di Alberto Bianchi
L’anniversario dei 250 anni degli Stati Uniti offre l’occasione per interrogarsi su un nodo spesso trascurato: il rapporto tra l’americanismo, inteso come modello politico‑istituzionale e come ethos democratico, e il riformismo europeo di matrice socialista e socialdemocratica. Non si tratta di una relazione lineare né di un’influenza diretta; è piuttosto un campo di tensioni, di fascinazioni selettive, di appropriazioni parziali e di differenze strutturali che hanno accompagnato l’intero secolo breve.
Per questo il titolo parla di una “relazione possibile” e reca un punto interrogativo: il rapporto tra americanismo e riformismo socialista europeo non è mai stato un asse teorico dichiarato, né un’influenza diretta e sistematica. La domanda nel titolo, pertanto, non è retorica: segnala non la ricostruzione di un filone dottrinario, ma l’esplorazione di un dialogo sommerso, intermittente, talvolta decisivo, talvolta marginale; indica la natura storica del fenomeno, che è fatta di incroci, non di genealogie lineari. Il ricorso al presente storico nei passaggi che riguardano il Novecento e il secondo dopoguerra risponde a questa impostazione: non una cronaca, ma una lettura teorica di processi storici che continuano a proiettare effetti nel tempo presente.
Il primo Novecento
Per i socialisti europei del primo Novecento, gli Stati Uniti rappresentano un paradosso: una società capitalistica avanzata, priva di aristocrazia, dotata di una democrazia politica di massa e di un dinamismo sociale sconosciuto alle società europee ancora stratificate. L’americanismo diventa così un laboratorio concettuale, un controcampo che costringe a ripensare categorie consolidate. Per Bernstein, l’America dimostra che il capitalismo non evolve necessariamente verso il collasso, ma verso forme più complesse di integrazione sociale; per Turati, conferma che la democrazia politica può precedere la democrazia sociale; per Carlo Rosselli, incarna una libertà concreta e pragmatica, decisiva per la formulazione del suo socialismo liberale. In tutti questi casi, l’americanismo agisce come stimolo a emanciparsi dal determinismo storico e dall’idea che la democrazia sia un epifenomeno dell’economia.
Il punto di contatto più evidente tra americanismo e riformismo europeo è il New Deal rooseveltiano. Non perché i socialisti europei ne abbiano copiato le politiche, ma perché il New Deal dimostra che lo Stato può intervenire massicciamente nell’economia senza mettere in discussione la democrazia liberale, che la protezione sociale può essere costruita come risposta pragmatica a crisi sistemiche e che la regolazione del capitalismo è compatibile con la libertà individuale. Per figure come Pietro Nenni nel secondo dopoguerra o Giorgio Amendola negli anni Sessanta, il New Deal è la prova empirica che la dicotomia tra socialismo e liberalismo può essere superata. È Nenni stesso a scrivere, nel 1946, che “la libertà non è un privilegio borghese, ma la condizione stessa del socialismo”, frase che indica con chiarezza la volontà di sottrarre il socialismo alla contrapposizione frontale con il liberalismo politico. Amendola, in un celebre intervento del 1967, ribadisce la stessa intuizione: “la democrazia è il terreno della nostra lotta, non il suo limite”, frase che esprime la convinzione che la democrazia liberale non sia un ostacolo alla trasformazione sociale, ma il suo presupposto. Anche la socialdemocrazia scandinava, pur autonoma, riconosce nel New Deal un precedente storico di grande rilievo.
Tuttavia, il riformismo europeo non ha mai potuto identificarsi pienamente con l’americanismo. Il motivo è strutturale: il welfare europeo nasce come progetto universalistico, mentre quello americano resta frammentato e categoriale. Per i socialisti europei, gli Stati Uniti sono un esempio di democrazia politica avanzata ma di democrazia sociale incompiuta. Questa distanza è decisiva: l’americanismo può essere una fonte di ispirazione politica, non un paradigma sociale. Il riformismo europeo si fonda sull’idea che la libertà politica richieda una base materiale di diritti sociali universali, e questo lo separa dalla tradizione statunitense.
Il secondo dopoguerra fino agli anni Ottanta e Novanta
Nel secondo dopoguerra, la Guerra fredda complica ulteriormente il quadro. Gli Stati Uniti diventano il garante della democrazia liberale contro il totalitarismo sovietico, e per il riformismo europeo – in particolare per la tradizione del PSI e, sia pure più lentamente e in modo contrastato, per la destra migliorista del PCI – l’americanismo assume una funzione politico‑strategica. È la prova che la democrazia liberale non è un guscio borghese, ma un sistema aperto e riformabile; è il contesto geopolitico che permette ai socialisti europei di emanciparsi dal marxismo dogmatico; è il quadro entro cui si sviluppa la “via democratica al socialismo”.
In specifico, la cultura migliorista, da Giorgio Napolitano a Biagio De Giovanni, legge l’americanismo come una forma di modernità politica che il socialismo deve saper interpretare, non subire. Napolitano lo afferma esplicitamente nel 1975, quando scrive che “l’Occidente non è un blocco ideologico, ma un processo di modernizzazione democratica che dobbiamo comprendere e governare”. De Giovanni, in un saggio del 1984, aggiunge che “l’America è la forma più avanzata della democrazia moderna, e proprio per questo è il terreno su cui il socialismo deve misurare la propria capacità di innovazione”.
È qui che si colloca la differenza decisiva rispetto al gramscismo. Per Gramsci, l’americanismo è la razionalizzazione estrema del capitalismo moderno, il punto più avanzato della sua organizzazione materiale, e dunque il terreno da cui il socialismo deve partire per trasformare la società senza scorciatoie rivoluzionarie. Per i miglioristi, invece, l’americanismo non è innanzitutto un dispositivo economico, ma una forma di modernità politica dell’Occidente che il socialismo deve saper abitare. Dove Gramsci vede la struttura, i miglioristi vedono la forma politica; dove Gramsci individua il nodo dell’egemonia nella produzione, i miglioristi lo collocano nella democrazia rappresentativa. È questa divergenza che consente al migliorismo di assumere l’americanismo come risorsa per una pedagogia della modernità, non come sintomo della potenza del capitalismo.
Negli anni Ottanta e Novanta, con la globalizzazione e la rivoluzione neoliberale, l’americanismo diventa un terreno di conflitto interno al riformismo europeo. Per alcuni, è il modello della modernizzazione necessaria; per altri, è il paradigma della disuguaglianza crescente e della precarizzazione del lavoro. La Third Way di Giddens e Blair tenta una sintesi: un riformismo che accetta la dinamica del mercato ma insiste sulla redistribuzione delle opportunità. Molti socialisti europei, tuttavia, vedono in questa sintesi un eccesso di americanizzazione, un indebolimento della tradizione universalistica del welfare e della centralità del lavoro come fattore di cittadinanza.
Americanismo e riformismo socialista nel tempo presente
Oggi il rapporto tra americanismo e riformismo socialista si presenta in forme nuove. L’americanismo contemporaneo non è più quello del New Deal, né della Guerra fredda e neppure dell’età dell’unipolarismo della potenza globale americana: è un insieme di dinamiche tecnologiche, culturali, politiche e strategiche che ridefiniscono il capitalismo globale. Per il riformismo europeo, l’America è al tempo stesso un avversario e un interlocutore: un avversario quando produce modelli di disuguaglianza estrema, di privatizzazione dei diritti, di polarizzazione politica e geopolitica; un interlocutore quando sperimenta forme di innovazione tecnologica, di regolazione dei mercati digitali, di espansione dei diritti civili.
In questo quadro, è decisivo distinguere l’americanismo come tradizione democratica e modernizzatrice dal trumpismo come forma di nazional‑populismo regressivo. L’americanismo, nella prospettiva del riformismo socialista europeo, non coincide con il ciclo politico trumpiano: ne è, anzi, la negazione. Dove l’americanismo indica la capacità di rinnovare le istituzioni democratiche e di includere nuovi diritti, il trumpismo rappresenta la chiusura identitaria, la delegittimazione delle regole, la riduzione della democrazia a conflitto permanente tra fazioni.
Il riformismo socialista europeo deve confrontarsi con un americanismo che non è più un modello politico unitario, ma un ecosistema di potere economico e culturale che condiziona la vita democratica globale. In questo senso, l’americanismo costringe il riformismo a ridefinire le proprie categorie: il lavoro nell’era dell’automazione, il welfare nell’epoca delle piattaforme, la democrazia nella stagione della disinformazione digitale e dell’intelligenza artificiale. Il riformismo socialista oggi non può imitare l’America, ma non può neppure ignorarla: deve costruire una propria modernità, capace di integrare innovazione e diritti, crescita e coesione, libertà individuale e sicurezza sociale.
Esiste dunque un rapporto tra americanismo e riformismo socialista europeo? Sì, ma non nel senso di un’influenza diretta o di un’imitazione. È un dialogo implicito, fatto di convergenze pragmatiche, divergenze strutturali, appropriazioni selettive e rifiuti consapevoli. L’americanismo ha costretto il socialismo europeo a diventare più empirico, più democratico, meno dogmatico. Ma non ha mai sostituito la sua matrice: l’idea che la libertà politica richieda una base materiale di diritti sociali universali.
Oggi, nell’epoca della globalizzazione digitale, questo dialogo continua, e forse è più necessario che mai. La ripresa consapevole del confronto tra americanismo e riformismo socialista europeo non è solo un esercizio teorico: è una condizione per l’affermazione di un ruolo dell’Europa come potenza strategica autonoma dell’Alleanza atlantica. Solo un riformismo capace di misurarsi con la modernità americana senza subalternità, ma anche senza rifiuti ideologici, può contribuire a definire un’Europa che non sia mera periferia dell’Occidente, bensì soggetto politico in grado di orientare, insieme agli Stati Uniti, le trasformazioni della democrazia nel XXI secolo.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.
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