Intervista a Amine Benrachid, attore sudsudanese e ciadiano, membro della giuria del Premio della Cittadinanza al Festival di Cannes 2026
Ha attraversato il deserto, la Libia, il Mediterraneo e le Alpi prima di scoprire il cinema a Parigi. Raccontandosi Nigrizia, l’attore riflette sul confine sottile tra arte e militanza, sulle sue scelte cinematografiche guidate dall’umanesimo e sulla sfida di costruire ponti culturali attraverso lo schermo
Amine Benrachid, stella nascente, è un attore molto promettente di origini sudsudanesi e cresciuto in Ciad. La sua singolare traiettoria potrebbe somigliare più a una storia di fantasia, eppure il suo talento è ben reale. Dopo aver lasciato il suo paese, trascorre un anno in Libia, poi attraversa il Mediterraneo fino in Italia, dove rimane per sei mesi. È dopo aver attraversato le Alpi a piedi che arriva a Nizza, in Francia, nel 2017.
Nel 2018, un fotografo lo ferma nella metropolitana di Parigi e gli propone di fare il modello. Amine non lo aveva mai fatto prima, ma ci prova e si lancia. Inizia così una carriera nella moda, interrotta bruscamente dalla crisi del Covid-19. In quel periodo, solo ad alcune riprese di film e serie era concesso di continuare a lavorare con una troupe ridotta.
L’idea germoglia in lui: e perché non fare cinema? Inizia a presentarsi ai casting parallelamente alla sua formazione come educatore specializzato. Gira cortometraggi, lungometraggi e serie. Una volta ottenuto il diploma nel 2024, entra nella sezione recitazione della scuola Kourtrajmé, fondata da Ladj Ly e Ludivine Seigner.
Nel 2026, Amine Benrachid è nel cast di Suls les rebelles (Only rebels win, nell’edizione inglese), diretto da Danielle Arbid, la cui uscita è prevista per il 24 giugno 2026.
Prima di allora, al fianco di Jean-Paul Salomé, Michel Leclerc, Fabienne Servan-Schreiber e Micha Khalil, Amine Benrachid ha consegnato il Premio della Cittadinanza, il 23 maggio, prima della cerimonia di chiusura del 79° Festival di Cannes.
Cannes l’ha scoperta nel cortometraggio scolastico La Voix des autres di Fatima Kaci, nel 2023, all’interno della selezione Cinef. Recentemente ha interpretato Osmane in Seuls les rebelles, diretto da Danielle Arbid e in uscita nelle sale francesi a giugno. Attraverso i suoi ruoli lei difende visioni del mondo profondamente umaniste, che valorizzano l’empatia, l’aiuto reciproco e l’amore imperituro. Nel 2026 torna a Cannes come membro della giuria del Premio della Cittadinanza, per premiare un film della selezione ufficiale che offra uno sguardo illuminato sulla nostra società e incarni i valori di solidarietà, giustizia e umanesimo. Qual è la sua definizione di cinema impegnato?
Per me, il cinema impegnato è rappresentato da ogni essere umano che partecipa alla costruzione della società in cui vive. Che si sia registi, attori, cantanti, produttori o politici, plasmiamo la nostra società attraverso l’ambiente in cui lavoriamo. Nel cinema lavorano diverse figure – registi, attori, produttori, distributori – ed è un insieme di persone che porta un messaggio e lo difende con il cuore. Poco importa la forma artistica, è il contenuto che conta. Perché è il tema che trattiamo sullo schermo, in sostanza, che impegna gli autori e tutte le troupe cinematografiche. Il cinema è solo un supporto per mostrarci, per dirci ciò che esiste nella società. È quest’ultima che ispira i film, che spinge a denunciare, a mostrare.
Lei è un attore sudsudanese e ciadiano nell’industria cinematografica francese; in che modo questo influenza il suo modo di scegliere un progetto e di abitare i suoi personaggi?
Quando ho lasciato il mio paese, sono passato per la Libia, l’Italia e poi la Francia, e ho incontrato molte persone. Ho scoperto i loro problemi, ho appreso da dove venivano, i loro percorsi di vita, la loro cultura, ecc. Il viaggio è un apprendimento costante. Quando ho iniziato nel cinema, ho incontrato anche persone provenienti da contesti differenti e con ruoli diversi. Le mie scelte restano guidate in modo naturale verso le visioni che difendo, vale a dire messaggi d’amore, sguardi che mettono in primo piano la fiducia nella vita.
Oggi le nostre vite sono dilaniate da così tanti problemi, a più livelli, che bisogna avere speranza nella vita ovunque si vada. Soprattutto, ciò che mi sta a cuore è rompere questa paura dell’altro, questa paura dell’ignoto. Un messaggio del genere passa ovviamente attraverso diversi canali: il giornalismo, il cinema, l’arte in generale. Come fare qualcosa insieme a una persona che non mi somiglia? È questo l’essenziale.
Passare dalla recitazione al giudizio, cioè diventare giurato, è un cambiamento di posizione significativo. Cosa le insegna su sé stesso come attore?
Nella vita non bisogna mai smettere di imparare, è il senso stesso della vita ed è ciò che ci permette di andare avanti. Oggi, come attore, quando guardo un film il mio sguardo è sempre orientato verso la recitazione. La mia missione attuale è apprezzare film che difendono le cause del mondo, il vivere insieme, l’aiuto reciproco, l’amore per l’altro, la difesa del bene comune. Sono valori che voglio difendere nel cinema che contribuisco a creare. Sostengo un cinema più umano, più solidale.
Come giurato, ho la fortuna di posare lo sguardo su altri modi di vedere come viene trattata la cittadinanza, questo fatto universale che viene definito diversamente in ogni paese, ma che abita le persone che condividono lo stesso spazio comune. Un film libanese può parlare tanto a uno spettatore francese quanto a uno libanese. I film che concorrono per il Premio della Cittadinanza mi aiutano ad affinare la mia sensibilità, la mia umanità.
Il Premio della Cittadinanza ricompensa i film che «risvegliano le coscienze». Secondo lei, dove si colloca il confine tra un cinema impegnato e un cinema militante?
Per me è la stessa cosa: se si è impegnati, si è anche militanti nel difendere una causa. L’impegno è il processo, è il fermento che spinge a militare per una determinata causa. Per me si tratta dello stesso processo; se non si è impegnati, non si è militanti.
Quali sono i tre film, tra quelli che ha visto quest’anno, che l’hanno colpita profondamente e perché?
Domanda difficile, perché ho visto molti film quest’anno. Un semplice incidente di Jafar Panahi, Sirāt di Oliver Laxe, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson: questi film mi hanno interpellato, ciascuno in modo diverso. Per esempio, Una battaglia dopo l’altra è un vero film impegnato che parla della frattura della società americana odierna, radicata in un passato che non passa, e ne fa un film in cui dei ribelli lottano contro le ingiustizie. Mi ha toccato molto.
Ho adorato il film di Jafar Panahi in cui denuncia una profonda ingiustizia nel suo paese invertendo i ruoli del carnefice e della vittima. È altrettanto difficile per il personaggio, che non è mai stato violento, rapire il carnefice ed essere il cattivo. È spinto a cambiare la sua scala di valori perché vive in un mondo violento, le cui regole lo costringono ad adottare quella violenza per difendere la propria vita. Davvero, la regia è brillante, ho amato molto questo film.
Sirāt mi ha sconvolto profondamente. Le scelte di regia rivelano una crudeltà impensabile e, al tempo stesso, sottolineano la dignità di ciascuno e ciascuna.
Se dovesse descrivere in una sola scena il cinema che vuole contribuire a costruire, quale sarebbe?
La mia scena del cuore sarebbe vedere una persona che incontra uno sconosciuto senza sentirsi in pericolo. È quello che vorrei vedere, perché la mano che dona è sempre quella che riceve. Quando doni amore, pace, ricevi amore e pace.
Selezione Cinef
Selezione ufficiale del Festival di Cannes, ha lo scopo di presentare e valorizzare i film scolastici di finzione o di animazione le cui qualità artistiche rivelano un talento cinematografico che merita di essere incoraggiato.
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