Pensioni, perché il mercato fa bene (e meglio dello Stato-gestore)


Un fondo pubblico a capitalizzazione apre la porta al rischio che le decisionidi investimento siano prese solo in base alle esigenze di politica economica

Ciclicamente la sirena di un fondo pubblico a capitalizzazione suona in questo paese. Ed è sorprendente perché era già suonata in passato e per fortuna non ha avuto seguito, dati i molti difetti che un tale fondo potrebbe avere. Ma è chiaro che è necessario tornarci su. Innanzitutto, i sistemi pensionistici pubblici sono tutti a ripartizione, non a capitalizzazione, con l’eccezione del Cile, dove nel 1979, si decise di privatizzare il sistema pubblico. Esiste qualche caso (Usa, Giappone, Canada) in cui anche in un sistema pubblico a ripartizione si è creata una riserva finanziaria (prefunding) investibile nei mercati – in realtà solo quasi in titoli di stato – ma sono eccezioni al modello prevalente e consolidato di un sistema pubblico a ripartizione. In questi paesi il pilastro pubblico è però molto contenuto mentre i fondi pensione hanno un patrimonio vicino al valore del reddito prodotto. Perciò se un sistema pubblico a capitalizzazione non esiste, deve esserci una ragione.
Sul piano teorico è dimostrato che nel lungo termine, a meno di ipotesi particolari – aumento della quota del capitale rispetto a quella del lavoro, maggiore efficienza dei mercati finanziari, ecc. – i rendimenti dei due sistemi devono tendere a convergere. Alcuni economisti – Feldstein, Kotlikoff – hanno sostenuto che ci sia comunque una convenienza ad adottare un sistema a capitalizzazione (privato, sia chiaro) rispetto ad uno a ripartizione, in termini di efficienza e di rendimenti e le evidenze empiriche la supportano. Ma al di là dei rendimenti, gli aspetti davvero cruciali sono la governance, il tipo di investimenti (l’asset allocation), che un fondo pubblico finirebbe per fare, soprattutto il rispetto della missione cruciale di un sistema previdenziale: l’offerta di rendite adeguate.
Nel dibattito italiano si fa una sistematica confusione tra un eventuale meccanismo integrativo e solidaristico, all’interno del sistema pensionistico pubblico a ripartizione, e un fondo pubblico a capitalizzazione, che dovrebbe fare concorrenza, o peggio sostituire, i fondi pensione privati. Il primo è del tutto comprensibile e forse necessario – chi scrive lo propose circa 15 anni fa – e potrebbe contribuire a creare un meccanismo di integrazione per chi non riuscirà, per diverse ragioni, ad accumulare importi adeguati ad avere una pensione decente. Gli sviluppi demografici e del mercato del lavoro, alquanto negativi dell’Italia, le carriere discontinue e irregolari, richiedono la costruzione di meccanismi di solidarietà intra e intergenerazionali, chiedendo ai pensionati più ricchi di aiutare quelli più poveri, oltre che con l’allungamento dell’età di pensionamento.
Un meccanismo di solidarietà intergenerazionale – volutamente non usiamo l’espressione fondo – dovrebbe essere alimentato da basi imponibili diverse dai salari e, per ovvie ragioni, fare affidamento, esclusivamente, sul sistema fiscale, proprio per esaltare il contenuto di solidarietà del meccanismo – inciderebbe perciò anche sulle altre basi imponibili e tutti sarebbero chiamati a contribuire alla solidarietà tra le generazioni.
Un fondo a capitalizzazione pubblico è invece chiaramente inopportuno e pericoloso per diverse ragioni. Innanzitutto, chi gestirebbe questo fondo? Qualsiasi tipo di soggetto pubblico – un ministero, l’Inps o enti simili – sarebbe evidentemente sconveniente per ovvie ragioni. Infatti, se a decidere fosse un soggetto pubblico, come verrebbero prese le decisioni di investimento? In base alle necessità di politica economica del momento, di per sé anche condivisibili, e orientate da obiettivi macroeconomici o distributivi? Oppure, perseguendo la massimizzazione del rendimento e la buona diversificazione (minimizzazione del rischio)?
È palese, un sistema a capitalizzazione deve esser gestito da operatori privati, come avviene in tutti i paesi Ocse, cioè dai fondi pensione, che sono espressione di chi paga i versamenti contributivi ai fondi. In secondo luogo, l’investimento delle risorse dei fondi pensione nell’economia reale è un aspetto cruciale per la crescita e la buona governance. Sarebbe opportuno un fondo (privato) per l’economia italiana, promosso dai fondi pensione, che possa aumentare la preferenza per il mercato domestico, ovviamente su base volontaria e decisa dai vari fondi.
Una scelta così delicata può esser presa solo dai consigli di amministrazione dei fondi pensione privati, per ovvie ragioni di indipendenza e assenza di conflitti di interesse. Forme di risparmio vincolato in asset class scelte da altri, farebbe sorgere il sospetto che si voglia mettere le mani sui risparmi dei lavoratori, in modo subdolo, come avverrebbe con il miraggio della nazionalizzazione del debito pubblico, usando il risparmio privato dei lavoratori.
In sé l’operatore pubblico può gestire uno schema a capitalizzazione. Le ragioni che sconsigliano questa soluzione sono però molto evidenti: in primis, i problemi di governance societaria e di moral hazard che inevitabilmente solleverebbe: come si comporterà il rappresentante del fondo pubblico nei vari consigli di amministrazione delle imprese partecipate? Quale sarà e chi deciderà il mandato? Quali saranno i criteri di scelta degli investimenti? Quello di massimizzazione dei rendimenti, oppure altri criteri di finanza pubblica? Al crescere della sua dimensione, infine, il fondo pubblico diverrebbe gradualmente il principale azionista delle aziende italiane! Scriveva Gary Burtless nel 2000 che «chi si oppone a un sistema di accantonamento pubblico teme che le decisioni di investimento siano guidate da considerazioni politiche piuttosto che economiche, con l’effetto di destinare gli investimenti a impieghi improduttivi o a basso rendimento e generare intromissioni nelle decisioni dei manager delle imprese».




















































5 settembre 2026


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