Gestioni patrimoniali, Eurosif solleva osservazioni sulla revisione degli standard ESRS


Eurosif e altre sei organizzazioni attive nel campo della finanza sostenibile hanno chiesto alla Commissione europea di eliminare dalla revisione degli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) la disposizione che escluderebbe parte degli asset gestiti dagli obblighi di rendicontazione di sostenibilità. In una lettera inviata il 3 giugno alla commissaria Maria Luís Albuquerque e ai vertici dell’esecutivo europeo, i firmatari sostengono che la nuova esenzione prevista dall’AR17 dell’ESRS 1 sia incompatibile con la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), poiché restringerebbe il perimetro del reporting oltre quanto stabilito dal legislatore europeo.

La disposizione contestata è contenuta nella bozza di regolamento delegato pubblicata dalla Commissione il 6 maggio 2026 nell’ambito della revisione degli ESRS. Secondo Eurosif, EFFAS, Responsible Companies, Frank Bold, Shift, CES-ETUC e WWF, l’esenzione rischia di sottrarre alla trasparenza una parte rilevante delle attività di asset management, limitando la possibilità di verificare come gli intermediari finanziari traducano in pratica i propri impegni di sostenibilità.

Nello specifico, secondo i firmatari, la proposta rischia di creare un punto cieco nella valutazione delle performance di sostenibilità delle istituzioni finanziarie. La questione è particolarmente significativa perché riguarda gli investimenti gestiti per conto della clientela nell’ambito delle attività di asset management, una componente centrale dell’operatività di banche, società di gestione e asset manager.

Il fulcro della controversia riguarda il rapporto tra la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e gli ESRS. La CSRD costituisce la base legislativa che definisce quali soggetti e quali attività rientrano negli obblighi di reporting di sostenibilità. Gli ESRS, invece, rappresentano gli standard tecnici incaricati di tradurre tali obblighi in requisiti operativi e informativi.

Secondo Eurosif e gli altri firmatari della lettera, la Commissione europea starebbe andando oltre il proprio mandato normativo. Nel documento si sostiene infatti che la nuova disposizione contenuta nell’AR17 dell’ESRS 1 introdurrebbe un’esenzione non prevista dalla normativa primaria europea. In altre parole, mentre la direttiva CSRD definisce già con precisione quali prodotti finanziari siano esclusi dagli obblighi di rendicontazione, la bozza di revisione degli ESRS finirebbe per ampliare ulteriormente tali esclusioni attraverso uno strumento regolamentare di livello inferiore.

La contestazione si basa su un’interpretazione giuridica precisa. La normativa europea prevede infatti un’esenzione esplicita per due categorie di fondi d’investimento, gli UCITS e gli Alternative Investment Funds (AIF). Al contrario, altre attività di gestione patrimoniale, comprese quelle svolte attraverso mandati discrezionali individuali, risultano incluse nel perimetro della rendicontazione. Per le organizzazioni firmatarie, la volontà del legislatore europeo è quindi chiara e non può essere modificata tramite gli standard di rendicontazione.

Oltre al profilo legale, la lettera mette in discussione anche la motivazione sostanziale alla base della proposta. La Commissione europea giustifica infatti l’esenzione con l’esigenza di evitare che le imprese siano costrette a comunicare informazioni considerate non rilevanti sugli investimenti gestiti. Tuttavia, secondo Eurosif, questa argomentazione entra in conflitto con la logica stessa della CSRD e degli ESRS. L’intero impianto della rendicontazione di sostenibilità europea si fonda infatti sul principio di materialità. Le imprese sono chiamate a divulgare soltanto le informazioni che risultano rilevanti rispetto agli impatti, ai rischi e alle opportunità connessi alla sostenibilità. Se un’informazione non è materiale, non deve essere riportata. Introdurre un’esclusione preventiva per una determinata categoria di attività significherebbe quindi presumere a priori che tali informazioni siano irrilevanti, indipendentemente dalle circostanze concrete.

Per le organizzazioni che hanno sottoscritto la lettera, questa impostazione rischia inoltre di creare un precedente pericoloso. Se l’asset management ottenesse un’esenzione specifica sulla base dell’irrilevanza presunta, altri settori potrebbero avanzare richieste analoghe nelle future revisioni degli standard, indebolendo progressivamente il sistema europeo di reporting.

Le preoccupazioni si estendono anche alle conseguenze pratiche per il mercato finanziario. Secondo i firmatari, gli asset manager non possono essere considerati soggetti neutrali rispetto agli impatti di sostenibilità generati dagli investimenti. Le linee guida dell’OCSE e i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani riconoscono infatti che investitori istituzionali e gestori possono essere direttamente collegati a impatti negativi attraverso le proprie relazioni d’affari, anche quando non detengono formalmente la proprietà degli asset sottostanti. La gestione patrimoniale non si limita infatti all’esecuzione passiva delle istruzioni dei clienti. I gestori mantengono ampi margini decisionali nella costruzione dei portafogli, nell’attività di stewardship, nell’esercizio dei diritti di voto, nel dialogo con le società partecipate e nell’integrazione dei fattori ESG nei processi di investimento. Proprio per questo motivo, sostengono gli autori della lettera, gli investimenti gestiti rappresentano uno degli indicatori più efficaci per verificare la coerenza tra le politiche di sostenibilità dichiarate e le scelte effettivamente adottate sul mercato.

L’eventuale esclusione degli asset gestiti dal reporting potrebbe quindi ridurre la capacità di investitori, clienti, beneficiari, autorità di vigilanza e società civile di valutare l’effettiva implementazione degli impegni ESG assunti dagli intermediari finanziari. Le partecipazioni detenute in portafoglio costituiscono infatti una prova concreta e verificabile delle strategie adottate, molto più delle sole dichiarazioni programmatiche o degli obiettivi pubblicamente annunciati.
Da qui nasce anche il timore di un aumento del rischio di greenwashing. Minore trasparenza significa minori possibilità di controllo esterno e una maggiore difficoltà nel verificare la corrispondenza tra comunicazione e realtà. In un contesto in cui la credibilità della finanza sostenibile è già sottoposta a un intenso scrutinio da parte di regolatori e investitori, qualsiasi riduzione delle informazioni disponibili potrebbe incidere negativamente sulla fiducia del mercato.

Per questi motivi Eurosif e gli altri firmatari chiedono alla Commissione europea di eliminare l’AR17 dalla versione definitiva del Regolamento Delegato.

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 Arianna De Felice

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