“Donne Chiesa Mondo”, Casa Luisita accanto alle madri dei desaparecidos messicani


Nel numero di settembre del mensile de L’Osservatore Romano che esce oggi, il racconto delle migliaia di donne – mamme, sorelle e mogli – che attraversano il Paese centroamericano scavando anche nelle discariche e organizzando manifestazioni per mantenere viva la memoria dei propri cari scomparsi. Un cammino civile che interroga la coscienza del mondo

di Lucia Capuzzi*

Il trillo del campanello vibra nell’aria perennemente estiva di Guadalajara ma il portone resta sprangato. Occorrono diversi minuti perché una giovane venga ad aprile: «Scusi, c’era l’agopuntura», spiega mentre indica la stanza sul retro, prima di scomparire. Nel patio, due donne di età indefinibile ricamano maldestramente insieme e, di tanto in tanto, ridono del disegno, un po’ sbilenco. In fondo, nella grande cucina, un gruppetto prepara da mangiare.

E’ difficile definire Casa Luisita. La Casa azul, la chiamano nel quartiere, in omaggio alla surrealista dimora azzurra di Frida Kahlo, situata nel quartiere di Coyoacán a Città del Messico, seicento chilometri a sudest. Non è un centro, non è un rifugio, non è un istituto. Non è, in sintesi, una struttura. È una casa, appunto. La casa de las buscadorass, le cercatrici: madri, sorelle, compagne, mogli, figlie che, nell’inerzia dello Stato, si organizzano in colectivos, associazioni spontanee, per ritrovare i loro cari scomparsi. Tanti, tantissimi nel Messico della fallimentare guerra alla droga – con lo schieramento dei militari in funzione anti-crimine – portata avanti da vent’anni da quattro governi di differente colore politico. Almeno 134 mila persone, secondo i dati ufficiali, ma la cifra reale è ben più alta poiché la gran parte dei casi non viene denunciata.

 A lungo associata alle dittature latinoamericane del Novecento, la parola desaparecidos ha trovato nuova attualità nel Paese in bilico tra nord e sud del Continente, trasformato in «una fossa comune con inno nazionale», come dicono gli attivisti. A sparire, però, stavolta non sono gli oppositori politici, reali o potenziali, catturati, seviziati e massacrati dai regimi autoritari. Chiunque è a rischio nel conflitto che i cosiddetti narcos – veri e propri imperi economici, in realtà – combattono con il sostegno di pezzi di istituzioni previamente catturati per il controllo del territorio e delle sue risorse. Giovani o giovanissimi uomini il più delle volte, ma anche donne, bambini, anziani, rapiti e arruolati a forza per placare la fame di carne da cannone dei gruppi armati. O impiegati come manodopera schiava. O assassinati per terrorizzare la popolazione e asservirla.

Delle centinaia di migliaia che svaniscono nel nulla, pochi ritornano, morti il più delle volte. E solo grazie all’ostinazione dei parenti che frugano nelle discariche, nei campi incolti, nelle case abbandonate sparse per la sterminata nazione, inseguendo segnalazioni, indizi, brandelli di informazioni. Nessun altro lo fa. La Casa Luisita di Guadalajara – capitale del Jalisco, epicentro del dramma con oltre 16mila scomparsi – è la loro oasi. «Abbiamo cominciato per caso. Nell’agosto 2019 in Jalisco erano stati trovati dei tir carichi di cadaveri – racconta Dolores Ramírez Ramírez, meglio nota come madre Lolita, carmelitana del Sacro Cuore -. Il servizio di Giustizia e pace di Città del Messico ci ha chiamato per chiederci di ospitare un gruppo di parenti che sarebbe venuto per identificarli. I primi 25 li abbiamo alloggiati nella casa generale». All’epoca la dimora azzurra dove, nel 1937, morì Luisita del Santissimo Sacramento, fondatrice della congregazione, era occupata. Si sarebbe liberata quattro anni dopo quando ormai madre Lolita e le sue consorelle erano un riferimento abituale per i colectivos di cercatori di passaggio. «La gran parte erano mamme. Le vedevamo tornare sfinite dopo avere scavato tutto il giorno, sotto il sole o la pioggia. Provavamo ad alleviare la loro sofferenza accogliendole con un abbraccio, un canto, un orecchio attento. Non potevamo, però, limitarci a questo. Volevamo creare luogo di conforto per i familiari venuti da lontano ma anche per quanti si trovavano a Guadalajara».

Casa Luisita appunto, inaugurata ufficialmente il 15 ottobre 2023. Nelle sue stanze ampie affacciate sul patio al piano terra, in media transita un’ottantina di madri al mese: un quarto proviene da altri Stati messicani. Alcune si fermano per qualche giorno a dormire, altre qualche ora per partecipare alle attività realizzate da religiose di varie congregazioni – missionarie mercedarie di Berris e apostole del Cuore di Gesù – che affiancano madre Lolita e le sue consorelle. Ci sono sessioni di massaggi, di psicoterapia, di meditazione e laboratori. «Ma, specialmente. ascoltiamo, consoliamo o piangiamo insieme a loro. Conversiamo da donna a donna, dato che la più parte lo sono. E questo crea un legame profondo» commenta la religiosa. «La scomparsa di un figlio arresta la vita dell’intera famiglia, intrappolata in un saliscendi di disperazione-speranza. Un’angoscia patita spesso in silenzio: la società è tanto terrorizzata da rimuovere il dramma dei desaparecidos. Le “cercatrici” devono lottare contro se stesse per non farsi paralizzare dal dolore. Per non cedere allo sconforto e ricominciare dopo ogni ricerca a vuoto. Dovremmo essere noi ad aiutare loro. In realtà, la loro sofferenza e, soprattutto, la loro resilienza ci evangelizzano. In quella forza ostinata che le fa rialzare nonostante il peso schiacciante di ogni sconfitta, vedo l’amore ostinato di Gesù. A volte vorrei essere indovina, avvocata, procuratrice, antropologa forense per poter alleggerire almeno un po’ le loro spalle. Ma devo imparare ad accettare l’impotenza. Il mio è il “ministero delle lacrime condivise””» dice suor Lolita.

Il medesimo servizio di Paola Clerico che cammina, in senso letterale, al fianco dei familiari degli scomparsi da dieci anni. Religiosa di Gesù e Maria, 62 anni, ha partecipato a centinaia di missioni sul campo, dal sud al nord della nazione. «Un enorme privilegio. Quando ho iniziato a seguire le prime “brigate nazionali” di ricerca, a cui partecipavano centinaia di persone, c’erano al massimo otto colectivos in tutto il Messico. Ora sono oltre 250. Nel frattempo, il numero dei desaparecidos si è moltiplicato almeno per sei. Con il loro coraggio e con la loro fragilità, le madri buscadoras mi hanno fatto conoscere davvero Dio. Il “Dio cercatore” che non si rassegna a perdere nessuno dei propri figli. Il Dio tenero che si emoziona, il Dio impotente perché ha scelto di lasciarci liberi, il Dio triste nel vedere come sciupiamo tanta libertà eppure fiducioso nella nostra possibilità di riscatto», dice, con evidente commozione, suor Paola, seduta su una panchina di Plaza Insurgentes, nella colonia Roma di Città del Messico. 

Dalla capitale, la religiosa si occupa del coordinamento del gruppo “Chiese e spiritualità” attraverso cui, una dozzina di persone di differenti fedi e sensibilità religiose, offre accompagnamento spirituale ai gruppi di ricerca. «Non è stata una nostra idea bensì una richiesta dei familiari. Questo mi ha molto colpito – conclude -. Nonostante la tragedia di avere un figlio desaparecido, di doverlo cercare da soli, senza l’aiuto dello Stato e, a volte, contro le stesse istituzioni, di venire stigmatizzati e colpevolizzati, non rinunciano a Dio. Spesso si arrabbiano con Lui, gli gridano in faccia la loro sofferenza, una delle forme più autentiche di fede. Eppure non riescono a farne a meno. Stare con i parenti e, soprattutto, le mamme degli scomparsi ha salvato la mia fede e la mia vocazione di religiosa. Mi hanno insegnato davvero ad essere una suora».

*Giornalista di «Avvenire»


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