di Enrico Morando*
15 giorni vissuti pericolosamente dalla nascente Repubblica
Il 2 giugno del 1946-con votazioni che iniziano alle 7 del 2 e terminano alle 13 del 3 giugno-si tiene il referendum sulla forma di Stato (monarchia o repubblica) e contemporaneamente si tengono le elezioni per eleggere l’Assemblea Costituente.
Nessun altra elezione che si sia tenuta in Italia ha mai avuto tanto rilievo storico e un’analoga capacità di rottura col passato e di apertura di una nuova era per il nostro Paese.
Perché? 1-perché votarono e poterono essere votate-per la prima volta-le donne. E parteciparono più dei maschi. 2-perché la scelta a favore della Repubblica fu netta, anche se non plebiscitaria…3-perché favorì il determinarsi di un contesto favorevole alla comune scrittura della Costituzione. Per controversa che fosse, i costituenti avrebbero dovuto/potuto lavorare all’interno della scelta compiuta dal popolo.
Fu, quella della contemporaneità, una scelta tranquilla? Assolutamente no. Anzi. Un decreto del Governo Bonomi, emanato pochi giorni dopo la liberazione di Roma, il 25 giugno del 1944, stabiliva che alla fine della guerra sarebbe stata eletta un’assemblea costituente, la quale avrebbe fatto la scelta su monarchia o repubblica, che poi avrebbe dovuto essere sottoposta a referendum confermativo (decreto luogotenenziale del 1944 n.151).
Il 16 marzo 1946 il Governo De Gasperi prende una decisione del tutto diversa: il referendum Monarchia/Repubblica si sarebbe tenuto subito, il giorno stesso della elezione dell’Assemblea Costituente. Confermava il suffragio universale, maschile e femminile, definiva la legge elettorale (proporzionale) per l’Assemblea Costituente, affidava alla Corte di cassazione il controllo e la proclamazione dei risultati. Nello stesso testo, stabiliva inoltre che -se gli elettori avessero scelto Repubblica-, subito si sarebbe nominato il Capo dello Stato provvisorio, e che l’Assemblea Costituente avrebbe eletto entro un breve lasso di tempo il primo Presidente della Repubblica.
Come si era giunti ad un così drastico mutamento di soluzioni? Per quanto gli storici non siano concordi nell’individuare cause e attori di questa scelta, a me sembra che si debba rispondere così:
-I fautori della Monarchia -a partire da casa Savoia- erano favorevoli al referendum preventivo. Pensavano che tra i leader dei partiti la Repubblica fosse maggioranza, ma che “nel popolo” l’orientamento fosse ben diverso…
-I partiti di sinistra -meglio, Togliatti e Nenni- erano a favore della soluzione “sceglie l’Assemblea Costituente“, perché erano più certi di far prevalere, in quella sede, la Repubblica.
-De Gasperi era in mezzo. Preoccupato di concedere ai monarchici l’argomento della contrapposizione tra Paese reale -il popolo più favorevole alla monarchia- e il Paese legale (l’Assemblea dei rappresentanti eletti, sotto la leadership dei partiti, più favorevole alla Repubblica).
C’è da dire che anche a sinistra-in particolare tra i socialisti-molti pensavano che non fosse una buona idea regalare ai monarchici l’argomento del ricorso diretto al popolo. Tra questi, va segnalato un signore che faceva il Ministro dell’interno, Giuseppe Romita. Socialista, era nato dalle nostre parti, a Tortona. Malgrado fosse nato in una famiglia povera, era riuscito a diplomarsi geometra e poi a laurearsi ingegnere, pagando gli studi con le lezioni di matematica.“ Proprio perché il referendum lo volevano i monarchici, la Repubblica non poteva nascere rifiutando di battersi. Nenni (il capo dei socialisti) capì e mi appoggiò…“.
Alla fine fu De Gasperi a decidere:
1- Referendum preventivo contemporaneo alla elezione dell’Assemblea Costituente e
2-la Democrazia Cristiana lascia “libertà di voto“. Lui addirittura non dice come vota, neppure a Nenni che il giorno prima del voto gli chiede: “Si può sapere come voti domani?“ Risposta: “il voto è segreto“. Dopo anni, sarà la figlia (attivista repubblicana che affiggeva manifesti in camera dei genitori) a rivelare che lei e il padre avevano scelto Repubblica, ma né l’una, nè l’altro sapevano come aveva votato la mamma…
De Gasperi mediò tra posizioni diverse, ma decise e la soluzione fu per il referendum subito. Se aveva potuto decidere in questo senso una buona parte del merito fu del “nostro“ Giuseppe Romita, che insistette per un grande turno di elezioni comunali prima del voto del 2 giugno. Votarono in quell’occasione 5722 comuni su 7294, con voto delle donne. Il voto, specie quello di Milano, rincuorò socialisti e comunisti, segnalò la forza della DC nel nord-est e nel centro, e dimostrò che nel sud gli orientamenti politici erano a macchia di leopardo… I monarchici ricevettero un colpo alla loro fiducia nel “paese reale”…
Così, un politico di straordinaria levatura come De Gasperi poté decidere. Al contempo -particolare non irrilevante-quella tornata di Amministrative dimostrò che, organizzativamente, si poteva decidere di votare presto. Possibilità immediatamente tradotta in atto: si voterà il 2-3 di giugno.
Prima del voto, un altro colpo di scena: Vittorio Emanuele III abdica a favore del figlio Umberto II-il re di maggio-e lascia l’Italia.È il 9 maggio 1946. Perché si dimette? Non c’è nessun documento che lo confermi, ma è piuttosto evidente: sapeva che l’istituto della monarchia era ancora molto popolare… Ma era altrettanto consapevole che se si fosse votato su di lui (il re della pesante compromissione col fascismo, il re della mancata reazione all’omicidio Matteotti, il re del disastro dell’8 settembre, il re che aveva firmato le leggi razziali,…), tutto sarebbe stato più difficile.
Il 2 e il 3 giugno si vota e non si registrano incidenti di rilievo. La tensione sale -e le piazze cominciano a riempirsi, nervose- nei giorni del conteggio dei voti. I verbali e le schede arrivano a Roma da tutta Italia, raccolte nella Sala della Lupa di Montecitorio. Stranamente (rispetto a quanto accadrà poi, negli anni) i risultati del sud arrivano prima di quelli del Nord. E sono buoni per la monarchia. Romita teme che siano così buoni da non poter essere rovesciati. Poi però arriva il Nord… Il 5 giugno c’è una prima informazione, i giornali sparano titoloni: “È nata la Repubblica“. Ma la Cassazione tace. Tace fino al 10, quando annuncia: 12.717.923 Repubblica, pari al 54,3%.10.719.284 Monarchia, pari al 45,7%. Tutto risolto? Nemmeno per sogno. Elencati i numeri per Repubblica e Monarchia, il Presidente della Corte Giuseppe Pagano -tra lo sconcerto generale- prosegue, affermando che per la convalida dei risultati erano necessari non solo i voti validi, ma anche il conteggio preciso dei voti nulli e bianchi. Cosa era successo? Nei giorni precedenti un gruppo di autorevoli giuristi dell’Università di Padova, in un suo documento aveva scritto: “ il decreto del 16 marzo 1946, prevedendo che per la convalida dei risultati fosse necessaria “la maggioranza degli elettori votanti“, richiedeva non il semplice conteggio dei voti validi -cioè, i voti per la Repubblica e i voti per la Monarchia-, ma l’inclusione delle schede bianche e nulle.“ Nella comunicazione del Presidente Pagano non si faceva propria questa interpretazione, in modo esplicito, ma, richiedendo il conteggio delle schede nulle e bianche, sembrava avvalorarla…
Nelle ore successive alla comunicazione del Presidente Pagano, il dottor Saverio Brigante -magistrato membro della camera di consiglio della Corte di Cassazione- scrive una lettera al ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti. Nella lettera, Brigante accusa il Presidente Pagano di falso, per aver aggiunto al verbale convenuto in camera di consiglio l’ultima frase (quella che rinviava la proclamazione al conteggio delle bianche e nulle). Aggiunge che l’anima nera, ispiratrice del falso, era stato il Procuratore generale presso la Corte di cassazione Massimo Pilotti, che aveva convinto Pagano ad aggiungere la frase finale.
Il vincolo del segreto, richiesto e ottenuto da Brigante, è rispettato da Togliatti, che non ne parla né a De Gasperi, né a Nenni. Ma quando De Gasperi, dopo numerosi colloqui con il Re e il suo plenipotenziario marchese Falcone Lucifero, decide di prendere il toro per le corna e convoca il Consiglio dei Ministri per la nomina del Presidente del Consiglio come facente funzioni del Capo dello Stato, Togliatti chiede a Brigante di togliere il vincolo del segreto. Brigante acconsente a che Togliatti ne parli con De Gasperi e Nenni, ma non ad altri, estendendo ai due il vincolo del segreto. Nel frattempo, in camera di consiglio della Cassazione, Brigante chiede conto a Pagano, che scoppia in un pianto dirotto (come il Brigante stesso scrive a Togliatti). Anche alla luce di quanto gli rivela Togliatti, De Gasperi decide di rompere gli indugi. A Falcone Lucifero (secondo la rivelazione della figlia) dice: “ Ho finito il mio latino. Si vuole ricorrere alla forza? Va bene. Vorrà dire che io verrò a trovarla a Regina Coeli o lei verrà a trovare me”.
Il Consiglio dei Ministri, con una norma scritta di suo pugno da Togliatti (negli archivi c’è una copia a mano con inchiostro verde), nomina De Gasperi Capo dello Stato facente funzioni. Il re Umberto II scriverà -nel comunicato ufficiale col quale annuncia di lasciare il suolo dell’Italia- che il Governo “ha compiuto un gesto rivoluzionario“ e che la sua decisione di lasciare l’Italia è dovuta esclusivamente alla volontà di evitare “uno spargimento di sangue“. Il 13 giugno il re di maggio Umberto II lasciò l’Italia alla volta di Cascais, in Portogallo. E finalmente il 18 giugno, alle ore 18:00, il Presidente della Corte di Cassazione Giuseppe Pagano proclama risultati ufficiali. Sono passati 15 giorni e cinque ore dall’ora finale delle votazioni.
Eccoli: Affluenza 89,08 %
Repubblica 54,27%
Monarchia 45,73 %
Bianche 4,60%
Nulle 6,05%
Aventi diritto al voto 28.005.449
Votanti 24.946.878
Diamo un’occhiata anche ai risultati locali:
Novi ligure-Repubblica 69,75%
Monarchia 30,25%
Arquata Scrivia- Repubblica 62,50%
Monarchia 37,50%
Serravalle Scrivia- Repubblica 60,19%
Monarchia 39,81%
Gavi – Repubblica 48,41%
Monarchia 51,59%
Borghetto Barbera – Repubblica 48,65%
Monarchia 51,35%
La distinzione tra l’orientamento politico elettorale delle città e quello delle campagne è dunque una storia antica: la storia politico-elettorale di questi centri ripeterà l’orientamento prevalente nel ‘46 per decenni a venire. Solo dopo l’’89, con la crisi verticale dei partiti maggiori, la lettura dei dati elettorali di questi Comuni cambierà significativamente.
Tornando all’Italia, come andarono le elezioni per l’Assemblea Costituente?
La Democrazia Cristiana riportò il 35,2% dei voti e 207 seggi. Il Partito Socialista Italiano il 20,6% dei voti e 115 seggi. Il Partito Comunista Italiano il 18,93% dei voti e 104 seggi.
Gli eletti furono 556. Non 573 come previsto. Come mai? Non votarono gli abitanti delle province di Bolzano, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara, sottoposte al controllo politico amministrativo degli alleati.
L’Assemblea Costituente elegge Presidente Enrico De Nicola, monarchico, su proposta di Palmiro Togliatti. Infine, l’Assemblea Costituente approva la Costituzione il 22 dicembre 1947.
Cosa ci dice questa storia?
1- Ci dice che in Italia l’orientamento prevalente tra i cittadini -dopo il ventennio fascista- era favorevole ad una equilibrata rottura di continuità. Non solo rispetto al fascismo, ma anche rispetto alla monarchia, collusa col fascismo e corresponsabile della rovina del Paese nella seconda guerra mondiale. Il comportamento dei partiti politici fondamentali fu -nella sostanza- coerente con questo orientamento prevalente tra i cittadini. L’unico leader che condusse la campagna referendaria al limite dell’estremismo fu Pietro Nenni: “o la Repubblica o il caos“. Ma, come abbiamo visto, per fortuna non seguì questo suo slogan nei 15, drammatici giorni successivi al voto (per la cronaca: la lettera di Brigante a Togliatti, conosciuta anche da De Gasperi e Nenni, non fu mai resa nota, da nessuno dei tre. Fu ritrovata decenni dopo. Un particolare che illustra bene il senso dello Stato di questi tre dirigenti politici).
2- Questa storia -con il comportamento responsabile e fermo di tutti i principali protagonisti- ci dice anche che aleggiava -nella fase immediatamente successiva al voto del 2-3 giugno- quello che possiamo ben chiamare uno “spirito costituente“. In sostanza: convinzioni forti, unite a grande disponibilità a riconoscere legittimità alle ragioni dell’altro.
La tenuta dello “spirito costituente“ sarà messa a dura prova pochi mesi dopo la proclamazione del risultato del referendum, quando il Governo di unità nazionale verrà messo in crisi dallo stesso De Gasperi, con la rottura con i socialisti e i comunisti. L’Assemblea Costituente non aveva ancora approvato la nuova Costituzione e le tre principali forze rompevano la loro collaborazione. Poteva ben accadere che comunisti e socialisti reagissero alla rottura facendo venir meno la loro disponibilità a cooperare con la DC di De Gasperi nel lavoro di stesura della Costituzione. A sua volta, la DC -a ciò sospinta da un orientamento del Vaticano apertamente contrario alla collaborazione di governo con la sinistra socialcomunista-, poteva scegliere la rottura anche sul terreno costituzionale. Invece prevalse -in entrambi- lo “spirito costituente”: scontro aperto sul piano del Governo del Paese. Accordo, fino all’approvazione finale, sul terreno della Costituzione.
Questa capacità di distinguere i due terreni -quello del Governo, dove domina giustamente la contrapposizione tra maggioranza e opposizione, da quello della definizione delle regole fondamentali in Costituzione, dove è dominante l’esigenza di convergenza (i due terzi dei voti parlamentari richiesti per la riforma senza referendum confermativo dall’articolo 138)- sarebbe utile, anzi, necessaria, anche oggi. Come non si stanca di ricordare il Presidente Mattarella. Invano, almeno per ora.
*Testo di una conferenza sul referendum Monarchia – Repubblica, tenuta al liceo Amaldi di Novi Ligure

Presidente di Libertà Eguale. Viceministro dell’Economia nei governi Renzi e Gentiloni. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)
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