Dalle ombre di una delle più oscure storie di lupara bianca emerge una lettera dal carcere: Fortunato Pennestrì, condannato in via definitiva per l’omicidio Costantino, urla la propria innocenza.
Reggio Calabria – Un grido che attraversa le mura di un penitenziario, viaggia per centinaia di chilometri e piomba dritto nella redazione de Il Giornale Popolare. A scriverci, con la penna pesante di chi sconta una pena a 30 anni di reclusione, è Fortunato Pennestrì. Per lo Stato italiano è l’esecutore materiale di uno dei delitti più efferati e simbolici della cronaca nera calabrese: l’omicidio di Angela Costantino, la 25enne moglie del boss Pietro Lo Giudice, svanita nel nulla a Reggio Calabria il 16 marzo 1994 per aver cercato di vivere una vita diversa, lontana dalle regole d’onore della ‘ndrangheta.
La vicenda giudiziaria è chiusa. La Corte di Cassazione ha reso irrevocabile la condanna per Fortunato Pennestrì e Bruno Stilo, riconosciuti come esecutore materiale e mandante dell’omicidio. Per la giustizia italiana Angela fu strangolata in casa e il suo corpo fatto sparire per sempre: una lupara bianca consumata nel perimetro della ‘ndrina dei Lo Giudice, che dominava il rione Santa Caterina, per punire la donna colpevole – agli occhi del clan – di una relazione extraconiugale mentre il marito era detenuto nel carcere di Palmi.
Da dietro le mura della casa di reclusione di Saluzzo, in provincia di Cuneo, è però arrivato un dettagliato memoriale. Pennestrì ha deciso di rompere il silenzio dopo aver letto i nostri recenti approfondimenti sul parallelismo con la scomparsa di Barbara Corvi – cognata di Angela e moglie di Roberto Lo Giudice, altro fratello di Pietro – sparita nel 2009 ad Amelia, in provincia di Terni, in circostanze drammaticamente simili.
Il testo che ci ha spedito è lungo, rabbioso, scritto con la calligrafia di chi ha tanto tempo e poco altro. Pennestrì non chiede pietà. Chiede che qualcuno legga le carte.
“Comprendo che agli atti risulta una condanna per femminicidio, fatto molto sgradevole – esordisce Pennestrì – Il tutto rappresenta un forte grido della innocenza mia e del coimputato Bruno Stilo. Ogni qualvolta che questa vicenda è trattata vengo gettato in pasto all’opinione pubblica come carne da macello”.

Prima di immergerci nel contenuto della busta, tuttavia, è necessario ricostruire ciò che tre gradi di giudizio hanno ritenuto provato. Angela Costantino si era sposata a soli 16 anni. A 25 aveva già quattro figli e un marito in galera. L’assenza di Pietro, il clima oppressivo della famiglia e la giovane età fecero il resto: Angela si innamorò di un altro uomo e rimase incinta. La famiglia Lo Giudice la costrinse ad abortire ma la notizia divenne rapidamente di dominio pubblico nel quartiere. Per le regole arcaiche della ‘ndrangheta, l’onta andava lavata nel sangue. Il collaboratore di giustizia Paolo Iannò definirà ciò che accadde dopo un “accordo di famiglia”.
Secondo la ricostruzione accusatoria, sostenuta dalle dichiarazioni di diversi pentiti (tra cui Maurizio e Antonino Lo Giudice, fratelli del boss, lo stesso Iannò e Domenico Cera), la mattina del 16 marzo 1994 l’allora diciottenne Pennestrì raggiunse Angela nella casa di via XXV Luglio. La uccise. Il corpo fu fatto sparire e l’auto – una Fiat Panda – venne parcheggiata, secondo il piano di depistaggio, a Villa San Giovanni con all’interno le ricette del servizio di salute mentale, un espediente per simulare una forte depressione e un allontanamento volontario. Di Angela, da quel giorno, non si è saputo più nulla.
Nell’aprile del 2012, a 18 anni dai fatti, la Procura antimafia di Reggio Calabria fece scattare gli arresti. Il processo, celebrato con rito abbreviato, si concluse con la condanna a trent’anni per Stilo e Pennestrì, confermata in Appello nel 2015 e resa poi definitiva dalla Cassazione nel 2017.

Pennestrì, nella sua lettera, contesta la ricostruzione del delitto dall’inizio alla fine: dalla mancanza di parentela tra vittima e mandante all’esistenza stessa della relazione extraconiugale che rappresenta il movente per il delitto d’onore.
“Siamo stati condannati senza che vi sia a nostro carico uno straccio di prova – scrive Fortunato Pennestrì – Abbiamo affrontato tutti i gradi di giudizio a testa alta al fine di dimostrare l’immensa innocenza, ma poco è servito. Alla fine si è voluto condannare ugualmente due innocenti, anche sapendo che con il presunto delitto non hanno niente a che vedere; conseguenza è che stiamo scontando una condanna ingiusta“. Il detenuto precisa anche un dettaglio sui rapporti interni: “Il signor Bruno Stilo non è il cognato della zia del Pennestrì, ma solo un semplice conoscente. Assolutamente non c’è nessun legame di parentela tra lo Stilo e la Costantino”.
Il percorso processuale, va detto, non fu lineare. Maurizio Lo Giudice, chiamato a deporre in aula nel 2013, si trincerò dietro continui “non so, non ricordo”, rifiutandosi di confermare le sue vecchie accuse. Il fratello Antonino fece di più: ritrattò formalmente la sua collaborazione, accusando la Dda di averlo indotto a parlare.
Pennestrì insiste molto sulle contraddizioni interne al clan: “Le dichiarazioni dei primi tre collaboranti, Lo Giudice Maurizio, Cera Domenico, Iannò Paolo, nonostante fossero in contrasto fra loro, costituivano l’accusa. Nel mentre le dichiarazioni di altri due collaboranti, Lo Giudice Antonino e Villani Consolato, smentivano sonoramente il contenuto dei primi”. Segnala inoltre che nei primissimi verbali del 1999, Maurizio Lo Giudice sosteneva la tesi dell’allontanamento volontario di Angela, smentendo se stesso anni dopo.
Il condannato cita poi uno scambio a verbale tra il Pm e lo stesso Maurizio Lo Giudice sul ruolo di Bruno Stilo:
Pubblico ministero: “Ma in questa vicenda Pennestrì non le ha mai detto ‘Me l’ha detto di farlo Bruno Stilo?’ O gliel’ha detto?”
Maurizio Lo Giudice: “No…”
A suo dire il pentito principale escludeva del tutto il coinvolgimento di Stilo come mandante. I giudici, tuttavia, ritennero che l’impianto probatorio reggesse nel suo complesso. È a questo punto, però, che la lettera affonda il colpo sul nodo più inquietante.
Il condannato punta il dito contro un passaggio specifico della sentenza n. 43935/13. A pagina 16, secondo quanto riportato nel memoriale, il relatore scrive che un testimone informato sui fatti avrebbe dichiarato di “avere più volte visto l’interessato (il presunto amante di Angela, ndr) in compagnia della Costantino in Arangea”, dando per certo il contatto visivo tra la donna e il presunto amante, elemento che blindava – è bene ribadirlo – il movente del delitto d’onore.
Pennestrì ha allegato alla lettera la copia di quello che si presenta come il verbale originale di quel testimone, datato 12 febbraio 2010. E le parole messe nero su bianco dicono l’esatto contrario. Il teste dichiara: “In piazza si era diffusa la voce per la quale le due scomparse (quella di Angela e del suo presunto amante, ndr) erano tra loro legate in quanto i soggetti interessati avevano una relazione sentimentale”. Poi aggiunge una frase lapidaria: “Personalmente non mi è mai capitato di vederli insieme”.

La differenza, sulla carta, è netta. In un caso il testimone riferisce un fatto visto con i propri occhi, nell’altro riporta una voce di quartiere e la smentisce esplicitamente con la propria esperienza diretta. A sostegno della tesi di un’indagine “forzata” e di un movente “costruito”, Pennestrì cita anche due intercettazioni telefoniche del 2010.
Nella prima (datata 7 novembre) una donna si sfoga: “Mi hanno fatto morire, mi hanno fatto vedere la foto di lei e volevano che gli dicessi che è vero che la conoscevo. Ma io quando mai l’ho vista, non la conosco davvero”. Nella seconda (del 21 ottobre) un uomo spiega al fratello: “Noi sappiamo quello che ci hanno detto loro… Loro gliel’hanno detto a mia madre che molto probabilmente stavano insieme. Loro pare che noi lo sapevamo e la verità questa uttigghia”.
Per Pennestrì il quadro è quello di un processo in cui “il potere magico della rappresentazione della parola smembrata, della parola trasformata, è entrato in scena sconvolgendo la stessa ordinarietà logica del discorso giudiziario. Bugiardi che si trasformano in testimoni evangelisti. Muti che si trasformano in parlanti. Udenti che si trasformano in sordi. Uomini e donne della memoria prodigiosa che redattono atti processuali, e occultano atti a discolpa: mai vista una sola concentrazione in un solo procedimento!”.
Tre gradi di giudizio hanno stabilito che Angela Costantino è stata assassinata e che Pennestrì e Stilo sono i responsabili della sua fine. Il corpo di Angela, a distanza di 32 anni, non è mai stato restituito alla terra. “Si andrà avanti per dimostrare l’innocenza dei condannati definitivi Pennestrì e Stilo, per ridare dignità a due soggetti che si sono visti stravolti l’esistenza”, conclude la missiva dal carcere di Saluzzo a firma Pennestrì. Le sentenze definitive mettono la parola fine alla verità legale. Le domande nate dai verbali rimangono.
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Lorenzo Panzeri
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