Punta Molentis è una delle mete turistiche più rinomate della Sardegna meridionale. Oggi, oltre ai tanti turisti, vi sono stabilimenti, bar, approdi per barche. Eppure, fino ai primi anni ’80, Punta Molentis era frequentata unicamente da pochi e appassionati conoscitori. Un luogo incontaminato tipico di una Sardegna “selvaggia” scomparsa da tempo. Fra costoro vi era lo scrittore Roberto Brughitta che, in giovane età, trascorreva le sue estati a Punta Molentis. Lo abbiamo incontrato per sentire dalla sua voce il racconto di quegli anni.
lo scrittore Roberto Brughitta
Roberto, quali sono i tuoi primi legati a Punta Molentis?
La mia famiglia ha cominciato a frequentare Punta Molentis che io ero piccolissimo. A quel tempo alcuni abitanti di Villasimius chiamavano quel luogo Riu Trottu, e Punta Molentis solo la zona di approdo delle barche dei pescatori che gettavano l’ancora proprio sotto lo spuntone granitico a forma di orecchio d’asino. Noi montavamo la nostra tenda, rigorosamente acquistata alla Sardacamping, subito dopo la fine della scuola.


Brughitta a Punta Molentis
Da scrittore, studi i luoghi in cui ambienti le tue storie. Hai mai fatto delle ricerche su Punta Molentis, a partire dal nome o dalle attività che vi si svolgevano in passato?
C’è una teoria sul nome del luogo ed è basata sulla presenza di asini nel sito. Animali che avevano il compito di trasportare verso il punto d’imbarco, i cordoli di granito destinati alla delimitazione dei marciapiedi e che venivano estratti a colpi di massa e scalpello dai detenuti provenienti dalla vicina colonia penale di Castiadas. La zona della scogliera è infatti pregna di tracce di lavorazione di questi manufatti e tantissimi sono tutt’ora presenti abbandonati qua e là a ricordare la fatica degli addetti ai lavori forzati
Raccontaci delle tue estati a Punta Molentis
Si iniziava con l’andarci solo il fine settimana e quando si arrivava sul posto, ci si rallegrava che la tenda fosse ancora lì ad aspettarci. La paura era che le raffiche di maestrale potessero averla fatta volare via. Non avevamo nessun timore dei ladri, in quanto l’amicizia con la famiglia Fanni, i pescatori del posto, faceva sì che vigilassero sulle tende dei frequentatori. Spesso nelle notti di forte maestrale, capitava che uno dei componenti dormisse per sicurezza, nella nostra tenda. Io a quel tempo legai molto con i figli che avevano più o meno la mia età, Ignazina, Giuliano, Tiziana e Gabriele. Quando mio padre ad agosto aveva le ferie, si restava lì per tutto il tempo.
Come si svolgevano le vostre giornate?
Era un continuo movimento, gare di tuffi dall’alto, si iniziava dallo scoglio denominato la caffettiera per poi passare allo scoglio bianco, vero e proprio colosso di granito a picco sul mare. Poi c’erano le prove di coraggio. Si andava a nuoto a largo e ci si portava dietro una pietra del peso di circa un chilo, poi la si lasciava cadere e in apnea si recuperava. Abbiamo incoscientemente raggiunto profondità di più di dieci metri, senza alcun tipo di preparazione. A quei tempi era così, tutto il giorno a correre sotto il sole. Le creme solari per i ragazzini locali forse non le avevano ancora inventate, perché le ricordo solo sul viso dei tedeschi e dei cosiddetti continentali. Dico sul viso perché per non scottarsi indossavano giustamente nei primi giorni, le magliette. Noi nel frattempo diventavamo color grafite.



Partite di bocce e gare di tuffi erano alcuni dei passatempi della Punta Molentis di quegli anni
Visto il luogo, c’è da presumere che il vostro cibo fosse a km 0
Inutile dire che le mangiate di pesce erano all’ordine del giorno, spesso e volentieri pescato da me. Mangiavo spesso nella grande tavola, realizzata con spessi tavoloni, della famiglia dei pescatori. Signora Rita, la moglie di Signor Giovanni, che mi aveva in qualche modo adottato, cucinava divinamente. Comunque, non c’era solo il divertimento, tutti dovevano collaborare, anche i più piccoli, in base alle loro forze.

Roberto di ritorno da una battuta di pesca subacquea
Come facevate per le incombenze pratiche come ad esempio l’acqua dolce?
Tutti i giorni due adulti si recavano in paese per fare la spesa e per la scorta d’acqua dolce giornaliera, che spesso consisteva in una lunga fila nelle fontanelle pubbliche messe a disposizione dal comune. Quando questi rientravano, suonavano il clacson e tutti si recavano al parcheggio. I più forti prendevano i bidoni da venti litri e gli altri via via bidoni più piccoli, buste della spesa, angurie e via dicendo. Il tutto andava a finire in un frigorifero vecchio che era adagiato a terra e che al suo interno aveva due lastre di ghiaccio lunghe un metro e spesse venti centimetri che a inizio settimana veniva acquistato a Cagliari in via Barone Rossi.
Oltre a voi, chi erano all’epoca i frequentatori di Punta Molentis?
I primi anni il posto era frequentato solo da tedeschi e una ventina di tende di abitanti dell’hinterland cagliaritano, poi pian piano arrivò molta più gente. Solo con i miei parenti arrivavamo a sei tende. Mitiche le lunghe partite a bocce con i miei zii, ritratti anche in una magnifica mega cartolina che ha girato l’Italia. Ho frequentato il cosiddetto campeggio libero fino alla maggiore età e porto quei ricordi nel cuore. Tutta la famiglia a tenere un piede della tenda durante le forti raffiche di maestrale, i bagni al tramonto, i falò sulla spiaggia e le chitarre che suonavano intorno e che tacevano per educazione quando qualcuno ti faceva notare che era ora di smettere.

l’ “affollamento” di Punta Molentis negli anni ’70
In che cosa l’atmosfera di quei tempi era differente rispetto all’attuale?
L’educazione e il rispetto regnavano tra i frequentatori, perché il caos cittadino lo avevano lasciato a casa. Non capisco come si possano realizzare dei pedalò a forma di automobile, sono un’offesa alle spiagge e ai vacanzieri. Sono tornato solo due volte in piena stagione estiva a Punta Molentis, una volta non mi hanno fatto entrare perché avevano raggiunto il numero chiuso di auto. La seconda mi sono sentito come un tifoso nella curva della squadra avversaria. Ci vado solo da ottobre a maggio con gli amici canoisti, solo in quel periodo posso ritrovare i luoghi della mia infanzia, dove scalzo continuo a muovermi tra i magnifici scogli modellati dal vento e dalle onde, dove non sento il rumore dei motoscafi e dove l’acqua è così cristallina che ti viene voglia di abbracciarla.

Uno dei tanti momenti trascorsi dallo scrittore a Punta Molentis
In quei momenti c’è un particolare ricordo di quelle estati che ti torna alla mente?
Mi immagino signor Giovanni che in piedi, con il timone tra le gambe, arriva a bordo della barca cabinata blu di nome Rita, mentre a terra lo aspettano turisti e campeggiatori per acquistare il pescato che verrà portato a terra all’interno di grosse ceste tonde di giunco intrecciato.
Fotografie di Roberto Brughitta
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Michele Demontis
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