La democrazia si logora molto prima del voto, perché della salute di una democrazia si decide in primis nei luoghi in cui le persone vivono: uffici, scuole, ospedali, servizi pubblici. La capacità di una persona di tollerare il disaccordo, riconoscere l’altro come interlocutore legittimo, gestire l’ambivalenza senza cadere nella chiusura difensiva è qualcosa che si apprende e si sperimenta – o non lo si sperimenta – nei contesti quotidiani
Terri Mannarini
È in un quadro di crescente centralità delle emozioni nella sfera pubblica che vanno letti i recenti contributi di Gianfranco Pellegrino e Paola Giacomoni su Appunti. Entrambi osservano che la politica contemporanea si gioca sul Sistema 1, la mente rapida e automatica che Daniel Kahneman contrappone al Sistema 2, riflessivo. Vannacci, Trump, i “leader non convenzionali” vincono attivando pulsioni – paura, bisogno di ordine, ricerca di un capro espiatorio – più che argomenti.
Se ne conclude, da una parte, che la sinistra debba imparare a fare altrettanto, riattivando pulsioni opposte; dall’altra che alla ragione, al progetto, alla visione, non si possa rinunciare, ma che per muovere all’azione si debba in ogni caso attivare la parte impulsiva della psiche.
In sintesi, si conviene sul fatto che le emozioni siano una parte fondamentale della vita umana e della dinamica politica, e che la questione sia come fare in modo che non prendano il sopravvento alimentando derive autoritarie, securitarie e razziste.
La crescita delle pulsioni identitarie che caratterizza questa fase storica (non certo per la prima volta) non è una costante della psiche umana, ma una risposta a condizioni specifiche.
Una lettura sostenuta da un filone consolidato di ricerca in psicologia sociale è che l’intensificarsi delle pulsioni identitarie sia legato all’incertezza diffusa: quando le persone sperimentano incertezza sul proprio ruolo, sul proprio futuro, sulla propria collocazione sociale, tendono a identificarsi più fortemente con gruppi molto chiaramente definiti, gerarchici e guidati da una leadership forte, perché questi elementi hanno la capacità di ridurre l’ansia scatenata dall’incertezza fornendo degli ancoraggi cognitivi e di senso.
È una teoria che spiega perché la domanda di ordine cresca nei periodi di instabilità sociale, economica o geopolitica, ma che ovviamente da sola non esaurisce il fenomeno, che ha anche componenti economiche e storiche specifiche di ogni contesto nazionale.
Se, tuttavia, la lettura legata all’incertezza è corretta, la questione di fondo non è tanto come attutire o regolare le emozioni, ma come costruire significati condivisi e un senso di identità capaci di reggere l’incertezza senza scaricarla su un nemico.
Il tema rimanda alle condizioni entro cui si forma la “soggettività democratica”, ovvero quella forma di funzionamento dell’individuo che rende possibile la vita collettiva in quanto si costruisce nella relazione con l’altro, nella capacità di gestire il disaccordo e di tollerare l’incertezza.
Sulla materia (al centro della seconda Giornata Nazionale della Ricerca Psicologica organizzata dall’Associazione Italiana di Psicologia, che si terrà a Firenze il 24 luglio), AIP ha di recente pubblicato un testo, nella forma di un policy brief, che mette al centro dell’analisi il ruolo dei contesti e degli ambienti quotidiani nel modellare, alimentare o costringere quella forma di funzionamento. La quale, evidentemente, non è riducibile a un tratto individuale su cui si possa semplicemente intervenire attraverso la comunicazione politica, ma è l’esito di ambienti e processi che, giorno per giorno, la rendono possibile, la nutrono o la comprimono.
La democrazia si logora molto prima del voto, perché della salute di una democrazia si decide in primis nei luoghi in cui le persone vivono: uffici, scuole, ospedali, servizi pubblici.
La capacità di una persona di tollerare il disaccordo, riconoscere l’altro come interlocutore legittimo, gestire l’ambivalenza senza cadere nella chiusura difensiva è qualcosa che si apprende e si sperimenta – o non lo si sperimenta – nei contesti quotidiani.
Sul posto di lavoro, a scuola, in un ambulatorio, le persone verificano ogni giorno se la propria voce conta o no, se essere ascoltati è la norma o l’eccezione, se degli altri e delle istituzioni ci si può fidare perché fanno ciò che dichiarano o, peggio, promettono, se il diverso è realmente così diverso, se i bisogni di alcuni vengono favoriti o contemperati con quelli degli altri.
Quell’esperienza, ripetuta sistematicamente – o mai vissuta, o incontrata solo di rado o come eccezione – definisce la forma mentis politica dei cittadini e delle cittadine.
A questo livello microsociale il meccanismo psicologico di fondo si replica più o meno invariato in ambiti molto diversi tra loro, e proprio per questo vale la pena seguirlo attraverso i contesti di vita quotidiani: lavoro, scuola, quartieri, ambienti sociali digitali.
La tolleranza del disaccordo e la fiducia, così come la possibilità di costruire, negoziando, un obiettivo condiviso e un senso di appartenenza non difensivo e non esclusionista, si costruiscono con l’esperienza ripetuta di confrontarsi con l’altro senza percepirlo come una minaccia, e di poter incidere su decisioni che riguardano la propria vita e quella degli altri.
Dove questa esperienza è sistematicamente assente, la reazione difensiva diventa la risposta più semplice: il Sistema 1 non ha argini.
Nella scuola, per esempio, il meccanismo psicosociale di cui stiamo parlando prende la forma del contatto strutturato: gli studi sull’apprendimento cooperativo mostrano che il contatto ripetuto tra gruppi diversi, su compiti comuni, riduce il pregiudizio in modo più efficace della sola informazione corretta.
Ne consegue, per inferenza, che una scuola orientata a premiare principalmente la competizione e il successo individuale produce sistematicamente adulti meno attrezzati a tollerare la differenza e a pensare dentro un orizzonte collettivo, non per un difetto caratteriale, ma per assenza di allenamento strutturato.
Nei luoghi di lavoro il meccanismo cambia forma ma non sostanza: l’esperienza concreta di incidere sulle decisioni nel contesto lavorativo si associa a una maggiore fiducia nelle istituzioni anche fuori da quel contesto, il che suggerisce come la sfiducia verso la politica abbia spesso origine nell’esperienza quotidiana di impotenza.
L’associazionismo civico e i processi partecipativi diffusi a livello microlocale funzionano da palestra per lo stesso tipo di allenamento, consentendo l’incontro con l’altro e il disaccordo senza necessariamente mettere a rischio l’appartenenza. Dove queste occasioni mancano, l’assenza non si traduce in neutralità, ma in pulsioni identitarie più rigide; come ogni capacità, anche quella di tollerare il disaccordo si atrofizza se non viene esercitata.
Gli ambienti digitali, che sono parte integrante delle vite di tutti, non si limitano ad amplificare i meccanismi di confronto, ma li orientano e li estremizzano: sappiamo perfettamente che le piattaforme organizzano visibilità e credibilità dei contenuti, premiando ciò che attiva coinvolgimento emotivo a prescindere dal valore informativo.
Questi contesti non sono compartimenti stagni: la stessa persona che sperimenta impotenza sul lavoro, assenza di occasioni di confronto nella propria comunità e messaggi istituzionali allarmistici arriva all’appuntamento elettorale – che probabilmente la vede latitante – con un orientamento alla chiusura difensiva che una lettura centrata o sul solo livello individuale o sulla sola comunicazione politica non può cogliere né toccare.
Insomma, le pulsioni che oggi orientano il rapporto con la politica e gli esiti elettorali non sono un dato fisso della psiche umana, ma il prodotto di contesti educativi, lavorativi, comunitari, istituzionali, mediatici che sì, si possono trasformare, anche tramite l’azione politica.
Naturalmente questo richiede un “pensiero lungo”, che non dà risposte a esigenze di breve termine, cioè quali armi affilare per la prossima competizione elettorale.
Terri Mannarini è professoressa ordinaria di Psicologia sociale all’Università del Salento, dove si occupa anche di psicologia politica e di comunità. È membro dell’AIP e ha coordinato il gruppo che ha elaborato il documento su Soggettività e democrazia.
La seconda Giornata nazionale della ricerca psicologica, promossa dall’Associazione Italiana di Psicologia, si terrà il 24 luglio 2026 a Firenze e sarà dedicata a Soggettività e democrazia. Studiosi e ricercatori discuteranno il rapporto tra democrazia, emozioni, disuguaglianze, tecnologie digitali, partecipazione e condizioni di vulnerabilità. L’ingresso è libero previa iscrizione: informazioni e programma completo.
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