Nella “Magnifica Humanitas” il pontefice cita le bolle papali che legittimarono la riduzione in schiavitù e chiede perdono
Il Ghana plaude la scelta del papa. È il paese che a marzo era riuscito a ottenere dall’ONU il riconoscimento della tratta come crimine contro l’umanità. A Parigi, intanto, l’Assemblea Nazionale vota all’unanimità per cancellare il Code Noir. Ora la vera partita si gioca sulle riparazioni
Sarà ricordato come uno dei passaggi storici del pontificato leoniano. Per la prima volta un papa ha chiesto “sinceramente perdono” a nome della Chiesa cattolica per il ruolo che essa ebbe nella legittimazione della schiavitù. Non si tratta solo di una condanna del passato, ma di un atto di trasparenza che mira a risanare quella che il papa stesso definisce una “ferita nella memoria cristiana”.
l ritardo storico
Oltre ad approfondire il tema della intelligenza artificiale, il documento – l’enciclica Magnifica Humanitas – ammette apertamente che la Chiesa non è stata sempre una voce profetica contro l’oppressione. Il papa riconosce con rammarico che sono stati necessari diciotto secoli affinché l’incompatibilità tra il messaggio evangelico e la schiavitù fosse esplicitamente riconosciuta dal magistero. Un ritardo che l’enciclica non cerca di minimizzare.
Il passaggio più crudo riguarda le responsabilità dirette: Leone XIV riconosce che nell’antichità e nel Medioevo individui e istituzioni della Chiesa possedevano schiavi, e che la Sede Apostolica, all’inizio dell’era moderna, intervenne più volte per regolamentare e legittimare forme di sottomissione.
Il testo cita le bolle di pontefici come Eugenio IV (Sicut Dudum) e Niccolò V (Dum Diversas, Romanus Pontifex), ammettendo che in quei casi le necessità politiche ed economiche prevalsero sulle esigenze del vangelo e condussero alla legittimazione della schiavitù degli “infedeli”.
Nessuna giustificazione
Davanti a questa ricostruzione storica, il papa non cerca giustificazioni anacronistiche: esprime un “profondo dolore” per le immense sofferenze inflitte a esseri umani “in totale contrasto con la loro dignità di persone amate da Dio”, e pronuncia una dichiarazione solenne: “In nome della Chiesa, chiedo sinceramente perdono”.
Parole che risuonano in Africa, soprattutto dopo il viaggio di Leone XIV ad aprile. Un viaggio di undici giorni – il primo da pontefice – dove non ha esitato a criticare duramente lo sfruttamento delle risorse africane da parte degli stranieri.
HRW: le parole non bastano
Human Rights Watch ha accolto favorevolmente anche le scuse del papa, ma ha avvertito: le parole non bastano, e “una vera giustizia riparativa deve andare oltre”, coinvolgendo stati, istituzioni religiose e aziende che hanno storicamente tratto profitto dalla schiavitù.
Ghana: protagonista della memoria
Nessun paese ha accolto le parole del papa con più attenzione del Ghana. Accra ha definito le scuse pontificie “un atto di coraggio morale” e ha sottolineato come esse rafforzino “la crescente consapevolezza globale che affrontare le ingiustizie storiche richiede la ricerca della verità e la responsabilità morale come fondamenti essenziali per la giustizia e la riconciliazione”.
Ferite ancora aperte
Non è retorica vuota. Il paese dell’Africa occidentale porta ancora impressa nella pietra la memoria della tratta: i suoi castelli coloniali – Cape Coast, Elmina – custodirono per secoli i prigionieri africani in attesa di essere imbarcati verso le Americhe. Tra il XVI e il XIX secolo, dai 12 ai 15 milioni di africani furono deportati, e circa 2 milioni morirono durante la traversata dell’Atlantico. Il Ghana era uno dei nodi principali di quel sistema.
Da questa memoria parte l’azione diplomatica del presidente John Mahama, che a marzo è volato a New York per promuovere una risoluzione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il crimine più grave contro l’umanità
Il 25 marzo 2026, nonostante le resistenze di Washington, Londra e delle capitali europee, l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato una risoluzione presentata dal Ghana che proclama la tratta degli schiavi africani “il più grave crimine contro l’umanità”.
Il testo, approvato con 123 voti a favore, tre contrari (Stati Uniti, Israele e Argentina) e 52 astensioni (tra cui il Regno Unito e gli stati dell’Unione Europea), descrive la tratta come un’“ingiustizia disumana e persistente” i cui effetti restano visibili oggi, nella discriminazione razziale e nel neocolonialismo.
“Siamo qui riuniti oggi per proclamare la verità e proseguire il cammino verso la guarigione e la giustizia riparativa”, ha dichiarato Mahama presentando la risoluzione, sostenuta dall’Unione Africana.
La menzogna della supremazia bianca
Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha parlato chiaro: “Per giustificare l’ingiustificabile, i sostenitori della schiavitù hanno costruito un’ideologia razzista, trasformando i pregiudizi in pseudoscienza. Oggi è più importante che mai denunciare la menzogna della supremazia bianca”.
Scuse e risarcimenti
La risoluzione, pur non vincolante, chiede agli stati scuse formali, risarcimenti per i discendenti delle vittime e politiche concrete contro il razzismo.
Gli Stati Uniti l’hanno respinta come “testo altamente problematico”, rifiutando il principio di riparazioni per “torti storici che non erano illegali in base al diritto internazionale dell’epoca”. I paesi europei, pur non votando contro, si sono astenuti.
Il Ghana, dal 17 al 19 giugno 2026, ospiterà una conferenza internazionale per discutere i passi successivi all’adozione della risoluzione.
Parigi cancella il Code Noir
A completare questo quadro è arrivata, giovedì 28 maggio, la decisione dell’Assemblée Nationale francese: 254 parlamentari hanno votato all’unanimità per abrogare ufficialmente il Code Noir e tutti i testi che regolavano la schiavitù nelle ex colonie francesi fino al 1848.
Schiavi “proprietà mobili”
Il Code Noir, istituito sotto Luigi XIV nel 1685, definiva gli schiavi come “proprietà mobili”, beni personali dei loro padroni, e prevedeva pene feroci per chi cercava di fuggire: dalla marchiatura a fuoco alla pena di morte.
Testi mai rimossi
Nonostante la Francia avesse abolito la schiavitù nel 1848, quei testi non erano mai stati formalmente rimossi dall’ordinamento giuridico. Restare lì, silenti ma presenti, era – come ha dichiarato Emmanuel Macron – “un tradimento di ciò che la Repubblica rappresenta”.
La proposta – presentata da Max Mathiasin, deputato della Guadalupa – ha trovato sostegno trasversale, da La France Insoumise ai Républicains.
Mathiasin ha tenuto a precisare che l’obiettivo non è “cancellare la storia”, ma “compiere un nuovo passo, un potente atto di memoria, giustizia e riconoscimento”.
Il nodo riparazioni
Non è mancata la tensione sul nodo più spinoso: le riparazioni. Alcuni parlamentari avrebbero voluto inserirle nel testo, ma Mathiasin ha scelto di non “valicare” quella soglia, lasciandola a una battaglia separata. Non a caso, il deputato di Martinica Marcellin Nadeau – convinto che le riparazioni siano “la questione essenziale” – non ha partecipato al voto.
Il disegno di legge deve ora passare alla Camera Alta. Intanto impone al governo di presentare al Parlamento un rapporto sulle conseguenze del diritto coloniale, sugli effetti duraturi della schiavitù nella società francese e su come questa storia viene insegnata nelle scuole.
Francia sul podio come volume di spedizioni
La Francia, che è stata il terzo paese europeo per volume di spedizioni nel commercio transatlantico – responsabile del 13% dei viaggi secondo il Memoriale per l’abolizione della schiavitù di Nantes, dopo Inghilterra e Portogallo – si trova ora a fare i conti, almeno sul piano simbolico, con un passato che non aveva mai del tutto seppellito.
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gianniballarini
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