Le Pen potrà forse vincere questa volta, non per merito suo ma per demerito dei suoi avversari. Ma il teatro giuridico-politico di questi giorni rivela l’ascesa di un cinismo politico la cui unica novità sarà di presentarsi in gonnella — e magari con il braccialetto alla caviglia
Gloria Origgi
La sentenza della Corte d’appello nel processo a Marine Le Pen, “padrona” indiscussa del partito populista francese di destra Rassemblement National e più volte candidata alla presidenza della Repubblica, è arrivata ieri, quindici mesi dopo la prima condanna.
La condanna per appropriazione indebita di fondi pubblici è stata confermata, seppure con qualche aggiustamento della pena: tre anni di carcere con la condizionale, di cui uno da scontare comunque con il braccialetto elettronico, e quarantacinque mesi di ineleggibilità, di cui trenta con la condizionale e quindici già scontati a partire dalla prima condanna nel marzo dell’anno scorso.
La corte d’appello, pur condannandola, rende di nuovo eleggibile Marine Le Pen, che ieri sera alla televisione francese ha annunciato di essere di nuovo la candidata del suo partito alle presidenziali, infrangendo i sogni di gloria del suo giovane delfino Jordan Bardella.
Con un’ammirevole acrobazia, che dimostra come la giustizia non sia cieca e spietata ma sappia tenere conto del contesto, i magistrati francesi hanno confermato la condanna rendendo però possibile la corsa elettorale di Marine Le Pen, che da un anno infiamma le masse con argomenti populisti, sostenendo che la sua condanna è un’insopportabile sottrazione della libertà degli elettori francesi e un’ingiustizia epocale il cui unico scopo è fermare l’ascesa trionfale del populismo all’Eliseo.
Consci di questa responsabilità storica, i giudici della corte d’appello hanno emesso una specie di “ni”: sì, è eleggibile, ma no, non è onesta, ora vedetevela voi.
Per complicare ulteriormente le cose, la sentenza obbligherebbe Le Pen a portare il braccialetto elettronico per un anno, il che rende il quadro ancora più illeggibile, dato che la signora aveva dichiarato che non avrebbe fatto campagna con il braccialetto da criminale alla caviglia.
Ma anche questo ostacolo sembra superato, perché Le Pen ha deciso di ricorrere in cassazione, il che sospende gli effetti esecutivi della sentenza d’appello.
A questo punto nessuno capisce più nulla, perché ipoteticamente Marine Le Pen potrebbe essere bloccata nella sua corsa, magari a novembre o dicembre prossimi, dalla sentenza della cassazione, che potrebbe confermare la condanna, ordinarle di indossare il braccialetto elettronico e dunque — se lei non cambia ancora idea — escluderla dalla competizione proprio negli ultimi mesi di battaglia elettorale.
Le elezioni francesi, a due turni, sono previste per il 18 aprile e il 2 maggio 2027.
Dato il frastuono totale che regna nella politica francese, una candidata condannata ma eleggibile non fa che aumentare la confusione: ma il populismo non era quello dei puri, dei valori semplici contro le élite corrotte e senza morale? E fino a che punto la giustizia deve tener conto del contesto politico pur rimanendo imparziale?
I francesi si fidano più dei giudici che dei politici, ma qui la giustizia sembra aver creato un pasticcio che toglie di mezzo qualsiasi ragionamento semplice, tanto amato dai populisti di ogni dove.
Il messaggio martellato dal Rassemblement National — i buoni contro i cattivi, i puri contro i corrotti, il popolo contro le élite — diventa sempre meno credibile.
Il quotidiano di sinistra Libération titola oggi in prima pagina, sopra una foto gigante di Marine Le Pen: “Forsennata”.
Le Pen, che da un anno cerca di proiettare un’immagine di vittima di un sistema politico-giudiziario ingiusto, ieri sera ha dato di sé l’immagine di una vecchia volpe della politica e di un’abile avvocata (il suo mestiere d’origine) capace di destreggiarsi tra i cavilli di una sentenza per cavarsela in zona Cesarini e ripresentarsi per la quarta volta alle presidenziali.
Le voci delle opposizioni si sono levate unite per denunciare l’indecenza di una simile candidatura, tanto più che in un’intervista del 2013 Le Pen promuoveva l’idea di una legge per rendere ineleggibili a vita i politici condannati.
La sentenza è talmente complessa e il reato talmente poco eccitante (appropriazione indebita di fondi europei usati per fare politica a livello nazionale, ma nessun arricchimento personale) che probabilmente sposterà poco il sostegno a Le Pen, anche se Bardella, candidato di riserva fino a ieri, raccoglieva qualche punto in più nei sondaggi.
Il Rassemblement National punterà sulla spettacolare capacità di oblio degli elettori, sulla disperazione politica che regna in un paese che al momento non offre alternative, se non quella — per molti ancora più minacciosa — del populismo di sinistra di Jean-Luc Mélenchon, e sulla tendenza degli elettori ad affezionarsi ai partiti e ai loro esponenti come ci si affeziona alle squadre di calcio: tifando senza guardare troppo ai dettagli.
Basterà qualche video di propaganda sui social sulla ritrovata libertà degli elettori francesi e sul diritto del popolo a determinare il proprio futuro per far dimenticare questa vicenda, troppo intricata per trattenere l’attenzione degli elettori-spettatori.
È comunque interessante notare che i Savonarola del populismo sono i primi a manipolare i propri elettori per convenienza politica: sono spesso i più cinici, perché sanno da sempre che per vincere bisogna puntare sulle debolezze degli elettori e non sui loro punti di forza — l’intelligenza, l’impegno, l’onestà, la capacità di cambiamento. Il populismo dà fiducia al popolo per le sue fragilità: la rabbia, la confusione, l’impotenza.
I partiti decenti, di destra o di sinistra che siano, dovrebbero dare fiducia alle qualità dei propri elettori: la razionalità, l’impegno, l’altruismo, la determinazione, la capacità di sacrificio.
Le Pen potrà forse vincere questa volta, non per merito suo ma per demerito dei suoi avversari. Ma il teatro giuridico-politico di questi giorni rivela l’ascesa di un cinismo politico la cui unica novità sarà di presentarsi in gonnella — e magari con il braccialetto alla caviglia.
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