Libia: la piazza contro i migranti. Meloni finisce nel mirino
Slogan contro Roma, sedi ONU prese d’assalto, governi rivali uniti nell’offensiva xenofoba contro un presunto reinsediamento permanente di stranieri. Il tutto mentre gli Haftar, nell’est, traggono profitto dagli stessi flussi che dichiarano di voler fermare. E sullo sfondo riemerge il caso Almasri
Proteste in piazza a Tripoli contro i migranti. Credito: Reuters
Centinaia di libici sono scesi in piazza a Tripoli contro la presenza di migranti irregolari e contro qualsiasi ipotesi di reinsediamento permanente di stranieri nel paese. Una mobilitazione che nelle ultime ore ha assunto toni sempre più duri e che ha finito per coinvolgere anche l’Italia e il governo di Giorgia Meloni.
La piazza contro l’ONU
Giovedì 4 giugno centinaia di manifestanti si sono radunati davanti alla sede dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), nel quartiere di al-Sarraj, esibendo cartelli rossi che simboleggiavano la richiesta di espulsione dei migranti dalla Libia.
Tra gli slogan più scanditi figuravano quelli stile Vannacci: “No all’insediamento di migranti e rifugiati” e “La Libia appartiene ai libici”. Molti manifestanti hanno chiesto la chiusura degli uffici dell’agenzia delle Nazioni Unite, accusata di favorire la presenza degli stranieri sul territorio nazionale.
Meloni nel mirino
Nel mirino della protesta è finita anche la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Alcuni cartelli mostravano, infatti, il volto della premier barrato da una grande X rossa e accompagnato dalla scritta: “No alla firma di accordi per l’insediamento dei migranti con l’Italia”.
Secondo i manifestanti, Roma starebbe cercando di trasformare la Libia in una zona di contenimento per i flussi migratori diretti verso l’Europa.
Campagne social
Le proteste nascono da una campagna sviluppatasi nelle ultime settimane sui social media, dove si sono diffuse accuse secondo cui organizzazioni internazionali e agenzie delle Nazioni Unite starebbero lavorando a progetti di reinsediamento permanente dei migranti in Libia. Una ricostruzione che è stata categoricamente smentita dalle stesse Nazioni Unite.
Le smentite
La sua missione in Libia (UNSMIL) ha ribadito che nessuna delle sue agenzie, compreso l’UNHCR, sta attuando programmi di reinsediamento nel paese. «Le affermazioni contrarie sono categoricamente false», ha precisato la missione, denunciando la diffusione di disinformazione, fake news e discorsi d’odio legati alla questione migratoria. Già nei giorni precedenti l’ONU aveva espresso preoccupazione per il ritorno di una «retorica incendiaria» capace di alimentare tensioni, discriminazioni e violenze.
Anche l’UNHCR ha respinto tutte le accuse, chiarendo di non avere alcun potere decisionale sulla gestione dei migranti e di operare esclusivamente in coordinamento con le autorità libiche per fornire assistenza umanitaria, protezione e programmi di evacuazione verso paesi terzi. L’agenzia ha inoltre ricordato che oltre l’83% delle persone registrate proviene dal Sudan, devastato da una guerra civile che dura da oltre tre anni.
Anche Bruxelles
È intervenuta la stessa Unione Europea per bocca dell’ambasciatore in Libia, Nicola Orlando. Il quale ha smentito qualsiasi sostegno di Bruxelles all’insediamento di migranti o rifugiati nel paese. Orlando ha precisato che l’UE non appoggia la creazione di centri di accoglienza in Libia e ha ribadito che il «paese ha il pieno diritto sovrano di regolamentare l’ingresso delle persone nel proprio territorio in conformità con le proprie leggi».
70 strutture
Negli ultimi mesi è emersa la notizia di un piano per realizzare circa 70 strutture collegate ai programmi di rimpatrio volontario assistito, con il coinvolgimento dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) e UNHCR. Non si tratta di centri europei per trattenere migranti destinati all’Europa né di strutture per processare richieste d’asilo per conto dell’UE. Avrebbero unicamente lo scopo di rinforzare la rete dei rimpatri volontari assistiti dalla Libia ai paesi d’origine.
L’assalto all’UNSMIL
Le tensioni, tuttavia, non si sono fermate alle manifestazioni davanti agli uffici dell’UNHCR. Nei giorni scorsi gruppi di dimostranti hanno preso d’assalto il quartier generale dell’UNSMIL nel quartiere di Janzour, a Tripoli, forzando cancelli e recinzioni esterne del complesso. L’episodio è stato condannato dall’Istituto nazionale per i diritti umani in Libia, che lo ha definito una grave violazione delle norme internazionali sulla protezione delle sedi diplomatiche e delle organizzazioni internazionali.
Est e ovest, stessa voce
Il clima si inserisce in una più ampia ondata di ostilità verso l’immigrazione irregolare che attraversa sia la Libia occidentale sia quella orientale. Dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi nel 2011, il paese è rimasto diviso tra due governi rivali: quello riconosciuto dalle Nazioni Unite e guidato a Tripoli da Abdelhamid Dbeibah e l’esecutivo insediato a Bengasi e sostenuto dal maresciallo Khalifa Haftar.
Saddam Haftar si straccia le vesti
Proprio dalla Cirenaica sono arrivate negli ultimi giorni alcune delle prese di posizione più dure. Saddam Haftar, figlio del generale e vice comandante delle forze armate della Libia orientale, ha ordinato alle agenzie di sicurezza di porre fine alla «presenza illegale» dei migranti sul territorio nazionale.
Parallelamente, il governo guidato da Osama Hammad ha disposto una stretta sull’immigrazione irregolare, definendo la questione una priorità nazionale per la tutela della sicurezza, dell’identità e della composizione demografica della popolazione libica.
Le contraddizioni della famiglia del generale
A intervenire direttamente sulla questione è stato anche il generale Khalifa Haftar, comandante in capo dell’Esercito nazionale libico (ENL). In un video pubblicato dall’ufficio stampa del Comando generale delle Forze armate arabe libiche, Haftar ha chiesto l’espulsione dei migranti irregolari dalla Libia «con ogni mezzo». Alla cerimonia erano presenti anche il primo ministro del governo parallelo dell’est, Osama Hammad, e i figli del comandante, Saddam, Khaled e Belgassem.
Secondo Haftar, la Libia «non è un luogo in cui vivere a spese dei libici». Il generale ha poi richiamato la necessità di dare seguito alle disposizioni del figlio Saddam sull’immigrazione, confermando il crescente ruolo operativo del secondogenito nei dossier securitari dell’est.
Le contraddizioni della famiglia Haftar sono però stridenti: numerosi dossier di organismi internazionali e inchieste giornalistiche documentano il business migranti gestito dalla stessa famiglia.
Crisi in Grecia e doppio business
La Grecia, che subisce una pressione migratoria crescente (gli arrivi dalla Libia verso Creta e Gavdos sono saliti di oltre il 50% a maggio rispetto ad aprile, con un +23% nei primi cinque mesi del 2026 sul 2025) accusa la Libia orientale e l’area di Tobruk, sotto il controllo degli Haftar, di essere uno dei principali punti di partenza delle imbarcazioni dirette verso il Mediterraneo orientale.
E per contenere il fenomeno, Atene ha annunciato il trasferimento di tre motovedette alla guardia costiera della Cirenaica. Per cui è doppio il guadagno della famiglia Haftar: soldi dai migranti e motovedette dalla Grecia.
Anche il governo di Tripoli contro i migranti
Pure il governo di unità nazionale di Tripoli ha assunto una posizione netta. Il ministro degli Esteri incaricato, Taher Baour, ha definito l’eventuale reinsediamento dei migranti una «linea rossa», pur riconoscendo la necessità di manodopera straniera per sostenere i progetti di sviluppo del paese, purché attraverso canali regolari.
L’incertezza sui numeri
Il dibattito è alimentato anche dall’incertezza sui numeri reali della presenza straniera. Secondo l’OIM, nei primi mesi del 2026 erano presenti in Libia circa 936mila migranti. Le autorità locali sostengono invece che il numero effettivo possa raggiungere i 3 milioni di persone. L’OIM stima inoltre che circa l’84 per cento dei migranti non disponga di regolari permessi di soggiorno o di lavoro.
Il doppio fronte
A questo punto, lo snodo diventa complicato da sciogliere. Da una parte aumenta il rifiuto interno al paese verso l’immigrazione irregolare e si moltiplicano le richieste di espulsione e rimpatrio. Dall’altra, il paese continua a rappresentare uno dei principali punti di partenza dei migranti verso l’Europa.
Una situazione che rischia di complicare i rapporti con i partner europei. In particolare con l’Italia.
Ritorna il caso Almasri
Che potrebbe finire per essere ulteriormente in imbarazzo per le novità riguardanti il caso Almasri.
Secondo Il Manifesto e Agenzia Nova, che riprendono informazioni raccolte dall’agenzia Libya Press, il premier libico Abdulhamid Dbeibah avrebbe comunicato alla Corte penale internazionale (CPI) che il suo governo riconosce la giurisdizione dell’Aia sui crimini commessi in Libia dal 2011 alla fine del 2027.
Si tratta di un’apertura limitata, riguardando solo i profili penali, non gli aspetti civili né i risarcimenti. Ma ha potenziali ricadute sul caso Almasri.
Contestata la Corte
L’ex comandante della polizia giudiziaria, ricercato dalla CPI per torture, omicidi e violenze sessuali contro detenuti e migranti nel carcere di Mitiga, aveva già contestato la competenza della Corte.
La Camera preliminare ha fissato al 3 luglio il termine per le osservazioni delle parti. La mossa di Dbeibah rafforza il quadro di cooperazione con l’Aia e complica le difese di Almasri, che attualmente non si sa dove si trovi.
Primo libico all’Aia dopo 15 anni
Il dossier si intreccia inoltre con quello su Khaled Mohammed Ali Al-Hishri (conosciuto come Al Buti), altra figura legata a Mitiga, anch’egli accusato dalla CPI di crimini contro l’umanità.
Arrestato dalle autorità tedesche il 16 luglio 2025, è il primo sospettato libico di crimini contro l’umanità a comparire, dopo 15 anni, davanti a una corte della CPI. L’udienza di conferma delle accuse è iniziata il 19 maggio 2026 per concludersi due giorni dopo.
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gianniballarini
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