Piano Mattei: cercasi smalto – Nigrizia


Più che una nuova stagione nei rapporti con il continente, il Piano appare oggi come un insieme di investimenti senza un autentico valore aggiunto politico. Le lacune nella strategia sono numerose: dalla governance ai diritti, passando per l’inclusività e il ruolo delle imprese. Su cosa puntare per cambiare rotta

Proponiamo sul nostro sito un articolo di Giuseppe Mistretta, già ambasciatore italiano in Etiopia, pubblicato su Mondo Internazionale, che ringraziamo per la gentile concessione. 


Una delle notizie più curiose delle scorse settimane è stata la diffida nei confronti del Governo da parte del nipote di Enrico Mattei a utilizzare il nome dell’illustre antenato per il programma di iniziative dedicato all’Africa, lanciato nel gennaio nel 2024, noto in Italia come Piano Mattei.

È emerso che Pietro, nipote dell’ex presidente dell’ENI, non approva il legame fra gli investimenti dichiarati del Piano (5,5 miliardi di euro) e l’obiettivo sottostante del nostro Governo di tenere a bada per questa via i flussi migratori provenienti dal continente africano; egli ha altresì precisato che Enrico Mattei, ai suoi tempi, aveva preso decisamente le distanze dall’atteggiamento statunitense verso i paesi produttori di petrolio, in Africa e altrove, e perseguì un’autonoma politica energetica italiana, che strideva sensibilmente con i “desiderata” a stelle e strisce, a differenza dell’atteggiamento attuale del nostro esecutivo.

Le criticità del Piano Mattei non sono solo queste; la buona notizia però è che con alcune facili e poco dispendiose misure correttive, il Programma italiano potrebbe riconquistare nuovo smalto di fronte agli interlocutori del continente africano.

La mancanza di governance

Uno dei suoi principali difetti di fabbrica è di non aver previsto, fin dal principio, un pilastro dedicato al buon governo, adeguatamente finanziato e strutturato, con rilevanti iniziative di capacity building volte a rafforzare – in base alle esigenze rappresentate dai paesi del continente – lo stato di diritto, la corretta amministrazione, lo spazio delle libertà fondamentali, e a conferire una maturità di fondo del confronto politico interno a garanzia della solidità delle istituzioni democratiche.

L’Africa non è un territorio neutro: quasi la metà dei paesi africani mostra una notevole fragilità delle proprie istituzioni, patisce gli effetti di insorgenze di milizie anti-governative, terrorismo, colpi di stato, tensioni esterne e via seguitando. Basta uno di questi fattori per annullare in breve tempo il contributo positivo degli investimenti italiani ed europei, del Piano Mattei e del Global Gateway. Mentre quest’ultimo, tuttavia, possiede al suo interno solidi e articolati interventi di good governance, il Piano Mattei tocca in maniera marginale questo aspetto essenziale.

Trova la differenza (con gli altri investimenti)

Nella misura in cui il Piano si presenta agli occhi dei partner africani come una serie di finanziamenti per realizzare progetti economici, esso non differisce granché dai vari Piani Africa degli altri paesi avanzati. Possiamo dire che molte capitali possiedono un proprio Piano Mattei, anche se lo chiamano in modo differente.

Al cospetto delle leadership africane, ovviamente, gli investimenti italiani fanno molto comodo e sono apprezzati, e per questo il nostro Governo riceve vari segnali di gratitudine. Ma i leader del continente fanno esattamente lo stesso con gli altri Governi donatori.

Oltretutto, competitor come Emirati, Arabia Saudita, Turchia, Cina, India, Giappone etc. destinano ai propri interventi in Africa somme ben più cospicue delle nostre; pertanto, sebbene a malincuore, possiamo affermare che non esiste un autentico valore aggiunto italiano del Piano Mattei, sebbene la sua presentazione propagandistica ad uso interno faccia apparire altrimenti.

L’occasione perduta sui diritti

Diverso sarebbe se l’Italia avesse varato in parallelo un “Piano Mattei dei diritti”, con l’obiettivo di sostenere la rule of law, il buon governo, i diritti umani, le libertà fondamentali, le istituzioni liberali. Ciò avrebbe procurato al nostro paese davvero un salto di qualità nel rapporto con l’Africa, differenziandosi decisamente dall’offerta soltanto economica, e talora molto spregiudicata, proveniente dai nuovi attori. Ma finora non è stato così, e si può parlare di un’occasione perduta (sempre recuperabile, ad ogni modo).

Le domande delle imprese

Esiste inoltre poca trasparenza su come le aziende interessate possano accedere al Piano Mattei, per riceverne eventualmente un supporto economico-finanziario per la realizzazione dei loro progetti in Africa.

Tranne il caso delle grandi società nazionali, che hanno potuto finora beneficiare di finanziamenti effettivi per i loro programmi soprattutto nei settori energetico e agricolo, le piccole e medie imprese dopo due anni e mezzo dall’inizio del Piano non dispongono di elementi chiari su chi contattare e come farlo per avviare una proposta progettuale, e su quali siano i criteri “vincenti”.

Poiché il Piano Mattei è uno dei modi in cui viene utilizzato il denaro dei contribuenti sarebbe lecito aspettarsi chiarezza sul percorso da seguire per gli imprenditori. Purtroppo non assolve a questo compito nemmeno il vademecum del ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale intitolato “Diplomazia della Crescita, destinazione Africa”, che stila un elenco di tutte le iniziative pubbliche e private collegate al Piano Mattei, ma che resta astruso e poco decifrabile quanto alla precisa road map da seguire per le società italiane.

Pochi e neanche tanto buoni

Urta poi con i criteri dell’inclusività il fatto che il Piano preveda solo 14 paesi prioritari; per quanto importanti essi siano, si lasciano fuori dalla porta ben 40 stati africani, con loro comprensibile delusione e un grande punto interrogativo circa i motivi che li tengono in disparte.

È chiaro che con le sue limitate disponibilità l’Italia non può far fronte a tutte le richieste del continente; ma esplicitare che il Piano si rivolge quasi esclusivamente a 14 paesi “eletti” stride con le nostre tradizioni in Africa. Tanto più se si considera che i due principali beneficiari delle progettualità sono due Governi sostanzialmente autocratici come quelli attuali dell’Etiopia e della Tunisia.

Anche l’assenza di programmi di blue economy, in cui il nostro paese eccelle, non è stato un segnale lungimirante.

I punti di forza storici della cooperazione italiana in Africa

C’è infine una considerazione generale, che non va trascurata: non è molto conveniente per la nostra immagine far sembrare che il rapporto “paritario e non predatorio” con i paesi africani, spesso conclamato dalla presidente del Consiglio, abbia inizio con il lancio del Piano Mattei, nel 2024.

Come accennato, l’Italia repubblicana ha avuto sempre una relazione invidiabile con il continente. La nostra cooperazione degli anni 70-90, dovuta all’attenzione congiunta della componente socialista e di quella cattolica della nostra società e della nostra politica, ha mobilitato sull’Africa ingenti risorse finanziarie e umane, e realizzato programmi eccezionalmente efficaci, sostenendo attivamente il processo di decolonizzazione, e la lotta contro l’apartheid in Sudafrica (argomento taciuto oggi, poiché sgradito al presidente Trump, ma un tempo motivo di grande orgoglio).

Dalla fine del regime fascista, l’Italia repubblicana non è stata né discriminatoria, né predatoria, ma anzi, grazie alle forze vive della società e ai giovani volontari, ha saputo costruire quel rapporto people to people che resta ineguagliato dai nuovi attori in Africa.

Tale aspetto essenziale andrebbe valorizzato in ogni circostanza utile, piuttosto che collocato inspiegabilmente nel dimenticatoio.

Fortuna che i nostri partner africani hanno una memoria lunga!




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 roberto.valussi

Source link

Di