La BCE introduce il fattore climatico (climate factor) nel sistema delle garanzie per le operazioni di rifinanziamento. Le obbligazioni delle imprese più esposte ai rischi climatici subiranno un haircut, o margine di garanzia, aggiuntivo. Per Francoforte il rischio di transizione è ormai un rischio finanziario da integrare nel framework della politica monetaria. Ecco come funziona il nuovo meccanismo e quali effetti avrà sul sistema finanziario.
La Banca centrale europea ha iniziato ad applicare un nuovo fattore climatico all’interno del proprio framework delle garanzie, introducendo un ulteriore haircut, ossia un margine di garanzia, sulle obbligazioni societarie considerate maggiormente esposte ai rischi della transizione climatica.
In termini pratici, se una banca presenta come garanzia un’obbligazione emessa da una società ritenuta vulnerabile agli effetti economici della transizione energetica, la BCE attribuirà a quel titolo un valore inferiore rispetto al passato. Si tratta di uno sconto prudenziale aggiuntivo, ovvero una riduzione preventiva del valore dell’obbligazione, per proteggersi dall’eventualità che il prezzo del titolo diminuisca per effetto di shock climatici.
La misura, entrata in vigore il 15 giugno, rappresenta un ulteriore passo nell’integrazione del rischio climatico nella politica monetaria dell’Eurozona e consentirà all’Eurosistema di limitare le proprie esposizioni a potenziali perdite derivanti dagli shock della transizione verso un’economia a basse emissioni.
Perché la BCE introduce una garanzia climatica
Il principio alla base della misura è semplice: il cambiamento climatico non rappresenta soltanto un rischio ambientale, ma anche un rischio finanziario. Per questo la BCE ha deciso di integrare nei propri strumenti di gestione del rischio anche gli effetti della transizione verso un’economia a basse emissioni.
Gli haircut tradizionali applicati alle attività utilizzate come garanzia dalle banche si basano infatti soprattutto sull’analisi dei dati storici di mercato. Un approccio che, secondo Francoforte, non è sufficiente per cogliere pienamente gli effetti di fenomeni climatici, caratterizzati da un elevato grado di incertezza e dalla mancanza di precedenti comparabili.
Una brusca accelerazione delle politiche climatiche, nuove regolamentazioni sulle emissioni, innovazioni tecnologiche o un improvviso cambiamento delle preferenze dei consumatori possono infatti modificare rapidamente la redditività di interi settori economici, riducendo il valore delle obbligazioni emesse dalle imprese più esposte. È proprio questa incertezza che la BCE intende incorporare nelle proprie valutazioni, introducendo un approccio più prospettico alla gestione del rischio finanziario.
Che cos’è il “fattore climatico”
Il nuovo fattore climatico, o nella sua versione anglosassone “climate factor”, non sostituisce gli haircut già esistenti, ma si aggiunge ad essi in maniera cumulativa.
L’obiettivo dello scarto di garanzia aggiuntivo non è valutare il rischio di credito dell’impresa, cioè la probabilità che l’emittente non rimborsi il debito, bensì misurare quanto il valore di mercato di un’obbligazione potrebbe diminuire in seguito ad uno shock climatico legato alla transizione (c.d. rischio di transizione).
Si tratta quindi di un livello aggiuntivo di protezione dell’attività monetaria dell’Eurosistema.
Come si calcola il rischio climatico
L’aspetto più innovativo della metodologia di calcolo è il ricorso a un modello completamente predittivo (forward looking). Poiché non esistono dati storici sufficienti per descrivere eventi futuri di questa portata, la BCE utilizza un’analisi di scenario articolata in due fasi.
1. Il punteggio di incertezza
Per ciascuna obbligazione societaria viene innanzitutto costruito un punteggio di incertezza (Uncertainty Score), un indice che misura quanto il titolo sia sensibile agli shock della transizione climatica.
Il punteggio nasce dalla combinazione di tre elementi: stressor, exposure e vulnerability.
Il primo, lo stressor, è il fattore settoriale. Misura quanto un determinato comparto economico potrebbe subire una perdita di valore in caso di accelerazione della transizione ecologica. Settori fortemente dipendenti dai combustibili fossili, come utility, materiali, trasporti o industria pesante, risultano naturalmente più esposti rispetto, ad esempio, al software o ai servizi digitali.
L’exposure è invece il fattore aziendale. Guarda alla singola azienda all’interno del settore. Considera le sue emissioni di gas serra, i suoi piani di decarbonizzazione e la trasparenza dei suoi report climatici. Due aziende appartenenti allo stesso settore possono quindi ricevere valutazioni molto differenti. Un’impresa con emissioni elevate, strategie climatiche poco credibili o disclosure insufficiente sarà considerata maggiormente esposta.
Il terzo elemento, la vulnerability, riguarda invece la singola obbligazione e si calcola attraverso la radice quadrata della durata residua del titolo.
Il principio economico è intuitivo: più lunga è la vita residua del bond, maggiore è il periodo durante il quale potrebbero manifestarsi gli effetti della transizione climatica.
Le obbligazioni a lunga scadenza risultano quindi più vulnerabili agli shock futuri.

2. Il fattore climatico
Una volta ottenuto il punteggio di incertezza, la BCE lo converte nel fattore climatico, un coefficiente moltiplicativo che riduce ulteriormente il valore attribuito alla garanzia.
In termini pratici, se un’obbligazione vale 100 euro e il normale haircut è del 10%, il valore riconosciuto scende a 90 euro. Se al titolo viene inoltre assegnato un Climate Factor pari a 0,978, il valore finale diventa: 100 × (1 − 0,10) × 0,978 = 88 euro.
La banca riceverà quindi 88 euro di liquidità invece dei 90 che avrebbe ottenuto prima dell’introduzione del nuovo meccanismo.
I fattori climatici sono calibrati in modo da ridurre l’esposizione della BCE all’incertezza della transizione, garantendo al contempo che le banche dispongano di collaterali (garanzie) sufficienti per partecipare alle operazioni di politica monetaria.
Impatto sul mercato e settori maggiormente coinvolti
L’analisi condotta dalla BCE mostra differenze molto marcate tra i diversi comparti economici.
Le imprese appartenenti ai settori delle utility, dei materiali e dei trasporti tendono a ricevere Climate Factor più bassi, poiché caratterizzati da elevata intensità carbonica, forte dipendenza dai combustibili fossili, maggiore sensibilità regolatoria e consistenti investimenti in capitale fisso. Un fattore climatico basso riflette un’elevata incertezza e comporta una riduzione relativamente ampia del valore del titolo in garanzia.
I settori delle utility (servizi pubblici), dei materiali e dei trasporti tendono ad avere fattori climatici bassi, il che riflette la loro elevata esposizione alla transizione, l’intensità di capitale, la sensibilità alle normative e la dipendenza dai combustibili fossili. Un fattore climatico basso riflette un’elevata incertezza e comporta una riduzione relativamente ampia del valore del collaterale.
Al contrario, i settori del software e dei servizi al consumo presentano generalmente fattori climatici elevati, in quanto questo comparto industriale dipende meno dai combustibili fossili ed è quindi meno esposto agli shock di transizione.
La BCE sottolinea tuttavia che le differenze all’interno dello stesso settore possono essere molto ampie: aziende con piani di decarbonizzazione solidi e una rendicontazione climatica di qualità possono ottenere valutazioni significativamente migliori rispetto ai concorrenti.
Il rischio climatico entra nella politica monetaria europea
L’impatto immediato della misura dovrebbe rimanere limitato. La BCE osserva infatti che, nell’attuale contesto, il ricorso ai prestiti di rifinanziamento è contenuto e le obbligazioni societarie rappresentano una quota relativamente ridotta del collaterale utilizzato dalle banche.
Il valore della novità è però soprattutto strategico e politico.
Per la prima volta il rischio climatico entra direttamente nella valutazione delle garanzie della politica monetaria attraverso uno strumento quantitativo e prospettico. Si tratta di una vera evoluzione delle tecniche di gestione del rischio: la BCE considera ormai gli shock climatici come una componente potenzialmente rilevante della stabilità finanziaria.
Il fattore climatico si inserisce inoltre nel percorso avviato dall’Eurotower negli ultimi anni per integrare le considerazioni climatiche nelle proprie operazioni, dalla decarbonizzazione del portafoglio di obbligazioni societarie ai requisiti di disclosure climatica richiesti sugli attivi conferiti in garanzia.
La metodologia non è definitiva. Il Consiglio direttivo ha già annunciato che il modello sarà aggiornato periodicamente per incorporare nuovi dati, sviluppi normativi e progressi nelle capacità di valutazione del rischio climatico. Un approccio destinato ad evolversi insieme alla transizione dell’economia europea e che potrebbe rappresentare un nuovo punto di riferimento anche per altre banche centrali, dopo che anche la Bank of England ha annunciato l’integrazione di fattori di rischio climatico nella valutazione delle garanzie presentate dagli istituti di credito.
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Valentina Carella
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