presidenza), frutto di una cultura di origine calvinista portata a distinguere in modo netto tra bene e male, e il contenuto del rimprovero rivolto al governo italiano è quello che in modo sempre più accentuato viene rivolto, non solo dal “rozzo” presidente Trump, ma anche dal più raffinato e colto (sia dal punto di vista politico che da quello storico-religioso) vicepresidente Vance.
Gli stati europei hanno la tendenza a far pagare gli Stati Uniti i costi (materiali e umani) della propria sicurezza senza prendersi la responsabilità di aiutare gli americani quando questi ne hanno bisogno, come accaduto anche da parte dell’Italia durante i mesi della guerra con l’Iran, prima con il rifiuto delle basi di appoggio, poi con l’ambigua spedizione di alcune unità navali militari finora mai comandate a collaborare in concreto al controllo della navigazione nello Stretto di Hormuz.
Cerchiobottismo italiano
Quale è stata la posizione italiana? Dietro il paravento formale del diritto internazionale (che è molto spesso è una foglia di fico che serve a giustificare decisioni prese per altri motivi) il governo italiano ha assunto una posizione mirata a mantenere ferma l’alleanza con gli Stati Uniti e nel contempo a rimanere amici con l’Iran, senza dimenticare di conservare un rapporto benevolo con la Cina, il tutto inserito in una prospettiva legata all’Unione europea dove nonostante le divergenze tra i diversi Paesi il punto di riferimento per il nostro governo è pur sempre l’apparato politico-tecnocratico di Bruxelles.
Dal punto di vista interno, il governo anche grazie a questo mutamento dei suoi rapporti con gli Stati Uniti, sta cercando di tenere insieme una maggioranza politica conservatrice senza contrastare più di tanto una opposizione anche molto radicale in gran parte attestata su posizioni antioccidentali estreme, posizioni che lo stesso presidente Mattarella si è ben guardato dal criticare, e verso le quali molti settori delle amministrazioni pubbliche centrali e locali, e della magistratura hanno un occhio decisamente benevolo o almeno non ostile.
Peraltro, la situazione è stata indirettamente aggravata dall’esito del referendum sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, il quale da un lato ha affossato i principi di una riforma liberale della giustizia nel nostro Paese, e dall’altro ha implicitamente ribadito che la regola principale della politica italiana consiste nel dover cercare il più ampio accordo possibile (magari tacito) senza mai contrapporsi nettamente ai “potentati” economici, sociali e culturali.
I rischi del machiavellismo
Del resto che l’azione di governo debba basarsi in gran parte sulla capacità di saper gestire i rapporti con i vari gruppi politici e sociali, rappresenta una caratteristica che da sempre è tipica della tradizione politica italiana, che risale a Niccolò Machiavelli (1469 – 1527), la cui eredità culturale da secoli influenza molte delle scelte politiche adottate dai governi che si sono succeduti nella nostra Penisola.
Peraltro, le politiche di tipo machiavellico sono molto difficili da seguire e non sempre portano al successo: un breve sguardo sul passato può aiutarci a valutare meglio il valore ed i rischi di una tale linea di condotta.
A mio modesto parere, nella storia dell’Italia unita, soprattutto due politici (due predecessori della Meloni nello stesso ruolo oggi da lei ricoperto) hanno incarnato in maniera piena il machiavellismo: mi riferisco a Camillo Cavour (1810-1861) e a Benito Mussolini (1883 – 1945), due personaggi molto diversi, ma uniti da una capacità eccezionale di sapere trattare sia in politica interna che in politica estera con alleati ed avversari in modo da finire sempre per raggiungere i propri scopi.
Eppure, gli esiti delle loro politiche, entrambi vincenti, furono opposti: il primo creò l’Italia unita, il secondo la distrusse fino alla morte della patria dell’8 settembre 1943.
Il capolavoro di Cavour
Perché accadde questo? Partiamo da Cavour, il quale dopo avere raggiunto il potere grazie ad un “colpo di mano” parlamentare basato su un accordo tra le ali estreme (destra e sinistra) del parlamento, passato alla storia con il nome di “connubio”, anche contro le preferenze del re Vittorio Emanuele II (1820-1878), riuscì a porsi come mediatore tra le varie posizioni politiche presenti nello stato sabaudo, una posizione pressoché stabile alla quale nessuno fu in grado di opporsi.
E che gli consentì di tessere (com’è noto Cavour fu soprannominato il “grande tessitore”) le sue trame in vista della unificazione italiana, arruolando al servizio di questa impresa anche molti radicali di chiare simpatie repubblicane, primo fra tutti Giuseppe Garibaldi (1807-1882).
La seconda guerra di indipendenza (1859) e l’impresa dei Mille (1860) che portarono alla creazione del Regno d’Italia furono il capolavoro della politica cavouriana. Per secoli le potenze europee si erano combattute sul suolo della Penisola sfruttando le divisioni tra i vari stati e staterelli italiani; per la prima volta invece con la battaglia di Solferino la vittoria di una potenza straniera, la Francia di Napoleone III (1808 – 1873) fu messa al servizio dell’unificazione italiana, e la cessione di alcuni territori (Nizza e la Savoia) fu un’inezia rispetto al fatto che ciò consentì non solo l’acquisizione della Lombardia, ma anche diede via libera all’impresa dei Mille e quindi all’intervento dei piemontesi in Italia centrale e meridionale.
Per giungere a questo risultato Cavour fece balenare davanti a Napoleone III la possibilità di creare uno stato a guida francese nella parte centrale della penisola e davanti a Garibaldi la convinzione che la camicie rosse e i loro leaders politici avrebbero avuto un ruolo decisivo nella politica italiana. Nessuna delle due mezze promesse fu mantenuta, ma ciò che si realizzò fu l’unificazione del Paese, dopo più di mille anni di divisione politica, e questa unificazione, pur con tutto il rispetto e l’ammirazione dovuta all’idealismo colto e senza compromessi di Giuseppe Mazzini (1805-1872), fu dovuta essenzialmente all’opera machiavellica di Cavour.
Il disastro di Mussolini
Anche Mussolini fu un politico machiavellico. A differenza di Hitler (1889-1945), che era un fanatico ideologizzato, asservito alla missione tragica di volere rendere il mondo perfetto, Mussolini non aveva ideologia (a parte qualche riferimento di facciata all’antica Roma): da subito il fascismo si pose come un movimento autoritario ma pratico, diretto a gestire lo stato dall’alto, passando sopra alla democrazia e ai diritti individuali.
Nell’Italia uscita vincitrice ma socialmente ed economicamente a pezzi dalla Prima Guerra Mondiale e dilaniata dagli scontri interni, Mussolini riuscì a proporsi come il grande mediatore tra le diverse componenti sociali (latifondisti, dirigenti della nascente industria, finanzieri, lavoratori dipendenti, clero cattolico) e grazie anche all’uso “mirato” della violenza “squadrista” riuscì pian piano a rendere inutile agli occhi degli italiani la democrazia e farsi consegnare nelle mani sue e del partito ogni potestà di decisione.
In politica estera l’Italia fascista riuscì a muoversi tra gli alleati della Prima Guerra Mondiale e le potenze sconfitte, soprattutto la Germania, senza prendere le parti né dei primi né della seconda e riuscendo anche a portare a termine un’impresa che oggi definiremmo inutile, ma che allora procurò al fascismo il consenso quasi unanime degli italian: la conquista dell’impero d’Etiopia e il suo spostamento “sui colli fatali di Roma”.
Questo successo del fascismo (che non fu dovuto solo alla repressione, o alla retorica “istrionica” del duce, ma anche ad importanti realizzazioni nel campo ad esempio della previdenza sociale, dell’urbanistica, della gestione dell’amministrazione pubblica) avvenuto però a spese della democrazia e della libertà e quindi ovviamente condannabile, ebbe fine con l’errore che portò alla rovina il nostro Paese.
Di fronte alla rapida crescita economica e militare della Germania a fine anni ’30, Mussolini cercò di trarne il massimo utile per la potenza propria e del governo, e ritenendo l’esercito tedesco invincibile, gettò il Paese nelle braccia del nazismo.
Esempio di questa scelta scellerata furono le leggi razziali antiebraiche: ancora nei primi anni trenta il duce ebbe a definire l’antisemitismo “un vizio tedesco” e a bollare come “idiota” la teoria della superiorità della razza ariana, ma per opportunismo machiavellico nel 1938 si piegò alla necessità di uniformarsi a Hitler.
La differenza nei valori
Perché il machiavellismo di Cavour portò (pur tra mille difetti) alla nascita di un Paese unito e che si ispirava ai principi della democrazia liberale, mentre quello di Mussolini (nonostante alcuni buoni risultati) finì per precipitarlo in una realtà razzista e totalitaria e ad impegnarlo in una guerra che devastò i corpi e le anime degli italiani?
La differenza sta nei valori: Cavour credeva nei valori della società liberal-democratica che per lui era rappresentata dalla sua versione conservatrice-monarchica analoga a quella britannica, e considerava il machiavellismo solo come una tattica da seguire per realizzare quei valori.
Per Mussolini invece il machiavellismo era una strategia di governo che giustificava sé stessa: non mi sentirei di dire che il duce non avesse valori dal punto di vista politico, ma certo essi quasi sparivano nella gestione del potere dove l’autoritarismo diventava tutto e il machiavellismo era al tempo stesso regola e fondamento dell’attività di governo. E fu questa assenza di valori superiori a fargli commettere gli errori più tragici.
Pertanto, se è vero che il machiavellismo dimostra di essere buono e utile per la popolazione solo se è fondato in valori superiori, cioè nella “virtù” civica, tipica delle democrazie liberali, e alla quale si ispirava lo stesso Machiavelli, è giusto domandarsi a quali valori l’attuale machiavellismo italiano che rifiuta di schierarsi si ispiri, o se invece esso non sia guidato dal puro principio della maggiore utilità per il governo stesso.
Se fosse quest’ultima impostazione a prevalere, le conseguenze della mancanza di valori politici irrinunciabili, di valori per cui si è disposti anche a perdere (cosa che Trump ha dimostrato di saper fare), potrebbero essere in prospettiva molto gravi per la vita civile e politica del nostro Paese, sia dal punto di vista internazionale, magari con l’asservimento progressivo alla Cina, cavallo totalitario e perdente come la Germania negli anni quaranta, sia dal punto di vista interno, con il progressivo trionfo incontrastato della cultura woke e del suo nichilismo illiberale, fondato sulla pretesa insensata di una propria superiorità intellettuale e morale.
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Fabrizio Borasi
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