Dalla regione ugandese della Karamoja alle strade di Nairobi: il dramma delle ragazzine svendute per pochi dollari
Il paese si conferma l’hub della tratta di esseri umani nella regione. Un fenomeno che, come in Italia, colpisce soprattutto i minori stranieri: quasi 10.600 i casi di abusi, abbandoni e sparizioni registrati in quindici mesi, ma è solo la punta dell’iceberg
In quindici mesi, tra il 1 gennaio 2025 e il 31 marzo 2026, in Kenya si sono registrati 10.581 casi di gravi abusi che hanno riguardato dei minori. Lo ha dichiarato recentemente in un comunicato ufficiale Carren Ageng’o, segretaria generale del Dipartimento di stato per i servizi ai bambini, istituzione governativa deputata alla protezione dei diritti e del benessere dell’infanzia.
Per la maggioranza si è trattato di abbandono, 6.820, ma si sono avuti anche 1.952 casi di rapimento, 1.636 casi di minori spariti nel nulla e 173 casi accertati di vittime di traffico. Il maggior numero si è verificato a Nairobi, la capitale, seguita da Nakuru, altra area urbana in velocissima espansione.
I casi sono stati registrati dal Sistema di gestione delle informazioni sulla protezione del bambino (Child Protection Information Management System – CPIMS) e dunque si tratta di dati ufficiali, che riguardano episodi conosciuti dalle istituzioni.
Si può legittimamente pensare che siano una parte, probabilmente una piccola parte, di quelli effettivamente accaduti nel paese.
Tanto è vero che il Dipartimento di stato invita caldamente a segnalare ogni tipo di abuso, o di sospetto abuso, alla polizia, all’amministrazione locale o ad una linea telefonica istituzionale dedicata. Segno evidente che ora molti casi rimangono sconosciuti.
Scomparsi nel nulla, per lo più stranieri
Non è un problema solo kenyano. Tanto per fare un paragone, in Italia nel 2025 si sono avute 17.942 denunce di scomparsa di minori. Solo in 60% si è risolto con il ritorno a casa. Da notare anche che la maggioranza, 11.300 casi, hanno riguardato minori stranieri arrivati nel nostro paese non accompagnati.
Sono soprattutto questi bambini e ragazzini che finiscono per sparire nel nulla, anche perché manca loro una rete familiare e sociale che ne segnali tempestivamente la scomparsa e ne reclami la ricerca.
Una parte si rende irreperibile per raggiungere familiari in altri paesi europei. Ma una parte cade vittima di reti criminali e di trafficanti di esseri umani e vengono sottoposti ad abusi gravissimi, quale il lavoro forzato in condizioni di schiavitù, lo spaccio e lo sfruttamento sessuale e pedopornografico.
Si può presumere che lo stesso avvenga in Kenya. I maggiori abusi, e quelli che rimangono in gran parte ignorati, potrebbero riguardare minori stranieri che, per di più, molto spesso arrivano nel paese nelle mani dei trafficanti.
Ragazzine dal Karamoja al Kenya
L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), poco più di un anno fa ha pubblicato una ricerca sulle condizioni delle ragazzine che arrivano in Kenya dalla regione ugandese della Karamoja: Factors and impacts of the trafficking of girls from Karamoja region, Uganda into Kenya (Fattori e impatto del traffico di ragazze dalla Karamoja, Uganda, in Kenya).
Il lavoro fa parte di un progetto, il CAPSA project, finanziato dal Dipartimento del lavoro degli Stati Uniti, che si propone di rafforzare le capacità dei governi di paesi dell’Africa subsahariana di contrastare il traffico e il lavoro forzato minorili. Prende in considerazione in particolare l’Uganda e il Kenya.
Ma il fenomeno non riguarda soltanto questi due paesi. Il documento dell’OIL può dunque essere considerato lo studio di un caso emblematico, forse il più grave, ma certamente non isolato.
La ricerca, basata su raccolta di dati e interviste a vittime e testimoni privilegiati, ha confermato quanto già risaputo sui motivi del fiorire del traffico dalla Karamoja, che ha un lungo e poroso confine con il Kenya. La povertà, le crisi alimentari, la mancanza di istruzione rendono la popolazione della regione vulnerabile e le ragazzine il gruppo sociale più a rischio e più manipolabile.
Tanto che oltre il 90% delle vittime intervistate ha detto di non essere al corrente dei pericoli che avrebbero corso. Spesso sono le famiglie stesse a “vendere” le figlie ai trafficanti per pochissimi soldi – in media poco più di 5 dollari, dicono rapporti recenti – accompagnati da promesse di un lavoro ben pagato e dunque di rimesse costanti, necessarie al sostentamento familiare.
Il paese meta ambìta, tra sfruttamento e abusi
Il Kenya è una meta particolarmente ambìta per le similitudini culturali, compresa la lingua – lo swahili, diffuso in entrambi i paesi – e per le differenze dei salari e del valore della moneta che rendono il lavoro molto remunerativo per un ugandese.
Molte delle ragazzine ugandesi vittime di tratta vengono “scaricate” a Nairobi, nel quartiere di Kamukunji, abitato da gruppi sociali a basso reddito che vivono di attività nel settore informale, dunque senza nessun tipo di garanzia, dove finiscono per essere assorbite diventando a loro volta un mezzo per sbarcare il lunario.
Molte trovano lavoro anche ad Eastleight, altro quartiere problematico, abitato in prevalenza da somali, dove ce ne sarebbero alcune migliaia. Il 47,5% svolgono lavoro domestico con orari che arrivano alle 12 ore giornaliere. Altre sono costrette a mendicare, alla vendita ambulante in mezzo al traffico, ad altri lavori simili e, non raramente, allo sfruttamento sessuale.
Gli abusi cominciano dalle condizioni sul luogo di lavoro. Il 12,1% dice di essere stata abusata fisicamente; il 27,4% di essere stata minacciata verbalmente; il 15,6 % di non essere stata pagata. Il 51,1% accusa delle violenze il datore di lavoro, ma anche i vicini (30%) e gli stessi “amici” (20%). L’83,3% dice di non avere avuto nessuna forma di aiuto quando si è trovata in difficoltà.
È l’immagine di una situazione di isolamento e di fragilità che potrebbe condizionare a lungo il futuro di queste vittime adolescenti.
L’impiego di minori disabili
Un altro gruppo è particolarmente a rischio di traffico: quello dei minori disabili da sfruttare come mendicanti. Secondo informazioni credibili, sarebbe un fenomeno in crescita che riguarda diversi paesi della regione ed è evidente nelle strade di Nairobi, ma anche di Addis Abeba, Kampala e Dar el Salam.
In Kenya vengono portati soprattutto dalla Tanzania e costretti a mendicare sulle strade più trafficate, con un obiettivo giornaliero da raggiungere. A fine giornata tutto il denaro viene confiscato dai trafficanti che abusano fisicamente chi non ha raggiunto la somma prevista.
Leggi inapplicate e corruzione
Il governo ha affrontato il problema della protezione dei minori, comprese le vittime di traffico, nel Children Act promulgato nel 2022 e ha insediato Children Advisory Committees (Comitati di indirizzo per i minori) a livello di contea e di sub-contea, in modo da rafforzare il monitoraggio, reprimere gli abusi e punire i colpevoli.
Ma, sottolineano molti osservatori, la promulgazione della legge non garantisce della sua applicazione.
Crimini come il traffico di esseri umani sono possibili solo grazie a reti di supporto che passano anche dalle istituzioni deputate al controllo. E la corruzione, che in Kenya è un problema noto e discusso, è un fluidificante molto efficace.
Non è un caso che il Kenya sia classificato al 6° posto nel mondo nel Global Organised Crime Index del 2025, e al secondo in Africa dopo la Nigeria per i reati inerenti il traffico di persone. Il paese, dice il rapporto, ha un ruolo di rilievo in tutta la catena: è un bacino di persone da trafficare, ed è sia luogo di transito che di destinazione.
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