Emanuele Filiberto di Savoia (Principe di Venezia), nato a Ginevra il 22 giugno 1972, è l’unico figlio di Vittorio Emanuele e Marina Doria ed è riconosciuto da una parte dei monarchici come capo di Casa Savoia. Discendente dell’ultimo re d’Italia Umberto II, è cresciuto in Svizzera a causa dell’esilio imposto ai Savoia maschi fino al 2002, anno in cui ha potuto rientrare legalmente in Italia.
Nato come Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria di Savoia, appartiene alla dinastia sabauda e porta titoli contestati come Principe di Piemonte e Principe di Venezia.
Ha studiato tra Losanna e Ginevra, avviando poi una carriera come consulente finanziario e lanciando a 26 anni il fondo Altin, quotato alla Borsa di Zurigo.
Divenuto noto al grande pubblico negli anni ’90, ha partecipato a numerosi programmi televisivi italiani.
Nel 2009 vince Ballando con le stelle con Natalia Titova.
Partecipa al Festival di Sanremo con Italia amore mio insieme a Pupo e Luca Canonici.
Conduce programmi come I Raccomandati, Ciak… si canta! e Pechino Express.
È stato giudice ad Amici di Maria De Filippi dal 2021.
Ha fondato case di produzione (Savoy & Gregory, Royal Me Up) e avviato a Los Angeles il progetto gastronomico Prince of Venice, prima food truck e poi ristorante.
Nel 2003 sposa a Roma l’attrice francese Clotilde Courau.
Hanno due figlie: Vittoria (2003) e Luisa (2006).
È al centro di una disputa interna alla famiglia Savoia con il cugino Aimone di Savoia-Aosta per la guida della Casa.
La sua ultima fatica letteraria “La regina di maggio. Gli ultimi giorni della Corona: i ricordi di mia nonna sulla fine della Monarchia”(Sperling & Kupfer, pubblicato a giugno 2026)
Cosa resta di una dinastia quando il corso degli eventi ne spazza via il trono, ridefinendone il ruolo da protagonisti assoluti a esuli della Storia? È questa la domanda di fondo che attraversa, come un filo rosso, il memoir di Emanuele Filiberto di Savoia dedicato alla figura di sua nonna, Maria José, l’ultima Regina d’Italia.
Non si tratta della classica biografia accademica, né di un’operazione di nostalgia dinastica fine a se stessa. È, al contrario, un viaggio intimo e appassionato che tenta di ricucire i lembi di una memoria familiare inevitabilmente intrecciata con i destini di un’intera nazione. Al centro di questo racconto c’è una figura di straordinaria modernità, una donna che ha saputo abitare il proprio ruolo senza mai lasciarsi imprigionare dalle sue catene.
Il ritratto che emerge dalle prime pagine del libro scardina l’iconografia classica della regalità sabauda. Maria José ci viene riconsegnata come una donna:
Profondamente insofferente alle rigide e polverose etichette della corte torinese e romana.
Anticonformista per scelta e per indole, capace di preferire i salotti letterari, il dialogo con scienziati, artisti e filosofi (come Benedetto Croce) alla vuota formalità dell’aristocrazia dell’epoca.
Coraggiosa nelle sue posizioni politiche, avendo manifestato – in modo più o meno manifesto, ma sempre netto – una profonda avversione per il regime fascista, ponendosi spesso in aperto contrasto con le linee ufficiali della stessa famiglia reale.
Emanuele Filiberto dipinge la “Regina di Maggio” (soprannome dovuto al suo brevissimo regno, durato poco più di un mese nel 1946) non come una vittima passiva degli eventi, ma come un’anima vibrante, un’intellettuale prestata alla corona che ha cercato, fino all’ultimo, di gettare ponti verso il futuro in un momento in cui l’Italia scivolava nel baratro della dittatura e della guerra.
La struttura narrativa del libro trova la sua linfa vitale nei ricordi personali dell’autore. Il palcoscenico di questa rievocazione è il castello svizzero di Merlinge, luogo dell’esilio dove Maria José ha trascorso gran parte della sua vita post-monarchica. È qui, durante le lunghe e silenziose passeggiate domenicali, che il giovane Emanuele ha saputo “rubare” le confidenze di una nonna che non era solo un pezzo di storia vivente, ma una custode di segreti inconfessabili.
Il ritmo del libro mima la cadenza di quelle camminate: è un procedere lento, riflessivo, in cui la memoria privata squarcia il velo della storiografia ufficiale. Attraverso la voce della Regina, il lettore viene trasportato dietro le quinte del Ventennio fascista, scoprendo le tensioni taciute all’interno del Quirinale, i silenzi pesanti di Vittorio Emanuele III e l’isolamento di Umberto II.
La seconda parte del volume affronta i momenti più concitati e drammatici del Novecento italiano. La prosa si fa più serrata nel rievocare:
La follia della Seconda Guerra Mondiale: Le stanze del potere descritte non come luoghi di gloria, ma come stanze dell’ansia, dove si consumava il distacco tra la corona e il popolo italiano.
I tentativi di transizione: Il ruolo attivo, seppur sotterraneo, di Maria José nel cercare contatti con gli Alleati e con l’antifascismo.
Le ore drammatiche del 1946: Il passaggio dal voto referendario all’esilio, vissuto non con il rancore di chi perde un privilegio, ma con il dolore di chi vede spezzarsi il legame con la propria terra.
“Il libro ha il grande merito di restituirci un’atmosfera viva, non filtrata dalla polvere degli archivi, ma pulsante dell’umanità di chi quelle ore le ha vissute sulla propria pelle.”
Se da un lato La Regina di Maggio è un saggio storico sui generis, dall’altro si rivela un’opera fortemente autobiografica e sentimentale. Emerge con forza l’amore di un nipote per una nonna mai dimenticata, una figura che ha rappresentato per l’autore un punto di riferimento etico e culturale imprescindibile durante gli anni dell’esilio.
Tuttavia, l’operazione letteraria compiuta da Emanuele Filiberto guarda soprattutto al futuro. Il libro è esplicitamente dedicato alle sue figlie, Vittoria e Luisa. Diventa così un vero e proprio “dono di un padre”, un ponte generazionale costruito affinché le nuove leve della famiglia possano conoscere le proprie radici libere dalle incrostazioni del pregiudizio storico o della propaganda.
In conclusione, La Regina di Maggio sorprende per la sua parzialità dichiarata che si fa, paradossalmente, garanzia di autenticità. Non cerca la verità assoluta dello storico, ma la verità del cuore e del ricordo.
È un viaggio emozionante che intreccia la grande Storia d’Italia con la micro-storia di una famiglia travolta dagli eventi. Un volume consigliato non solo a chi è appassionato di vicende dinastiche, ma a chiunque voglia scoprire il ritratto di una donna straordinaria che, pur avendo vissuto all’ombra di una corona, ha saputo mantenere accesa la luce della propria libertà personale.
Alessandra Trotta (Giornalista e scrittrice)
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