Un lago bonificato, strade rifatte, palazzi ridipinti a Jimma, nel sudovest dell’Oromia. Dieci milioni di euro del piano italiano per l’Africa investiti nella roccaforte politica del Prosperity Party e a due passi dal paese natale di Abiy Ahmed
Abiy spiega a Meloni il progetto di riqualifica del lago Boye (Credit: governo italiano)
Il 14 febbraio, nella grande sala d’ingresso della sede dell’Unione africana (Ua) ad Addis Abeba, il viavai è continuo. Delegazioni che si fermano nei corridoi per incontri informali, funzionari impegnati tra panel su sviluppo e sicurezza, giornalisti e cameraman accalcati ai piedi della scalinata centrale. Uomini della sicurezza e inservienti si muovono rapidi mentre l’attenzione si concentra sull’uscita dalla Nelson Mandela Hall, da cui i capi di stato africani si dispongono per la foto ufficiale.
Quest’anno, tra loro, c’è un’ospite d’eccezione: Giorgia Meloni. È la prima volta che un presidente del Consiglio italiano partecipa e interviene alla cerimonia di apertura del vertice dell’Ua. Meloni entra sorridente, scambia battute con il primo ministro etiopico Abiy Ahmed, con cui appare in evidente sintonia. Nei corridoi si vocifera. «È stato lui a invitarla e a fare pressione sull’Ua», racconta un delegato kenyano. «È una visita che fa piacere, ma allo stesso tempo ha infastidito diversi membri che erano impreparati. È apparsa un po’ improvvisata».
Al di là del gossip diplomatico, la presenza italiana ha una spiegazione precisa. Il giorno prima, Addis Abeba aveva ospitato il vertice Italia-Africa, per la prima volta fuori dal territorio italiano. Un passaggio simbolico che segna il tentativo di radicare il Piano Mattei direttamente nel continente, rafforzando i legami con le controparti che vi aderiscono.
Visite di Meloni in Etiopia
L’evento dimostra come siano strette le relazioni tra Italia ed Etiopia. I segnali si sono moltiplicati: Meloni era già stata ad Addis Abeba nel luglio 2025 per il vertice Onu sui sistemi alimentari; il nuovo ambasciatore italiano, Sem Fabrizi, ha ribadito a febbraio il sostegno di Roma a progetti strategici come il nuovo aeroporto di Bishoftu; a marzo l’Italia ha partecipato a un accordo internazionale per la ristrutturazione del debito etiopico, rafforzando il legame bilaterale.
Il vertice del 13 febbraio si è presentato come una verifica del Piano Mattei, più che come una svolta. A due anni dal lancio, ha riunito una ventina di leader africani come spazio di confronto. Sul piano concreto, i risultati restano limitati: nessun annuncio rilevante, nessun nuovo impegno significativo. Più che un’espansione, il summit ha segnato un consolidamento – i paesi coinvolti sono passati da nove a quattordici – con Addis Abeba tra i principali sponsor.
Lanciato nel 2024, il Piano Mattei è lo strumento con cui il governo italiano punta a proporsi come nuovo partner in Africa. Con una dotazione di circa 5,5 miliardi di euro non può competere con i volumi di investimento di Cina, Turchia o Stati Uniti, ma mira a fare da volano – attraverso prestiti, garanzie e cofinanziamenti – per attrarre capitali privati e sostenere le imprese italiane. I settori prioritari includono energia, agricoltura, infrastrutture, acqua e formazione.
Non mancano però le criticità : analisti segnalano scarsa trasparenza, limitato coinvolgimento degli attori locali e difficoltà nel misurarne l’impatto. In molti casi, i progetti erano già in corso e sono stati successivamente ricondotti al Piano.
In Etiopia questo è particolarmente evidente. Il paese è uno degli esempi delle ambiguità del Piano. Gli interventi riguardano agricoltura, energia e formazione – filiera del caffè, irrigazione, energie rinnovabili, gestione dell’acqua – molti dei quali già avviati e poi integrati nel Piano. Il progetto più visibile resta la riqualificazione del lago Boye e del centro storico di Jimma, nel sudovest dell’Oromia, visitato da Meloni nel luglio 2025 insieme ad Abiy.
Perché l’Etiopia è così centrale? Per Federico Donelli, analista dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), la risposta è chiara: «È un attore chiave nel Corno d’Africa, sia per il suo peso demografico in chiave migratoria, sia per il ruolo politico e diplomatico nella regione». Ma questa scelta comporta rischi. «L’Italia adotta un approccio di realpolitik, puntando su un interlocutore forte come Abiy, che tuttavia è molto controverso nella gestione delle tensioni interne, rischiando di trascurare le considerazioni etiche e umanitarie».
Coincidenza
Il lago artificiale di Boye è emblematico. «Prima era una zona degradata, dove venivano scaricati i rifiuti. Oggi è bello da vedere. La gente è contenta», dice Teshager, un cittadino di Jimma che lavora nelle organizzazioni non governative. Il centro città è stato ristrutturato con palazzi ridipinti, strade nuove, luci e aiuole; intorno al lago stanno sorgendo nuove attività e progetti immobiliari, con l’idea di sviluppare un polo turistico legato alla produzione del caffè. «Ci sono aziende private che stanno investendo. Si parla di uffici, ristoranti e resort», spiega. Con una nota di cautela: «Non so chi ne beneficerà davvero, ma credo faccia bene a una zona rurale come questa».
L’investimento, secondo fonti governative italiane, è da 25 milioni di euro. L’obiettivo è realizzare un polo turistico e un’economia verde con il coinvolgimento di Webuild (ex Salini Impregilo). Investimento giustificato anche dal forte legame storico della zona con l’Italia, visibile nell’architettura del periodo dell’occupazione, oggi riqualificata.
Ma la scelta non è casuale: Jimma è una roccaforte politica del Prosperity Party di Abiy Ahmed, che è nato a Beshash, un villaggio della zona. «In un paese come l’Etiopia ci sarebbero molte altre priorità », osserva un ricercatore etiopico. «Ma si sceglie di intervenire lì».
Il risultato, tuttavia, è apprezzato dalla popolazione, efficace sul piano dello sviluppo e utile a rafforzare i rapporti con un governo strategico, consolidando al tempo stesso la presenza delle imprese italiane nel paese. È anche così che prende forma il Piano Mattei.
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