L’onorevole D’Alfonso (PD): area ex Cofa piena di dubbi, presenterò un’interrogazione in parlamento


In Abruzzo, e in particolare nella città dannunziana di Pescara, vige un’originale filosofia politico-amministrativa: se il Ministero mi manda una carrettata di soldi per fare un’opera, io quell’opera la realizzo anche se non serve al territorio, anche se è inutile nella prospettiva dello sviluppo, anche se rischia di essere addirittura dannosa per la città stessa. Ora, passi questa superficialità amministrativa quando si tratta di sacrificare un parco per un asilo nido; diventa persino contestabile quando si cancella un asse pedonale di sostenibilità e vivibilità per farci passare autobus. Ma si rivela del tutto inaccettabile, e meritevole della massima attenzione, quando si pretende di costruire un centro di ricerca con fondi pubblici su un’area ad alto rischio alluvione come l’ex Cofa.

Nel merito della vicenda presenterò una puntuale Interrogazione parlamentare, interpellando direttamente il Ministero con l’intento di affiancare e aiutare il magnifico Rettore Stuppia a cogliere appieno questa straordinaria opportunità per l’Ateneo, superando una localizzazione non da lui voluta e nei fatti sbagliata. L’atto punta a disinnescare lo ‘stupidario’ ministeriale di una procedura che si pretende immutabile dietro lo schermo della presunta ‘inamovibilità’ dei fondi, per cui i 18 milioni di euro verrebbero concessi solo se il Polo scientifico dedicato alla ricerca e all’innovazione Eassitech venisse costruito affacciato sul mare della riviera sud, seppur su palafitte, altrimenti il fondo verrebbe cancellato. Eppure, se persino le secolari regole della colazione del Papa sono state cambiate davanti all’evidenza della realtà, non si capisce per quale dogma burocratico questo finanziamento debba rimanere prigioniero della localizzazione più rischiosa.

Sarebbe come dire che l’opera risulta finanziabile non per il suo contenuto, ma per la qualità logistica (inesistente) del contenitore. Eppure parliamo di un’ipotesi costruttiva fatalmente destinata ad andare molto oltre quanto mirabilmente previsto nel perimetro di questi pur avveniristici progetti di architettura: il tentativo di pattinare sul rischio idraulico comporterà infatti una verosimile lievitazione dei costi strutturali e soprattutto realizzativi nelle insidiose ricerche di perizie di varianti in corso d’opera, costringendo la finanza pubblica a inseguire innesti di bilancio e prodigi d’ingegneria capaci di superare persino la fervida immaginazione dei loro stessi ideatori, configurando sin d’ora la pesante ipotesi di un danno erariale per pura ostinazione logistica. Francamente sento lo scricchiolio di una posizione amministrativo-ministeriale poco credibile o, quantomeno, facilmente attaccabile sotto il profilo degli atti tipici.

Quello che mi sorprende è, senza dubbio, la leggerezza estiva e assolata con cui si affronta un tema che non può ridursi a una chiacchierata sotto l’ombrellone, dissetata da uno spritz anziché da un’analcolica limonata. Il Piano Stralcio di Difesa dalle Alluvioni (PSDA) non può essere paragonato al piano di sicurezza che l’amico Verna redige per il concerto di Tommaso Paradiso, in cui basta un segno di matita per spostare una via di fuga. Il PSDA nasce dalla storia recente che ci dà previsioni di certezze, emerge dalla conoscenza e dallo studio dei fatti che lo rendono strumento di pianificazione non derogabile: nasce dalla drammatica alluvione del 1992 e dall’altrettanta emergenza del 2 dicembre 2013, che ha ridotto a vent’anni la cadenza della cosiddetta ‘piena bicentenaria’ del fiume Pescara.


Rivedere le aree a forte rischio alluvione in seguito a quei due eventi meteorologici estremi, che hanno visto vittime sul territorio, era non un esercizio forfettario facoltativo, ma era ed è un obbligo istituzionale di salvaguardia dei cittadini prim’ancora che della città; perché le opere distrutte si possono ricostruire, ma le vite perse in quelle distruzioni non tornano.

L’area ex Cofa si trova indiscutibilmente in una delle zone più delicate della fascia costiera di Pescara, tra la foce del fiume e il mare, nell’area di deflusso naturale dell’eventuale piena del fiume. Quando il 29 giugno 2016 abbiamo approvato la Delibera di Giunta Regionale n. 408, con la prima adozione delle nuove perimetrazioni PSDA e l’introduzione delle misure di salvaguardia relative alle classi di pericolosità idraulica P3 e P4 (rispettivamente elevata e molto elevata) anche sull’area ex Cofa, non volevamo certamente indispettire la stessa Regione, proprietaria dell’area, né i proprietari delle aree interessate dal provvedimento. Piuttosto ci siamo assunti una responsabilità enorme, che però sottendeva a un successivo impegno: aprire interlocuzioni pubblico-private per trovare non vie di fuga per aggirare l’ostacolo, non escamotage linguistici secondo i quali le palafitte saranno meno rischiose di un edificio di cemento, ma per trovare compensazioni laddove fossero normativamente e legittimamente possibili e percorribili.

La validazione di opportunità e centralità di quella delibera regionale è arrivata dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale che, a sua volta, ha approvato la Deliberazione della Conferenza Istituzionale Permanente n. 18 del 20 dicembre 2019, con la quale ha definitivamente modificato le perimetrazioni delle aree a rischio sulla base della nuova classificazione, e dal 25 marzo 2020 è entrata in vigore la nuova cartografia. Ora, se sono comprensibili le richieste di revisione di imprenditori per aree classificate ad alto rischio nel Parco Florida o tra via Regina Margherita e via Regina Elena, meno comprensibile è l’atteggiamento di leggera lungimiranza fatalista del Comune di Pescara, che continua a contestare quelle perimetrazioni bollate pubblicamente come ‘eccessivamente restrittive’.

Onorevole Luciano D’Alfonso

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 Redazione Abruzzo Popolare

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