Algeria: malcontento e disillusione dietro l’astensionismo


Alle elezioni legislative il tasso di partecipazione più basso di sempre, specchio di un regime sempre più autoreferenziale e repressivo

Nonostante un’affluenza di poco superiore al 21%, il voto del 2 luglio ha visto riconfermato il predominio dei partiti filo-governativi, con le opposizioni in gran parte escluse, a causa della nuova legge elettorale. La scarsa partecipazione va letta anche alla luce della progressiva deriva autoritaria e del malessere sociale, in particolare tra i giovani

Il tasso di partecipazione più basso della storia dell’Algeria indipendente. Il 2 luglio si sono tenute le elezioni per rinnovare l’Assemblea nazionale del popolo, il parlamento algerino. L’affluenza è stata appena del 21,24% sul territorio nazionale e del 10,75% all’estero, secondo il conteggio provvisorio diffuso il 6 luglio dall’Autorità elettorale nazionale indipendente (ANIE).

Nelle elezioni di giugno 2021 era stata del 23%. Se è vero che l’astensionismo “non è una specificità algerina”, come ha commentato il presidente dell’ANIE, Karim Khelfane, d’altro canto le urne vuote raccontano di un paese in cui dilaga la disaffezione verso la politica.


Per i media filogovernativi, la responsabilità sarebbe da attribuire ai partiti che non sono riusciti a mobilitare gli elettori. «I partiti politici si sono presentati al popolo algerino, ma hanno fallito la prova elettorale, non riuscendo a convincere i cittadini a votare per i loro programmi», scrive il quotidiano conservatore Echourrouk.

Restano al potere i partiti filo-regime

I consensi maggiori sono stati registrati dal Fronte di liberazione nazionale (FLN) – partito ininterrottamente al governo dal 1962 – che ha guadagnato 90 seggi, dal Raggruppamento nazionale democratico – storico alleato dell’FLN – con 73 seggi e dal Fronte El Mostaqbal (“del futuro”) – nato nel 2012 dalla scissione con l’FLN – con 59 seggi. Tutti partiti, quindi, che supportano il regime.

Il Movimento della società per la pace (MSP) è arrivato al quarto posto con 43 seggi, mentre il movimento El Bina si è aggiudicato 38 seggi.

Ai candidati indipendenti sono stati assegnati 32 seggi contro gli 84 che avevano guadagnato alle elezioni legislative del 2021. Tale risultato sarebbe dovuto soprattutto all’articolo 200 della riforma della legge elettorale, adottata lo scorso aprile, che ha invalidato migliaia di candidature.


Tra le ragioni condivise dall’ANIE, ci sono il sospetto di legami con fonti finanziarie di dubbiaprov enienza, le condanne definitive a pene detentive senza aver ottenuto una riabilitazione legale, l’insufficienza delle condizioni generali di eleggibilità.

Ad averne pagato lo scotto sono stati anche i partiti dell’opposizione che hanno visto l’esclusione di diversi loro candidati alla corsa elettorale.

Già prima che si aprissero le urne, infatti, il Fronte delle forze socialiste (FFS) aveva denunciato una “vera e propria epurazione politica”, mentre il Raggruppamento per la cultura e la democrazia (RCD) aveva parlato di un “blocco politico e amministrativo deliberato”.

Questi due partiti, che nel 2021 avevano boicottato le elezioni legislative in protesta contro la dura repressione del movimento per la libertà e la democrazia Hirak, quest’anno hanno preso parte alla sfida elettorale.

Anche perché ne derivava la loro sopravvivenza istituzionale: l’articolo 87 della Legge Organica 26-08 sui partiti politici, adottata il 23 aprile scorso, prevede infatti che un partito possa essere sciolto quando non presenta candidati in almeno due consultazioni elettorali consecutive.


Una quasi conditio sine qua non che ha permesso all’FFS di conquistare 12 seggi, all’RCD di entrare con 4 seggi e al Partito dei lavoratori (PT) – altro storico partito di opposizione – di ottenere 3 seggi.

L’astensionismo e l’assenza di pluralismo

Ma la scarsa partecipazione all’appuntamento democratico ha radici più profonde. In tal senso, quasi un milione di schede nulle suggeriscono un malcontento sistematicamente ignorato, oltre che una forma di protesta: forse l’unica ancora possibile in Algeria.

Se le elezioni legislative dovrebbero determinare in via di principio un cambiamento della linea politica del paese, ad Algeri sono di fatto una pura formalità, dato che i risultati si conoscono in partenza. Inoltre, il Parlamento ha un margine d’azione molto limitato: le sue decisioni sono influenzate dalla presidenza e dall’esecutivo.

L’unico caso in cui un partito diverso dal FLN prevalse fu il primo turno delle legislative del 1991, vinto dal Fronte islamico di salvezza (FIS). Il secondo turno fu annullato dopo l’intervento dell’esercito, che aprì la strada al conflitto civile degli anni Novanta, il cosiddetto “Decennio nero”.


Da quel periodo traumatico, la stabilità e la continuità hanno avuto la meglio sul pluralismo politico.

L’Hirak, emerso nel febbraio del 2019, stava segnando un cambio di passo. Le manifestazioni oceaniche che domandavano uno stato civile e non militare, la fine della corruzione, più libertà, la magistratura indipendente, rappresentavano la comune volontà popolare: rendere l’Algeria un paese effettivamente democratico.

L’illusione è durata poco: dopo le presidenziali che hanno visto Abdelmadjid Tebboune diventare presidente e il suo “tendere la mano” all’Hirak, il piano da adottare è stato quello di creare una “Nuova Algeria”.

In altre parole, un’Algeria forte e stabile sotto il profilo dell’economia e dell’esercito, ma dove è impossibile manifestare il dissenso.

La deriva autoritaria dal post Hirak


La scarsa partecipazione va letta quindi anche alla luce del progressivo restringimento dello spazio civico. Secondo il rapporto “Algeria tra repressione e persecuzione” messo a punto dall’ONG algerina Riposte Internationale e dal Collettivo delle famiglie dei dispersi in Algeria (CFDA), il 2025 si è concluso con il proseguimento della deriva autoritaria iniziata all’indomani dell’Hirak.

Nel monitoraggio sui diritti umani, vengono riportati casi che hanno suscitato scalpore, come quello di Nassera Dutour, presidente del CFDA, a cui è stato negato l’ingresso in Algeria nel luglio dell’anno scorso.

Dutour è la figura chiave nella lotta per la verità e la giustizia per gli algerini scomparsi durante il Decennio nero. Lei stessa ha perso in quel periodo suo figlio, Amine Amrouche, di cui non è mai riuscita ad avere notizie.

Nelle carceri algerine si contano ancora tra i 200 e i 300 detenuti d’opinione. Ci sono giornalisti, attivisti, avvocati, politici. Come Mohcine Belabbas, già presidente dell’RCD, il “poeta dell’Hirak” Mohamed Tadjadit, l’attivista Brahim Laâlami, Hadjer Zitouni, ex responsabile della comunicazione della Mezzaluna Rossa algerina.

Anche stranieri, come nel caso del giornalista francese Christophe Gleizes, condannato in appello a sette anni di carcere per “apologia di terrorismo” e “possesso di pubblicazioni a scopo di propaganda lesiva dell’interesse nazionale”.


Coinvolgere i giovani, mentre l’emigrazione sale

La paralisi dello spazio pubblico ha inevitabilmente allontanato i giovani dal voto, già costretti a livelli di disoccupazione che si attestano intorno al 25-30% a seconda della fascia d’età, colpendo soprattutto i laureati.

Dal canto suo, il governo algerino ha tentato di aumentare il loro coinvolgimento mediante iniziative come l’“Haya Chabab” (Forza giovani) che ha puntato, tra le altre cose, ad aumentare la loro iscrizione alle liste elettorali.

L’Alto consiglio della gioventù (CSJ) ha organizzato gruppi di discussione dedicati alla partecipazione politica dei giovani. Ciò nonostante, iniziative del genere non sono bastate per innalzare il loro coinvolgimento.

Se da una parte, infatti, è migliorata la loro presenza in politica contando alle legislative del 2 luglio l’elezione di 128 giovani, d’altro canto resta irrisolta la loro insoddisfazione.


Fenomeno che si traduce molto spesso nella loro emigrazione. Secondo le proiezioni di statistiche sull’emigrazione in Algeria, quest’anno il paese nordafricano perderà circa 28.841 persone a causa dell’emigrazione, ovvero 0,6 persone ogni mille abitanti.

In un contesto dove la stabilità interna comporta immobilismo democratico e dove l’economia in crescita, grazie alle risorse naturali attraenti per i partner esteri, non è sinonimo di salari soddisfacenti e occupazione, il malcontento si traduce in un’assenza alle urne. Laddove ciascuno non si sente più di avere il potere di contare e cambiare le cose.




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