Il 2027 segnerà una tappa storica per Verona, che è stata scelta come Capitale Italiana del Volontariato. Un riconoscimento che premia una lunga tradizione di solidarietà e partecipazione civica, ma che rappresenta soprattutto un punto di partenza. A raccontarne il significato è Chiara Tommasini, presidente nazionale di CSVnet, l’associazione che riunisce i 49 Centri di Servizio per il Volontariato italiani e che ha seguito da vicino il percorso di candidatura della città scaligera. Veronese, già presidente del CSV di Verona per otto anni, Tommasini conosce profondamente il tessuto associativo locale e invita a vivere il 2027 non come una semplice rassegna di eventi, ma come un’occasione per costruire una nuova strategia di sviluppo del volontariato.
Presidente Tommasini, Verona è stata proclamata Capitale Italiana del Volontariato 2027. Che cosa rappresenta questo riconoscimento?
Per me rappresenta un motivo di grandissimo orgoglio, anche perché Verona è la mia città. Dopo cinque anni dall’istituzione di questo titolo, vedere che la progettualità veronese è stata scelta è una soddisfazione enorme. L’obiettivo della Capitale Italiana del Volontariato è accendere ogni anno i riflettori su una comunità e sul suo patrimonio associativo, per riflettere sul ruolo del volontariato, sulla sua capacità di rispondere ai bisogni emergenti e di costruire comunità più solidali e partecipative.
Per il grande pubblico, che cos’è CSVnet e quale ruolo svolge?
CSVnet è l’associazione nazionale dei 49 Centri di Servizio per il Volontariato presenti in Italia. I CSV sono enti previsti dalla legge, nati per accompagnare, sostenere e rafforzare il volontariato. Offrono consulenza, formazione, orientamento, servizi di comunicazione e supporto organizzativo alle associazioni, ma anche a tutti quei cittadini che desiderano avvicinarsi al volontariato. Il nostro riferimento sono gli oltre cinque milioni di italiani che fanno volontariato, ma anche tutti coloro che ancora non conoscono queste opportunità di partecipazione.
Coordinare quarantanove Centri di Servizio distribuiti in tutta Italia significa confrontarsi con realtà molto diverse tra loro.
È proprio così. Mi piace dire che abbiamo quarantanove “pezzi unici”. Ogni Centro opera in un territorio con caratteristiche, bisogni e comunità differenti. Non esiste un modello uguale per tutti. La montagna ha esigenze diverse dalla città, le aree interne sono differenti dai grandi centri urbani. Per questo ogni CSV costruisce programmi e servizi su misura per il proprio territorio, pur condividendo una visione comune.
Verona arriva al 2027 con numeri importanti: centinaia di associazioni e oltre 85mila volontari.
Sono numeri che raccontano una storia lunga e significativa. Verona ha sempre avuto un volontariato molto forte e innovativo. Vivendola oggi anche da una prospettiva nazionale, mi capita spesso di vedere progetti presentati come novità in altri territori e di pensare che a Verona quelle esperienze esistessero già da anni. È una città profondamente solidale, forse più di quanto essa stessa percepisca. La Capitale Italiana del Volontariato sarà l’occasione per raccontare questo patrimonio e renderlo ancora più visibile.
Uno dei temi più discussi riguarda il ricambio generazionale. I giovani fanno meno volontariato?
No, non direi. I giovani fanno volontariato, ma lo fanno in modo diverso rispetto al passato. Oggi sono meno numerosi, anche per ragioni demografiche, e cercano esperienze nelle quali possano avere responsabilità reali e sentirsi ascoltati. Il problema non è la loro mancanza di disponibilità, ma la capacità delle organizzazioni di coinvolgerli davvero, lasciando spazio alle loro idee e ai loro linguaggi.
Quindi anche le associazioni sono chiamate a cambiare?
Certamente. Molte organizzazioni hanno una lunga storia e una classe dirigente molto esperta, ma devono trovare il modo di favorire il passaggio generazionale. Non basta dire ai giovani che sono importanti: bisogna permettere loro di partecipare realmente ai processi decisionali. È una delle grandi sfide del volontariato contemporaneo.
Durante la pandemia il volontariato ha spesso colmato le difficoltà del sistema pubblico. Esiste il rischio di delegare troppo alle associazioni?
È una riflessione molto importante. Il primo passo è riconoscere che esiste un confine tra ciò che compete al volontariato e ciò che spetta alle istituzioni. Il volontariato non può sostituire i servizi pubblici, ma può collaborare con essi. Per questo lavoriamo molto sui temi della coprogettazione e della coprogrammazione previsti dal Codice del Terzo Settore, affinché enti pubblici e volontariato costruiscano insieme risposte ai bisogni delle comunità.
La parola chiave diventa quindi collaborazione.
Esattamente. Serve un dialogo continuo tra amministrazioni, associazioni e cittadini. Quando tutti si siedono allo stesso tavolo e condividono l’analisi dei bisogni è possibile costruire risposte più efficaci. Se invece ciascuno procede da solo si rischiano sovrapposizioni, inefficienze o deleghe improprie.
Negli ultimi anni il Terzo Settore ha affrontato importanti cambiamenti normativi.
Sì, il Codice del Terzo Settore e il Registro Unico Nazionale hanno introdotto una nuova cultura organizzativa. Le associazioni oggi devono essere sempre più consapevoli e strutturate. Il nostro compito è accompagnarle in questo percorso attraverso consulenza, formazione e strumenti concreti. Per questo abbiamo sviluppato accordi con banche, assicurazioni e altri partner, affinché anche le realtà più piccole possano accedere a competenze che altrimenti sarebbero difficili da reperire.
Che cosa dovrebbe lasciare a Verona l’esperienza del 2027?
La cosa più importante è comprendere che la Capitale Italiana del Volontariato non è un calendario di eventi. È una strategia di sviluppo del volontariato. Ogni città costruisce la propria eredità in modo diverso. Palermo, ad esempio, ha avviato il percorso che porterà alla nascita di una Fondazione di Comunità. Verona dovrà individuare la propria legacy attraverso un percorso partecipato, coinvolgendo associazioni, istituzioni, imprese, università e tutti gli attori del territorio.
Quindi il coinvolgimento dovrà andare oltre il mondo del volontariato.
Assolutamente. Il volontariato dialoga naturalmente con il mondo dell’impresa, del commercio, dell’università, della cultura e delle istituzioni. È proprio questa capacità di costruire alleanze che renderà il 2027 un’esperienza significativa. Le tante proposte che stanno arrivando dovranno essere armonizzate dentro un progetto comune, capace di lasciare qualcosa di duraturo alla città.
Qual è l’augurio che rivolge a Verona?
Che sappia cogliere fino in fondo questa opportunità. Verona possiede tutte le caratteristiche per costruire un percorso di grande valore. L’importante sarà mantenere sempre al centro ciò che rappresenta il volontariato: la pace, i diritti, la Costituzione, la partecipazione e la capacità di prendersi cura delle persone e delle comunità. Se questi valori guideranno il lavoro dei prossimi mesi, sono convinta che Verona saprà lasciare un’eredità importante ben oltre il 2027.
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Matteo Scolari
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