di Alessandro Maran
“Viviamo in un tempo in cui la storia sembra voler tornare su se stessa”, scrive Vittorio Emanuele Parsi nell’introduzione del suo ultimo saggio, “Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale” (Bompiani, 2026: https://www.bompiani.it/…/contro-gli-imperi-9788830108196). “Il ritorno degli imperi – come logica di sopraffazione, come ambizione, come pratica concreta di potere – non è più uno spettro evocato dai pessimisti di professione o dai nostalgici di un ordine ottocentesco che credevamo sepolto per sempre sotto le macerie di due guerre mondiali. È una realtà di nuovo attuale, visibile a occhio nudo per chi abbia la volontà di guardare. E guardare, oggi, è già un atto di coraggio”.
Che Russia e Cina si muovessero in questa direzione era chiaro da tempo, ciò che invece costituisce una novità dirompente e che, sottolinea Parsi, “rende questo momento storico diverso da qualsiasi altro che abbiamo vissuto nel dopoguerra”, è il ruolo assunto dagli Stati Uniti nell’attuale contesto internazionale. “Con la seconda presidenza di Donald Trump è in corso qualcosa di qualitativamente diverso da un semplice riorientamento di priorità o da una gestione più muscolare della politica estera americana: è lo smantellamento dall’interno del sistema internazionale che gli stessi Stati Uniti hanno contribuito a edificare e che per decenni hanno garantito. Ridurre questo fenomeno a una delle tante oscillazioni del pendolo americano, a un ‘tanto hanno sempre fatto così’, è un errore analitico grave, deviato spesso da pregiudizi ideologici o dall’antiamericanismo. La leadership statunitense nel mondo non è in crisi perché gli USA fanno quello che hanno sempre fatto: è in crisi esattamente perché hanno smesso di farlo”.
Attingendo alla metafora del “modello di Schweller”, lo studioso ci racconta come la superpotenza americana abbia abbandonato il ruolo del leone che veglia sulla foresta per tornare a vestire quello di lupo affamato in un mondo popolato di altri lupi e di sciacalli pronti a seguirli.
Tuttavia, quanto la frattura portata da Trump all’ordine internazionale liberale sia seria, drammatica e preoccupante, lo possiamo comprendere solo se teniamo presente quanto l’ordine di cui oggi lamentiamo la fine abbia costituito “una discontinuità rivoluzionaria rispetto a tutti gli altri ordini precedenti”, osserva Parsi. “Tutti gli ordini internazionali che lo avevano preceduto avevano una caratteristica in comune, quella di essere ambienti ostili alla sopravvivenza dei regimi prima liberali e poi democratici (…) Il progetto dell’ordine internazionale liberale, che prende le mosse dalle parole con cui il presidente Wilson chiedeva al congresso di dichiarare guerra alla Germania nel 1917, si propone, invece, di produrre un cambiamento epocale: ‘rendere il mondo un posto sicuro per la democrazia’, cambiarne la dimensione ‘ecologica’. Che, tradotto in parole meno enfatiche, significa niente di meno che trasformare il sistema internazionale in modo che assomigli al sistema domestico delle democrazie, governato sempre più dalla forza della legge e sempre meno dalla legge della forza: un sistema dal quale le democrazie potessero venire rafforzate e non danneggiate”. Quell’idea, l’idea di un ordine internazionale fondato su regole condivise, naufragata pochi anni dopo la conclusione della prima guerra mondiale, “fu tuttavia ripresa con la seconda guerra mondiale da Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill, con la carta atlantica del 1941, e trovò poi una più solida realizzazione nel secondo dopoguerra, prima con la nascita delle Nazioni Unite e poi, nel 1949, con la creazione della Nato sotto la presidenza di Truman. Nel corso del World economic forum di Davos nel gennaio 2026, l’ispirato e brillante discorso del Primer canadese Mark Carney ha rappresentato molto bene la realtà di quell’ordine, il quale non raggiungeva tutti gli obiettivi che si era prefissato e doveva continuamente fare i conti con il compromesso tra le ambizioni degli Stati Uniti come leader del nuovo ordine e il loro interessi specifici di grande potenza, ma che non di meno assicurava beni collettivi che mai prima erano stati garantiti”.
Il mondo costruito dall’America (rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno a istituzioni – dall’ONU, alla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale al WTO – e norme per la risoluzione delle controversie) ha preso le mosse da “una concezione intrinsecamente progressista, aperta e fondata sulla forza del diritto. Si trattava di una rottura programmatica, voluta e dichiarata, con il passato, una rottura con la logica di potenza e con la ‘Machtpolitik’. Conteneva il proposito rivoluzionario che si potesse avvicinare il funzionamento del sistema internazionale al funzionamento del sistema politico domestico delle democrazie liberali incarnate al massimo livello (in questa autorappresentazione) dagli Stati Uniti”. E nella leadership americana, il mondo “ha visto la possibilità di uscire progressivamente dal rischio della guerra fra grandi potenze”.
“Ritengo fondamentale insistere su questi aspetti perché sono proprio gli elementi che l’amministrazione Trump sta devastando”, ribadisce il politologo. “Sostenere che l’unica logica che governa il mondo è la pura logica della potenza e che questa è una legge ferrea e immutabile della politica internazionale, come afferma la National Security Strategy (NSS) del 2025, nega l’evidenza che tutto il ventesimo secolo, e a maggior ragione tutto il ‘secolo americano’ fino all’inizio del ventunesimo, ha costituito un gigantesco continuo sforzo – in parte coronato da successo – volto al ‘superamento di questa logica’, all’incivilimento di questa mentalità barbarica, attraverso la costruzione di istituzioni e norme di diritto internazionale (…)”.
Parsi evidenzia, non per caso, la convergenza strategica tra Vladimir Putin e Donald Trump: “Quel che accomuna Trump a Putin, e che lega il disegno americano quello russo in modo per molti versi sorprendente, è la convergenza su almeno due obiettivi strategici fondamentali: demolire le istituzioni internazionali che potrebbero costituire un ostacolo alla ricerca di un potere senza limiti, e indebolire – fino a smembrarla, se possibile – l’Unione Europea. Perché l’Europa, con tutta la sua farraginosità, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, rimane l’esperimento politico più avanzato mai tentato nella storia per costruire uno spazio di convivenza fondato sulla legge, sul rispetto dei diritti e sulla rinuncia alla sopraffazione come strumento di governo. Proprio per questo è un ostacolo e un bersaglio”.
“La prospettiva di un mondo governato da grandi strutture di potere accentrato, capaci di accordarsi tra loro sulla spartizione di sfere di influenza e sulla determinazione dei destini altrui, raccoglie sempre più proseliti”, riconosce il professore. “Viene presentata come inevitabile, persino ragionevole: la soluzione semplice alla complessità caotica del presente, il porto franco in cui approdare dopo decenni di disordine globale. Ma quella che si spaccia per lucidità realista è, nella gran parte dei casi, soltanto pigrizia intellettuale ed elusione etica. Perché accettare la logica imperiale come unico orizzonte possibile significa rinunciare – senza nemmeno combattere – a tutto ciò che di prezioso è stato costruito nell’arco di ottant’anni di storia contemporanea”. “È necessario essere chiari – prosegue Parsi – su cosa significhi, in concreto, un mondo in cui la pace non è un diritto, ma una concessione. In cui la prosperità non è frutto di regole condivise, ma di accordi tra potenti. In cui la sicurezza non è garantita dalla legge, ma dalla benevolenza – sempre revocabile – di chi detiene la forza. In uno scenario simile, il modello politico a cui noi italiani, europei, occidentali apparteniamo non arretra: collassa. Non c’è spazio per i valori democratici, per la tutela dei diritti individuali, per la certezza del diritto in un mondo governato da logiche di predazione e di dominio”.
All’Europa, perciò, “tocca oggi scegliere se essere agnello o leone. Se affidarsi alla speranza che qualcun altro risolva i problemi al suo posto o se assumersi la responsabilità di essere protagonista del proprio destino”. Perciò è importante che “chi crede nel progetto europeo, chi vuole ‘un’Europa dei liberi e forti’, lo dica con vigore e senza temere di poter risultare impopolare. È tempo di parlare con audacia, di dire le cose come stanno, perché ognuno faccia la sua parte: innanzitutto tra la classe politica, la classe dirigente, gli intellettuali. ‘Se non ora quando?. Questa è la domanda”. Da leggere, datemi retta.

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.
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