Tutti candidati, ma nessuno è “il” candidato. Da La Vardera a Di Paola: storia di una coalizione che non c’è
Fateci caso. La caratteristica del centrosinistra è che il primo che passa da quelle parti si candida alla presidenza della Regione. Nella corsa all’individualismo più sfrenato (altro che campo largo) si è imposto l’ex Iena Ismaele La Vardera, leader di un partito nato ieri (Controcorrente) capace già di contare – secondo alcuni sondaggi – sul 20% a livello regionale. Sarà… Ma il suo principale avversario, fino a ieri l’unico vero alleato, arriva dai Cinque Stelle e si chiama Nuccio Di Paola: cioè l’attuale coordinatore regionale degli ex grillini. Il quale, non solo ha comunicato al Giornale di Sicilia la propria discesa in campo, ma ha persino escluso la possibilità che si proceda alla scelta del candidato tramite primarie: “In passato non hanno funzionato”.
Nel campo progressista prevale la logica dell’uomo al comando. Di Paola e La Vardera, che avevano ideato un tour della Sicilia per incontrare i cittadini, poche settimane dopo si ritrovano sulle opposte barricate. Il leader dei 5 Stelle avrebbe proposto a Ismaele di farsi da parte e ripiegare sulla candidatura a sindaco di Palermo. Ma il grande escluso di questi ragionamenti, ovviamente, è il Partito Democratico, che da anni non ha più la forza di indicare un proprio rappresentante per le poltrone più ambite: l’ultima volta con la Chinnici è andata malissimo (sconfitta e approdo in Forza Italia). Per questo il segretario Barbagallo, oltre a corteggiare De Luca, continua nell’annacamento: “Il tema fondamentale resta sempre quello di costruire una coalizione larga, inclusiva, capace di garantire discontinuità, forte di una piattaforma programmatica seria”, ha detto qualche giorno fa in una intervista a Live Sicilia.
Il problema di Barbagallo è non poter contare nemmeno sull’unità del suo partito. La vittoria di Cracolici a Enna, ottenuta senza il simbolo dem, ha rimesso in discussione la sua leadership. Alcuni deputati regionali, come Fabio Venezia e Giovanni Burtone, gliel’hanno sbattuto in faccia, e la crisi sancita dall’ultimo congresso non si è mai rimarginata. Insomma, non è chiaro con quali rappresentanti il Pd potrà sedersi a un eventuale tavolo di coalizione per discutere di programmi e candidati. “Il Pd è di gran lunga il primo partito della coalizione”, ha ostentato Barbagallo dopo il risultato delle Amministrative. “Intensificheremo gli sforzi per compattare il partito”. Ma anche la Schlein non sa più a che santo votarsi (non è bastato Nico Stumpo, durante il congresso) per riportare la pace in un contesto profondamente lacerato da odi e rancori.
Anche a causa di questa debolezza proliferano i La Vardera e i Di Paola. Il primo a fare un passo avanti (o nel vuoto, dato che non vanta un solo giorno di amministrazione) è stato il leader di Controcorrente, che ha annunciato la volontà di essere della partita lo scorso San Valentino. “Veniamo da anni bui e crediamo che questa terra non possa essere ancora martoriata da questa classe politica”, sostenne. Adesso, dopo il successo di Sodano ad Agrigento e Gullotta a Bronte, ha lanciato una scuola di formazione politica per i suoi stessi amministratori, perché nessuno nasce imparato. Cateno De Luca, che l’ha lanciato sulla scena, non perde occasione di ripeterglielo: “La differenza tra di noi è semplice: tu raccatti qualche amministratore municipale, io costruisco principalmente una nuova classe dirigente che viene eletta. E tu, Ismaele, ne sei l’esempio più evidente: grazie al sottoscritto sei diventato deputato regionale”.
La Vardera non gode di grande stima nemmeno in un pezzo del Pd. Specie dopo aver chiesto la sostituzione del segretario Barbagallo, che aveva spento sul nascere l’ipotesi di fughe in avanti: “In quel partito ci sono tante persone straordinarie ma che hanno difficoltà a parlare con il proprio segretario – ha attaccato l’ex Iena -. Se parlo con Barbagallo un pezzo del partito si offende, allora dico: se non sei in grado di organizzare il tuo partito, con tutto il rispetto, non puoi guidare la Sicilia”. Giù polemiche.
Dietro Controcorrente ci sono i Cinque Stelle, anche loro alla ricerca di un’identità che in Sicilia fatica a prendere corpo. “Da anni lavoro sul territorio – si è però giustificato Di Paola -, conosco ogni singolo Comune e la situazione di ogni area della Sicilia. Non mi nascondo dietro tatticismi, io ci sono”. Nel 2022, ha ricordato, “la soluzione delle primarie si è rivelata negativa. I partiti hanno finito per dividersi e invece oggi gli elettori chiedono un centrosinistra unito per governare la Regione. Quindi dobbiamo fare di tutto per trovare una sintesi nella coalizione e individuare il migliore candidato scelto dalla politica”. Nel ’22, in effetti, fu il suo movimento a tradire il Pd dopo aver perso le primarie. E oggi, anziché indicare una personalità di spicco (nei corridoi di palazzo dei Normanni continua a circolare il nome di Giuseppe Antoci), ci si rifugia nel coordinatore regionale che annuncia la propria candidatura, senza neppure un suggello da parte del gruppo parlamentare.
Ai margini di questa coalizione litigiosa, che attende di capire il posizionamento del Partito Democratico, ci sono poi i cespuglietti. Da Avs a Italia Viva. Di recente ha parlato anche Davide Faraone, capogruppo dei renziani alla Camera e l’unico – fuori dai palazzi del potere siciliano – a non aver ceduto alla lusinga di una mancetta qua e là. Per buona parte di questa legislatura ha rappresentato l’unica voce critica, l’unica vera opposizione, con le sue battaglie sull’acqua e sulla sanità. “L’opposizione non può ridursi a una gara a chi urla più forte – ha detto qualche giorno fa a Live Sicilia -. In tempi di populismo esasperato servono proposte concrete. E su questo, purtroppo, siamo terribilmente in ritardo”. Una soluzione? “Se c’è un rigorista riconosciuto da tutti, tira lui. Se non c’è, si fanno le primarie. Mi sembra molto più semplice di quanto appaia. Prima si costruiscono programma e regole, poi si lascia scegliere ai siciliani. Del resto ho sentito tutti dichiararsi favorevoli alle primarie”. Ma il M5s si è già sfilato. Quindi, reinserire il gettone. Si ricomincia.
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Alberto Paternò
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