Circa 25 miliardi di euro spesi dall’Unione europea dal 2014 per combattere la disoccupazione giovanile, ma con risultati che restano in larga parte da dimostrare. È il giudizio, tutt’altro che indulgente, della Corte dei conti europea nella Relazione speciale 15/2026, adottata lo scorso 22 aprile sotto la presidenza di Annemie Turtelboom.
Il verdetto della Corte è netto: la Commissione europea ha utilizzato adeguatamente gli strumenti a sua disposizione tra il 2013 e il 2024, ma gli incentivi all’assunzione esaminati negli Stati membri non erano sufficientemente incentrati sull’inserimento a lungo termine dei giovani, e gli sforzi non hanno ancora raggiunto in modo adeguato i soggetti più vulnerabili, in particolare quelli inattivi.
Un buco nero informativo: nessuno fa un serio monitoraggio dell’impatto dei fondi UE.
La criticità più significativa individuata dagli auditor riguarda il monitoraggio. La Commissione, semplicemente, non sa cosa accada ai giovani beneficiari delle misure oltre il breve termine. Gli indicatori di risultato del Fondo sociale europeo Plus (FSE+) si fermano infatti a sei mesi dalla fine del sostegno: non esiste alcun indicatore comune che verifichi la situazione occupazionale a 12 o 18 mesi di distanza.
Il paradosso è che uno strumento con una prospettiva temporale più lunga esisterebbe già , il quadro di monitoraggio della garanzia per i giovani , ma è disgiunto da quello dell’FSE+ e copre solo alcune delle misure finanziate, non tutte. Un cortocircuito amministrativo che lascia Bruxelles, e gli stessi Stati membri, sostanzialmente al buio sugli effetti reali di miliardi di euro di spesa pubblica.
Incentivi all’assunzione: sussidi senza bussola.
Il capitolo più duro della relazione riguarda gli incentivi economici concessi ai datori di lavoro che assumono giovani. Le autorità nazionali disponevano di strumenti per valutare le reali esigenze del mercato del lavoro , come il sistema Excelsior in Italia o l’Observatorio de las Ocupaciones in Spagna , ma non li hanno utilizzati per calibrare il sostegno. Il risultato: incentivi concessi indistintamente alla quasi totalità dei settori economici, con pochissime esclusioni.
Un esempio emblematico arriva dall’Italia, dove la misura “Esonero Giovani under 36” ha escluso solo il settore finanziario e il lavoro domestico, estendendo poi l’ammissibilità anche a quel comparto nelle versioni successive. Una impostazione che la Corte definisce poco mirata e che espone il sistema a quello che viene tecnicamente chiamato “effetto inerziale”: lo spreco di denaro pubblico per sovvenzionare assunzioni che sarebbero comunque avvenute.
Non si tratta di un rischio teorico. In Italia, un indicatore calcolato dalle stesse autorità nazionali , l’indice di profilazione, che misura la distanza di un giovane dal mercato del lavoro , mostra che i beneficiari delle sovvenzioni all’assunzione tra il 2015 e il 2019 erano, in media, già più occupabili in partenza rispetto a chi non ne aveva beneficiato. Un segnale che il sostegno pubblico avrebbe finito per premiare, almeno in parte, chi aveva meno bisogno di essere aiutato.
Contratti che non reggono e nessuno chiede il perché.
Anche quando i posti di lavoro vengono effettivamente creati, la loro tenuta nel tempo resta un problema aperto. In una delle misure italiane sottoposte ad audit, un quarto dei giovani beneficiari di contratti sovvenzionati si è dimesso. In Spagna, il rapporto è di due contratti su dieci nel campione esaminato. Né l’Italia né la Spagna, sottolinea la Corte, dispongono di strumenti come i colloqui di uscita per capire le ragioni di queste interruzioni anticipate , un’informazione che permetterebbe di correggere il tiro sulle misure future, ma che semplicemente non viene raccolta.
Formazione assente, criteri vaghi.
Un’altra falla riguarda il collegamento tra incentivi e formazione. Nei settori con carenze di competenze, gli incentivi risultano più efficaci se abbinati a percorsi formativi obbligatori. Ma gli incentivi esaminati dalla Corte non erano subordinati ad alcun obbligo di formazione sul posto di lavoro , nonostante gli stessi programmi, come quello italiano “Giovani, Donne e Lavoro”, riconoscessero sulla carta questa esigenza.
A complicare il quadro, manca perfino una definizione condivisa di cosa significhi un giovane “inserito con successo” nel mercato del lavoro. Un vuoto che, secondo la Corte, rende più difficile progettare interventi efficaci e misurarne davvero i risultati.
I giovani inattivi: il gruppo che nessuno riesce a raggiungere.
Forse il dato più preoccupante riguarda la composizione del fenomeno NEET (i giovani che non lavorano né studiano). Se tra il 2014 e il 2024 il numero complessivo di NEET nell’Unione è sceso di quasi 4 milioni, il merito è quasi interamente della riduzione dei disoccupati (-2,97 milioni), mentre gli inattivi , cioè i giovani che non cercano nemmeno più un impiego , sono diminuiti solo di 960mila unità. In Germania e Spagna, il loro numero è addirittura aumentato.
Il risultato è che la popolazione NEET europea è profondamente cambiata: se nel 2014 gli inattivi rappresentavano il 49,7% del totale, nel 2024 sono saliti al 62,2%. Si tratta del gruppo più difficile da intercettare, spesso a causa di barriere strutturali , mancanza di competenze, isolamento geografico, discriminazione , che le sole politiche del mercato del lavoro non possono risolvere. Figuriamoci le azionin retoriche e poco sostanziali sostenute dal programma Erasmus+…
E qui la relazione registra forse il caso più clamoroso di tutta l’indagine: in Italia, il programma FSE+ 2021-2027 “Giovani, Donne e Lavoro” aveva stanziato 500 milioni di euro per strategie di sensibilizzazione mirate a raggiungere i giovani NEET, da attuare entro fine 2024. Ad agosto 2025, quelle misure non erano ancora state avviate, e i fondi ad esse destinati erano stati tagliati a 150 milioni di euro , riassegnati soprattutto agli incentivi all’assunzione, misure che notoriamente non sono pensate per raggiungere chi è completamente fuori dal radar del mercato del lavoro.
Fondi in ritardo, spesa concentrata a fine periodo.
Sul fronte squisitamente finanziario, la Corte segnala che l’attuazione dell’FSE+ per il periodo 2021-2027 è partita con notevole ritardo, complice un iter di adozione del quadro giuridico più lento del previsto e la priorità assegnata al dispositivo per la ripresa e la resilienza. A dicembre 2025, in Spagna e Italia le risorse assegnate ai progetti selezionati sono aumentate sensibilmente, ma le spese effettivamente dichiarate restano modeste. Un pattern che, avverte la Corte, rischia di tradursi in una corsa a spendere nella fase finale del periodo di programmazione, con il concreto pericolo di un utilizzo meno efficace dei fondi.
Le tre raccomandazioni della Corte.
Di fronte a questo quadro, la Corte dei conti europea formula tre raccomandazioni alla Commissione: rafforzare monitoraggio e valutazione dei finanziamenti (con scadenza fissata a fine 2027 e fine 2031); migliorare l’efficacia degli incentivi all’assunzione, collegandoli meglio a formazione e occupabilità duratura (entro fine 2027); e fornire un sostegno più mirato ai giovani inattivi, il gruppo più difficile da raggiungere (con scadenze scaglionate tra il 2027 e il 2031).
Resta il dato di fondo: dopo oltre un decennio e decine di miliardi di euro investiti, l’Unione europea non è ancora in grado di dire con certezza se le sue politiche per l’occupazione giovanile funzionino davvero nel lungo periodo , un’ammissione di opacità che pesa quanto le cifre stesse.
Qualcuno crede ancora nella “carta giovani?”.
foto corte dei conti europea
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Gabriele Frongia
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