In Libia un giro di vite sospetto


La stretta contro l’immigrazione del governo della Cirenaica favorisce le politiche di esternalizzazione dell’Unione Europea

La questione della legittimità delle autorità locali rimane centrale, ma la necessità di venire a patti con la famiglia del generale Khalifa Haftar sta cominciando a smuovere le acque. Indiscrezioni suggeriscono l’apertura di un Centro di coordinamento per il soccorso marittimo a Bengasi, sulla falsariga di quello stabilito a Tripoli con il sostegno europeo

06 Luglio 2026

Articolo di Umberto Profazio, analista, ricercatore Maghreb e Nordafrica


Tempo di lettura 5 minuti

Khalifa Haftar con l’ambasciatore dell’Unione Europea in Libia Nicola Orlando a Bengasi nel maggio 2026 (Credit: LANA)

Il 23 giugno scorso il Governo di stabilità nazionale (Government of National Stability – GNS) di base a Bengasi ha vietato l’ingresso dei cittadini di Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan sul territorio nazionale. La decisione 113 del 2026 emessa dell’esecutivo guidato dal premier Osama Hammad verrà messa in atto su tutti i valichi di frontiera sotto il controllo delle autorità dell’est della Libia, siano esse aeroportuali, marittime o terresti.

Lo scopo è evidentemente quello di regolare gli ingressi dei cittadini provenienti dal Corno d’Africa, i cui paesi rappresentano l’origine principale dei flussi migratori che investono la Libia da ormai diversi anni.


Nonostante le eccezioni previste (che esentano membri del corpo diplomatico e consolare, oltre ai lavoratori impiegati in settori cruciali come l’istruzione e l’assistenza sanitaria dal divieto di ingresso), il giro di vite favorisce senza alcun dubbio le politiche di esternalizzazione attuate dall’Unione Europea (UE), diminuendo potenzialmente il rischio di arrivi nella stagione degli sbarchi che contraddistingue il periodo estivo.

La tempistica dell’adozione della decisione (che prevede tra l’altro anche controlli rafforzati sulla popolazione straniera residente in vista di eventuali deportazioni) risulta infatti abbastanza chiara. I flussi di migranti in partenza dalle coste della Cirenaica sono aumentati esponenzialmente nel corso degli ultimi anni, interessando principalmente le coste greche delle isole di Creta ed in particolar modo della vicina Gavdos, che risultano particolarmente sotto pressione durante l’estate.

Al contrario della vicina Tripolitania, dove il governo internazionalmente riconosciuto (Government of National Unity – GNU) ha rafforzato la cooperazione in materia di migrazione con i principali paesi dell’UE (in primis l’Italia), le autorità dell’est della Libia stanno faticando a trovare interlocutori interessati per proteggere le coste europee dai temuti sbarchi.

La questione della legittimità delle autorità locali rimane centrale, ma la necessità di venire a patti con la famiglia del generale Khalifa Haftar (del quale il GNS non rappresenta altro che un governo-ombra) sta cominciando a smuovere le acque.

La Grecia capofila


L’uso sconsiderato del ricatto migratorio da parte di Haftar ha infatti già aperto più di una breccia ad Atene, dove il governo guidato dal Premier Kyriakos Mitsotakis ha da tempo promosso un avvicinamento graduale ma inesorabile verso il GNS. L’apertura del consolato greco a Bengasi lo scorso anno è stato un segnale importante, così come le numerose visite del vice comandante dell’Esercito nazionale libico (Libyan National Army – LNA) Saddam Haftar, indicato da autorevoli fonti come favorito alla successione dell’anziano padre, nella capitale greca.

Un centro di soccorso in mare a Bengasi?

Ancora più importanti sono però le indiscrezioni che suggeriscono l’apertura di un Centro di coordinamento per il soccorso marittimo (Maritime Rescue Coordination Centre – MRCC) a Bengasi, sulla falsariga di quello stabilito a Tripoli con il sostegno europeo. Anche in questo caso il coinvolgimento dell’UE appare evidente, ove si pensi che l’11 maggio scorso una delegazione europea comprendente membri dell’Operazione IRINI (EUNAVFOR MED), dello EU Border Assistance Mission in Libya (EUBAM) e dell’UN Office on Drugs and Crime (UNODC) hanno effettuato una visita tecnica in loco.

Mentre da un punto di vista operativo l’eventuale apertura di un MRCC a Bengasi potenzierebbe le attività di ricerca e soccorso (leggasi anche intercettazioni) lungo le coste orientali della Libia al momento sprovviste di adeguata copertura, da un punto di vista istituzionale un medesimo scenario non farebbe altro che rafforzare la biforcazione della Libia, aumentando il numero di autorità parallele presenti sul territorio.

Legittimare Bengasi


In un momento nel quale lo sforzo della comunità internazionale è teso alla riunificazione del paese (anche a seguito dell’iniziativa sponsorizzata dagli Stati Uniti e dell’inviato speciale USA per gli affari africani ed arabi Masad Boulos), si continua a trattare separatamente con Bengasi e Tripoli come se si tratti di due realtà distinte e separate, ma irrinunciabili per arginare al meglio il fenomeno migratorio.

Se questo agevolerà i tentativi di riconciliazione sarà ancora tutto da vedere, ma il sospetto è che interessi contingenti comporteranno una legittimazione crescente delle autorità dell’est, del tutto in linea con la strumentalizzazione della questione migratoria da parte di Haftar.

Il cui obiettivo rimane quello di ottenere il controllo del paese che passa, dopo il fallito tentativo manu militari del 2019-2020, anche attraverso la conquista dell’opinione pubblica interna.

Proteste xenofobe

Non è un caso che la decisione 113/2026 del GNS sul divieto di ingresso ai cittadini di Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan sia avvenuto a poche settimane di distanza dalle manifestazioni di protesta contro gli uffici dell’Alto commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) di Tripoli e della Missione ONU di supporto in Libia (UNSMIL) di Janzour.


Migliaia di manifestanti hanno scandito slogan contro i migranti irregolari presenti in Libia, denunciando la presunta collusione delle principali agenzie internazionali al fine di ricollocare migranti e rifugiati nel paese.

Sintomo di una crescente insofferenza verso le politiche migratorie dell’UE e del conseguente sovranismo che sta attraversando anche il continente africano (basti vedere le recenti proteste in Sudafrica, ma i cui primi segnali erano già emersi nella Tunisia di Kais Saied nel 2022), le proteste di chiara matrice xenofoba evidenziano al tempo stesso la fase fortemente critica attraversata dalle principali organizzazioni internazionali, vittime inconsapevoli del declino progressivo ma inesorabile del multilateralismo.

Umberto Profazio è ricercatore associato per Conflitto, Sicurezza e Sviluppo all’International Institute for Strategic Studies e analista del Maghreb per la NATO Defense College Foundation.

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