La Commissione Europea ha aperto uno spazio fiscale inedito per affrontare la crisi energetica innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. L’esecutivo comunitario propone la possibilità di utilizzare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico, con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell’arco dei tre anni. Per l’Italia questo si traduce in uno spazio fiscale compreso tra i 13 e i 14 miliardi di euro.
Lo strumento: la clausola di salvaguardia si allarga all’energia
Il meccanismo scelto da Bruxelles non è nuovo, ma viene adattato a un contesto straordinario. L’estensione resta agganciata al limite massimo dell’1,5% del Pil previsto per le spese aggiuntive per la difesa nell’ambito della clausola nazionale di salvaguardia. All’interno di quel quadro viene però introdotto un tetto dedicato all’energia: 0,3% del Pil annuo tra 2026, 2027 e 2028, con un massimo cumulativo dello 0,6% nello stesso periodo.
L’estensione riguarderà interventi avviati da febbraio 2026 e finalizzati a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati. La Commissione ha precisato che le salvaguardie di sostenibilità fiscale rimangono pienamente operative: una rassicurazione rivolta soprattutto ai Paesi del Nord Europa, da sempre restii a concedere spazio di bilancio alle economie più indebitate.
Il pressing di Meloni: “L’Italia indica la strada”
Il risultato porta la firma politica di Giorgia Meloni, che aveva avviato un’interlocuzione diretta con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nei giorni precedenti all’annuncio, la presidente del Consiglio aveva scritto personalmente a von der Leyen per affrontare la questione, ribadendo come in quella fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa, ma anche per gli interventi sul caro energia.
Meloni ha rivendicato il risultato come “estremamente importante”, sottolineando di averlo ottenuto “lavorando in silenzio e con serietà”. Alla soddisfazione si è unito anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha definito il risultato “frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”.
Per Meloni la flessibilità “consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce le famiglie vulnerabili, le imprese energivore e gli italiani in generale”.
I paletti di Dombrovskis: sì alle rinnovabili, no alle accise
La flessibilità non è un assegno in bianco. Il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis ha tracciato in conferenza stampa una linea netta: gli investimenti dovranno essere mirati ad aumentare l’indipendenza energetica dell’Ue attraverso il ricorso a fonti rinnovabili. Restano fuori il taglio delle accise, i sussidi generici e gli sconti in bolletta.
Tra gli interventi ammessi figurano la decarbonizzazione, l’efficienza energetica, l’elettrificazione, l’acquisto di veicoli elettrici, batterie e pannelli solari, oltre agli investimenti nelle reti elettriche, nei sistemi di accumulo e nell’espansione della capacità produttiva da fonti rinnovabili. Dombrovskis ha precisato che non si parla esclusivamente di investimenti in senso stretto: sono contemplati anche sussidi per famiglie e imprese che abbandonino i combustibili fossili.
Adesso l’Italia deve presentare un piano
Ora inizia una fase altrettanto delicata quanto il negoziato: quella di tradurre in un piano organico da presentare all’Ue questi margini di flessibilità per 14 miliardi. Giorgetti ha avvertito che “si fa presto a buttare via i soldi”, segnalando la necessità di una programmazione rigorosa.
Il governo sta intanto valutando un decreto legge da circa 500 milioni di euro per varare un nuovo voucher energia, un contributo mensile di circa 100 euro destinato inizialmente alla platea della carta “dedicata a te”. I 14 miliardi sono spendibili fino al 2028, ma il governo ha la facoltà di concentrare la spesa in soli due anni per dare una spinta immediata al sistema produttivo.
Le risorse si concentreranno soprattutto sulle attività e sulle fabbriche che utilizzano grandi quantità di energia, per difendere i settori produttivi più colpiti dai rincari. Il tutto mentre l’Italia resta comunque sottoposta alla procedura europea per deficit eccessivo, che continuerà a fare da cornice all’intera manovra.
Bruxelles promuove ma non risparmia le critiche: sull’energia l’Italia ha le sue colpe
Il via libera ai 14 miliardi non è arrivato senza qualche stoccata. Nelle stesse raccomandazioni con cui ha aperto la flessibilità, la Commissione Europea ha rivolto all’Italia un rimprovero preciso e documentato. L’Italia è troppo “lenta” nella transizione dalle fonti fossili a quelle rinnovabili e dovrebbe “accelerare”. Il nostro Paese si trova ad affrontare alcuni dei prezzi dell’elettricità più alti dell’Ue, a causa della sua dipendenza strutturale da costose centrali a gas.
Un problema non congiunturale, ma strutturale. La Commissione avverte che l’Italia continua a scontare prezzi dell’elettricità tra i più alti dell’Unione, effetto della sua dipendenza dalla produzione a gas, e raccomanda di accelerare l’elettrificazione, rafforzare gli accumuli e velocizzare la diffusione delle rinnovabili, anche attraverso una piena attuazione della riforma delle autorizzazioni e degli investimenti nelle reti.
Il taglio delle accise nella linea di fuoco
La critica più diretta ha riguardato una misura bandiera del governo Meloni dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente. La Commissione europea ha criticato esplicitamente, nelle sue raccomandazioni macroeconomiche, il taglio delle accise sui carburanti portato avanti dal governo italiano dallo scoppio della guerra in Iran.
Le raccomandazioni richiamano in particolare l’esperienza della crisi energetica del 2022-2023, innescata dalla guerra russa contro l’Ucraina, sostenendo che misure ampie e non mirate hanno un costo elevato per le finanze pubbliche e risultano inefficienti dal punto di vista sociale ed economico.
Il messaggio di Bruxelles è stato limpido: prolungare lo sconto sulle accise per tutto il 2026 costerebbe esattamente lo 0,3% del Pil senza produrre benefici reali. In un contesto di offerta rigida — causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz — sostenere la domanda di fossili significherebbe soltanto far salire i prezzi, con gli Stati che “spenderebbero molti soldi per ottenere vantaggi limitati”.
Anche dall’opposizione interna sono arrivate letture simili: il coportavoce di Europa Verde Angelo Bonelli ha sottolineato che “la Commissione Ue ha smentito Meloni”, avendo escluso l’uso della flessibilità per finanziare sconti alla pompa e indicando invece un’unica direzione: investimenti nelle energie pulite.
Il nucleare ritorna: la Camera dice sì, ora tocca al Senato
In questo contesto di crisi e riposizionamento energetico, il governo Meloni ha accelerato anche su un altro dossier di lungo corso: il ritorno dell’Italia al nucleare. Con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare “sostenibile”.
La legge delega prevede che il governo possa disciplinare la produzione di energia nucleare “sostenibile”, anche per la produzione di idrogeno, la gestione dei rifiuti radioattivi, la disattivazione degli impianti esistenti e la ricerca sulla fusione. Il cuore operativo del provvedimento è un programma nazionale per lo sviluppo dell’energia nucleare, con un’attenzione particolare agli Small Modular Reactor (Smr), piccoli reattori modulari di nuova generazione, più compatti e potenzialmente realizzabili in serie.
Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha spinto sull’acceleratore: ha annunciato l’intenzione di presentare al Parlamento i decreti attuativi entro la fine del 2026, anticipando i dodici mesi normalmente previsti dalla delega.
Un orizzonte lontano: il nucleare non risolve la crisi di oggi
Ma c’è un nodo che nessun entusiasmo politico riesce a sciogliere: i tempi. Anche nell’ipotesi di un’accelerazione dell’iter, eventuali impianti nucleari richiederebbero anni per progettazione, autorizzazioni e costruzione, e secondo il Ministero non sarebbero pronti prima del 2034-2035.
Il testo contiene le deleghe al governo per scrivere le regole sul ritorno dell’energia nucleare in Italia: nuovi impianti, piccoli reattori modulari, gestione delle scorie, smantellamento delle vecchie installazioni, ricerca e formazione del personale. Non stiamo però parlando di cantieri né di impianti in costruzione.
Sul piano politico, le divisioni restano profonde. Le opposizioni contestano tempi, costi, gestione delle scorie e reale disponibilità delle tecnologie promesse. Alleanza Verdi e Sinistra, durante la votazione, ha esposto cartelli in Aula contro il ritorno del nucleare, accusando il governo di aver fatto carta straccia della volontà popolare espressa attraverso due referendum e di bloccare risorse che potrebbero andare alle rinnovabili.
Il punto di fondo è che il nucleare, ammesso che l’iter vada in porto, potrà al massimo contribuire alla sicurezza energetica del 2035 in poi. La crisi di oggi — quella dello Stretto di Hormuz, delle bollette alle stelle, delle imprese energivore in difficoltà — richiede risposte che arrivino prima. Ed è proprio su questo terreno, quello delle rinnovabili, che l‘Europa continua a chiedere all’Italia di correre più veloce.
Il modello che il governo ha in testa: nucleare + rinnovabili
La visione ufficiale dell’esecutivo Meloni è quella del cosiddetto mix energetico: non nucleare invece di rinnovabili, ma nucleare insieme a rinnovabili. La competitività dell’economia italiana dipende dalla disponibilità di energia a prezzi stabili e bassi, un obiettivo che le sole fonti rinnovabili, per via della loro intermittenza, faticano a garantire senza l’integrazione di una base di potenza costante.
Il ragionamento è tecnicamente fondato: solare ed eolico producono quando c’è il sole e il vento, non necessariamente quando l’energia serve. Il nucleare, invece, produce in modo continuo e programmabile, indipendentemente dalle condizioni meteo. La formula strategica si basa sul mix tra fonti intermittenti e discontinue come il solare e l’eolico e il nucleare, che è continuo e non dipendente dalla variabilità meteo. I combustibili fossili, per lo più importati, verrebbero così sostituiti gradualmente.
È una logica condivisa anche a livello europeo: von der Leyen ha dichiarato che “è stato un errore strategico per l’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”, indicando un mix energetico in cui il nucleare funga da complemento alla volatilità dell’eolico e del solare.
Gli SMR: non centrali del Novecento, ma mini-reattori modulari
Il nucleare di cui si parla oggi non è quello dei grandi impianti degli anni ’70. Le analisi economiche più recenti indicano che un SMR in Italia potrebbe produrre energia a circa 107 euro per megawattora, risultando competitivo per alimentare grandi distretti industriali o centri dati che necessitano di una fornitura stabile e programmabile, cosa che le rinnovabili non programmabili da sole non possono garantire senza massicci investimenti in sistemi di accumulo.
Il disegno di legge delega per il rilancio del nucleare sostenibile, una volta approvato definitivamente dal Senato, prevede l’emanazione di decreti per definire il programma nazionale, la localizzazione degli impianti, lo stoccaggio dei rifiuti e la formazione del personale.
Le incognite reali: tempi, scorie e consenso popolare
Detto tutto questo, i nodi irrisolti sono seri. Il primo è cronologico: i primi eventuali impianti non sarebbero operativi prima del 2034-2035, nel migliore dei casi. Il secondo è politico: due referendum hanno già bocciato il nucleare in Italia, nel 1987 e nel 2011, e nessuna legge cancella quella memoria. Il ritorno del nucleare resta un terreno politicamente divisivo: il centrodestra lo considera un pilastro della futura strategia energetica nazionale, mentre le opposizioni contestano tempi, costi, gestione delle scorie e reale disponibilità delle tecnologie promesse.
Il terzo nodo è quello delle scorie: dove metterle. Il deposito nazionale unico è in stallo da anni, con le Regioni che si rimpallano la responsabilità e nessuno che vuole ospitarlo.
Il paradosso: per arrivare al nucleare bisogna prima fare le rinnovabili
C’è infine una contraddizione strutturale che pochi sottolineano con franchezza. Per i prossimi dieci anni — quelli che separano l’Italia dall’eventuale entrata in esercizio di un SMR — l’unica strada percorribile per abbattere i prezzi dell’energia e ridurre la dipendenza dai fossili sono le rinnovabili. Lo dice l’Ue, lo dicono i dati, e lo conferma indirettamente anche la stessa logica del ddl nucleare, che non esclude il solare e l’eolico, ma li affianca. La maggioranza evidenzia come l’Italia abbia già superato i target intermedi per le energie rinnovabili, coprendo oltre il 40% del fabbisogno elettrico nazionale, con 6 gigawatt di nuova potenza installata negli ultimi due anni.
In sostanza: il nucleare può essere il futuro del sistema energetico italiano, ma per arrivarci l’Italia deve prima accelerare su quello che può fare adesso, e che fa ancora troppo lentamente.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione
Source link




