«Senza un giusto prezzo agli agricoltori non c’è futuro per il cibo»


Quarant’anni fa il biologico era una parola sconosciuta ai più. Oggi è una realtà consolidata che continua a crescere e a coinvolgere milioni di consumatori. Fabio Brescacin, fondatore e presidente di EcorNaturaSì, è stato tra i pionieri italiani di questo percorso. Dalla formazione in agraria alla scoperta dell’agricoltura biodinamica in Austria, fino alla nascita nel 1985 di quella che sarebbe diventata una delle più importanti realtà europee del biologico, il suo è il racconto di una visione che mette al centro la salute delle persone, la fertilità della terra e il valore delle comunità.

Presidente Brescacin, nel 2025 avete celebrato quarant’anni di attività. Come nacque quell’intuizione che oggi è diventata EcorNaturaSì?

Avevo studiato agraria perché sentivo che l’agricoltura fosse un grande valore, non solo economico ma anche sociale. Era il fondamento delle comunità nelle quali ero cresciuto. Tuttavia l’agricoltura che studiavo all’università mi appariva incompleta. Era molto interessante dal punto di vista tecnico, ma la percepivo come un’agricoltura triste. Un giorno ebbi l’occasione di visitare un’azienda biodinamica in Austria, in Carinzia. Lì vidi qualcosa di diverso: vita, armonia, bellezza. Capii che esisteva un altro modo di coltivare la terra e che quella sarebbe stata la mia strada.

Lei viene spesso definito un pioniere del biologico in Italia. Si riconosce in questa definizione?

Non credo di essere stato l’unico. Negli anni Ottanta molte persone in Italia e in Europa stavano maturando la stessa sensibilità. C’era una riflessione diffusa sull’ecologia, sull’ambiente, sul rapporto tra uomo e natura. Io ho avuto il mio percorso personale, ma appartengo a una generazione che ha cercato di portare il pensiero ecologico dentro i processi produttivi e agricoli.

Ha definito “triste” l’agricoltura che aveva conosciuto all’università. Perché?

Perché sentivo che mancava qualcosa. L’agricoltura è una cosa meravigliosa in qualsiasi forma venga praticata e gli agricoltori sono persone straordinarie. Però percepivo una distanza dalla natura. Mi mancava l’idea di accompagnare la terra, di prendersene cura, di lavorare con essa e non semplicemente su di essa. E poi c’era una dimensione umana: fare agricoltura biologica è più difficile, più rischioso e più impegnativo, ma è qualcosa che ti scalda il cuore. Da giovane cercavo proprio questo entusiasmo.

Oggi EcorNaturaSì è una realtà molto diversa da quella degli inizi. Quali sono i numeri del gruppo?

Oggi contiamo circa 350 punti vendita, dei quali poco più di cento diretti e gli altri gestiti da imprenditori affiliati. Abbiamo circa 1.800 collaboratori diretti e arriviamo a circa 3.000 persone considerando tutta la rete. Ma più dei numeri mi piace sottolineare il modello di governance che abbiamo costruito.

Un modello molto particolare e innovativo.

Sì. Noi fondatori abbiamo donato le nostre azioni a una fondazione senza scopo di lucro, la Libera Fondazione Antroposofica Rudolf Steiner. La fondazione detiene la maggioranza delle quote e garantisce che l’azienda continui a perseguire la propria missione anche dopo i fondatori. È un modello chiamato “Steward Ownership”, o proprietà responsabile. L’obiettivo è proteggere l’impresa dalla speculazione e mantenere nel tempo i valori che l’hanno fatta nascere.

Nel vostro sito compare una frase molto forte: “Se paghi un prezzo troppo basso, qualcuno lo paga per te”. Che cosa significa?

Significa che il prezzo reale del cibo spesso non coincide con quello che vediamo sullo scaffale. Negli ultimi decenni il costo del cibo è diminuito rispetto ad altre voci di spesa, ma questo ha comportato una pressione enorme sugli agricoltori. In Italia abbiamo perso metà della superficie agricola coltivabile dal dopoguerra a oggi. Molti giovani non scelgono più l’agricoltura perché non garantisce un reddito adeguato.

Quindi il prezzo troppo basso genera conseguenze sociali?

Esattamente. Lo paga l’agricoltore che abbandona la terra. Lo paga l’ambiente. Lo paga il sistema sanitario. Lo pagano le generazioni future. Uno studio della FAO ha evidenziato che il vero costo del cibo è circa il doppio di quello che paghiamo al supermercato, perché esistono costi ambientali e sanitari che vengono scaricati sulla collettività.

Nonostante questo continuate a proporre prodotti con prezzi mediamente più elevati rispetto alla grande distribuzione.

Perché le persone non cercano soltanto il prezzo. Cercano salute, qualità, valori. Sempre più consumatori scelgono un’azienda perché si riconoscono nella sua visione. Certamente il prezzo è importante, ma non è l’unico criterio. Il biologico continua a crescere in tutta Europa proprio perché intercetta bisogni profondi delle persone.

Come è cambiata nel frattempo l’agricoltura convenzionale?

È cambiata molto. Oggi c’è una sensibilità decisamente maggiore rispetto agli anni Ottanta. Le organizzazioni agricole, i consumatori, la politica sono più attenti ai temi della sostenibilità. Esiste un percorso di avvicinamento verso modelli più sostenibili. E oggi ho un enorme rispetto per tutti gli agricoltori, perché fare questo mestiere è diventato estremamente difficile.

Che cos’è davvero l’agricoltura biologica?

Il primo livello è semplice: significa coltivare senza utilizzare fertilizzanti chimici di sintesi e pesticidi chimici. Ma c’è un secondo livello, molto più importante. Significa concepire l’azienda agricola come un organismo vivente, il più possibile autosufficiente. Fare rotazioni, valorizzare la fertilità del suolo, integrare allevamento e coltivazione, favorire la biodiversità. Non si tratta solo di eliminare la chimica, ma di ripensare il rapporto tra uomo e natura.

Nel vostro ecosistema gli agricoltori hanno un ruolo centrale.

Assolutamente. Quando scegliamo un’azienda agricola scegliamo prima di tutto la persona. Se trovi una persona motivata, preparata e convinta, troverai anche un’azienda di qualità. Per noi gli agricoltori sono parte integrante della comunità NaturaSì. Li sosteniamo con assistenza tecnica, consulenza agronomica e, soprattutto, cercando di garantire un giusto prezzo per il loro lavoro.

Parla spesso di comunità. Che significato ha per voi questo concetto?

Noi siamo certamente un’azienda, perché dobbiamo fare bilanci e stare sul mercato. Ma siamo anche una comunità. Cerchiamo di costruire relazioni autentiche tra produttori, collaboratori e consumatori. Crediamo che un’azienda sana nasca da una comunità sana.

La comunicazione ha un ruolo importante in questo percorso?

Molto importante. Cerchiamo di raccontare ciò che facciamo con autenticità. Organizziamo incontri nelle aziende agricole, festival, attività con le scuole, viaggi esperienziali. Ci interessa creare relazioni dirette tra chi produce e chi consuma. I social sono utili, ma nulla sostituisce l’esperienza reale.

Tra le iniziative più recenti avete anche regalato migliaia di porri ai clienti.

Sì. Alcuni campi erano stati colpiti da eventi climatici estremi e ci siamo trovati con una produzione che rischiava di andare sprecata. Abbiamo deciso di distribuire gratuitamente circa 25mila mazzetti di porri. È stato un modo concreto per valorizzare il lavoro degli agricoltori e per evitare sprechi.

Guardando ai prossimi quarant’anni, quale sarà la sfida più importante?

L’agricoltura. Sempre l’agricoltura. Dobbiamo prendercene cura perché da lì dipendono la salute delle persone, la sicurezza alimentare e il futuro del pianeta. Il consumatore oggi è più consapevole e sensibile. Dobbiamo fare in modo che possa diventare parte attiva di questo processo, sostenendo non solo il prodotto, ma anche le aziende agricole e i territori.

Pochi giorni fa ci ha lascaito Carlo Petrini, fodnatore di Slow Foof. Che eredità lascia al mondo dell’alimentazione sostenibile?

Carlo Petrini è stato un grande uomo. Una persona sincera, profonda, coerente. Ha saputo portare a livello internazionale temi fondamentali legati al cibo, alla qualità e all’agricoltura. Il movimento biologico e Slow Food sono partiti da percorsi diversi, ma si sono incontrati lungo la stessa strada. Perché non può esistere un cibo sano senza un’agricoltura sana. E questa è forse la lezione più importante che ci lascia.


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 Matteo Scolari

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