«L’impresa deve creare valore per le persone, il pianeta e il territorio»


Sessant’anni di storia imprenditoriale, cinque generazioni di falegnami e una visione che ha saputo evolversi dall’artigianato tradizionale alla sostenibilità d’impresa. Maurizio Zordan, presidente di Zordan Srl Società Benefit, ripercorre il cammino dell’azienda di Valdagno specializzata nella realizzazione di arredi e spazi per i grandi marchi del lusso internazionale. Una realtà che nel 2016 è stata tra le prime società benefit italiane e tra i pionieri del movimento B Corp nel nostro Paese, facendo della sostenibilità un elemento centrale della propria strategia aziendale.

Presidente Zordan, nel 2025 avete celebrato un traguardo importante: sessant’anni di attività. Come nasce questa storia imprenditoriale?

La nostra storia inizia ufficialmente il 7 aprile 1965, quando mio padre Attilio deposita alla Camera di Commercio l’iscrizione dell’azienda al Registro delle Imprese. Ma in realtà le radici sono ancora più profonde. Noi siamo la quinta generazione di una famiglia di falegnami. Mio nonno, il suo papà e il suo nonno erano tutti artigiani del legno. Mio padre è stato il primo a trasformare quell’esperienza artigianale in un’impresa organizzata.

Quindi il DNA dell’azienda è profondamente legato all’artigianalità.

Assolutamente sì. Nasciamo da tre falegnami artigiani e da una tradizione che ha attraversato generazioni. Io personalmente sono probabilmente il meno bravo della famiglia con gli strumenti del mestiere, perché ho studiato economia a Verona e ho seguito un percorso diverso, ma l’identità dell’azienda resta fortemente legata alla cultura del fare e alla qualità artigianale.

Oggi però Zordan è una realtà internazionale. Quando è arrivata la svolta?

Uno dei momenti decisivi è stato nel 2001, quando siamo entrati nel processo di validazione di Bulgari. Seguii personalmente il progetto del negozio Bulgari di Verona, in via Mazzini. Quel lavoro ci aprì la strada verso commesse sempre più importanti e, nel 2004, l’azienda ci accompagnò negli Stati Uniti per realizzare il primo punto vendita a Chicago, in Michigan Avenue.

Da lì nasce anche la vostra presenza diretta negli Stati Uniti.

Sì. Nel 2013 abbiamo avviato l’acquisizione di una falegnameria specializzata nel Michigan, che successivamente abbiamo integrato con la nostra attività di realizzazione di spazi per il retail di lusso. È stato un passaggio fondamentale per consolidare la nostra presenza internazionale.

Oggi il mondo del lusso sta cambiando. Come si stanno evolvendo gli spazi commerciali dei grandi brand?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione molto interessante. I negozi stanno diventando sempre meno semplici punti vendita e sempre più luoghi di esperienza. Integrano arte, cultura, accoglienza e momenti di relazione. Alcuni spazi assomigliano quasi a musei, altri includono aree relax o luoghi dove fermarsi per un caffè. Ogni marchio costruisce questa esperienza in modo coerente con la propria identità.

Può fare un esempio?

Prendiamo Bulgari. La sua identità è profondamente legata a Roma e alla cultura dell’antica Roma. Nei negozi troviamo spesso travertino, bronzo, riferimenti architettonici e simbolici che richiamano quell’immaginario. Non si tratta semplicemente di arredamento, ma di costruzione di un’esperienza coerente con il brand.

Parliamo di sostenibilità. Siete stati tra le prime società benefit in Veneto e tra i fondatori del movimento B Corp in Italia. Da dove nasce questa scelta?

La riflessione è iniziata dopo la crisi del 2008. Ci siamo interrogati sul futuro dell’azienda e ci è sembrato naturale collegare il nostro lavoro alla sostenibilità. Operiamo nel settore del legno, una materia prima naturale, e veniamo da un territorio come Valdagno, dove la responsabilità sociale d’impresa è sempre stata parte della cultura industriale locale. Quando abbiamo conosciuto il movimento B Corp abbiamo trovato una visione che univa sostenibilità ambientale e responsabilità sociale.

La vostra strategia si basa sulle cosiddette tre P. Cosa significano?

Parliamo di People, Planet e Prosperity. Persone, pianeta e prosperità. Abbiamo volutamente sostituito la parola profitto con prosperità perché volevamo una visione più ampia. Il profitto resta importante, ma deve essere inserito in un sistema che generi valore per tutti gli stakeholder e per il territorio.

Vi siete dati un obiettivo molto ambizioso: diventare carbon neutral entro il 2030.

Sì, nel 2019 abbiamo deciso di intraprendere questo percorso. Non avevamo tutte le risposte, ma avevamo un obiettivo chiaro. Nel nostro museo aziendale, che racconta il passato dell’impresa, l’unico elemento proiettato nel futuro è proprio il traguardo della neutralità climatica. Naturalmente aggiungo sempre una precisazione: vogliamo raggiungere la neutralità climatica mantenendo aperta l’azienda.

A che punto siete oggi?

Abbiamo misurato e certificato la nostra impronta di carbonio attraverso certificazioni ISO. Oggi il nostro residuo è compreso tra le tremila e le quattromila tonnellate annue di CO2 considerando tutti gli scope. Ridurremo ulteriormente queste emissioni, ma sappiamo che una parte resterà inevitabile. Per questo stiamo lavorando anche sul tema della compensazione.

In che modo?

Insieme ad altre cinque B Corp vicentine e all’Accademia Olimpica stiamo sviluppando un progetto per certificare crediti di carbonio derivanti da attività di silvicoltura e agricoltura realizzate nel territorio vicentino. L’idea è generare compensazioni locali e tracciabili, creando valore per il territorio.

Nel 2023 avete inaugurato anche il Museo Zordan. Perché avete deciso di investire in questo progetto?

Quando abbiamo costruito la nuova sede ci siamo resi conto che rischiavamo di perdere il legame visivo con la nostra storia. Così abbiamo deciso di creare un museo aziendale. È un progetto particolare perché noi non abbiamo un prodotto iconico da esporre come Ferrari o Ducati. Lavoriamo su progetti realizzati per altri brand e con clienti industriali. Per questo abbiamo costruito un percorso che racconta il territorio, il nostro metodo di lavoro e la sostenibilità attraverso l’arte e la fotografia.

Che cosa rappresenta per voi la certificazione B Corp?

È uno strumento fondamentale perché consente di misurare concretamente l’impatto. Essere società benefit significa assumere un impegno statutario. Essere B Corp significa invece misurare quell’impegno attraverso parametri verificabili. Il sistema assegna un punteggio e solo superando una determinata soglia si ottiene la certificazione. È un modo molto concreto per verificare quanto valore si genera sul piano sociale, ambientale e della governance.

Ogni anno pubblicate anche un report di impatto.

Sì, dal 2016 rendicontiamo pubblicamente il nostro impatto. Crediamo che la trasparenza sia fondamentale. Non basta dichiarare degli obiettivi: bisogna misurare i risultati e renderli visibili.

Guardando al futuro, come immagina Zordan tra dieci o vent’anni?

Ogni imprenditore desidera che la propria azienda continui a vivere anche dopo il proprio contributo. Io mi definisco un “temporary owner”, un custode temporaneo. Il mio compito è accompagnare l’azienda in una fase della sua storia e lasciarla più forte di come l’ho trovata.

Uno dei vostri progetti riguarda anche il coinvolgimento diretto dei lavoratori nel capitale aziendale.

Sì, è uno degli obiettivi più importanti dei prossimi anni. Vorremmo aprire progressivamente la partecipazione al capitale ai collaboratori. Credo che un’impresa diventi più solida quando sempre più persone condividono il progetto imprenditoriale. In un’epoca caratterizzata da grande complessità e incertezza, costruire organizzazioni partecipate significa anche renderle più resilienti e capaci di affrontare le sfide future.


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 Matteo Scolari

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