Qui le cose sono due. O Sergio Mattarella si fida ciecamente di Francesca Nanni, procuratore generale di Milano, oppure sul caso Minetti sta assumendo il rischio -mica da nulla- di mettersi nelle mani di Marco Travaglio, che potrà facilmente trascinarlo di nuovo in questa commedia. Tertium non datur. Anzi: è dato. L’ultima possibilità è che l’istituto della grazia, così come l’abbiamo conosciuto fino a oggi, finisca col trasformarsi in una mezza barzelletta. Che puzza lontano un miglio di scaricabarile all’italiana.
Fa abbastanza strano, infatti, che il presidente della Repubblica si sia preso solo 24 ore per valutare le carte che la Procura generale meneghina ha inviato al Quirinale a seguito dell’istruttoria bis sulla domanda di grazia presentata dall’ex consigliera regionale e accordata il 18 febbraio di quest’anno. Fa storcere il naso soprattutto a fronte della fretta con cui era stato dato credito all’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano, tanto da spingere gli uffici del Quirinale a inviare una lettera al ministero della Giustizia per chiedere “con cortese urgenza” di raccogliere nuove informazioni per riscontrare l’eventuale “fondatezza di quanto rappresentato” sui quotidiani. Se c’era allora il rischio che le indagini della procura generale fossero state lacunose, perché non potrebbero esserlo anche oggi? Sia chiaro: fa bene Re Sergio a fidarsi della Nanni e delle sue verifiche. Il problema è che sbagliò un paio di mesi fa a correre dietro, in modo affannoso e scoordinato, alle storie dei Travaglio Boys.
Per capire bene occorre riepilogare. A febbraio Mattarella concede la grazia e non dà alcuna comunicazione. Dopo un po’ i giornalisti lo scoprono e giustamente lo scrivono. Qualcuno ipotizza che dietro ci sia la volontà di chiudere lo scontro politica-magistratura di berlusconiana memoria e così il Colle, siamo a inizio aprile, precisa che dietro la clemenza ci sono solo questioni umanitarie, per la precisione “le gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore”. Il Fatto allora indaga e “scopre”, se così vogliamo dire, presunte irregolarità. Il cambio di vita di Minetti che non sarebbe stato un cambio reale di vita. Ipotetici party a base di droga e sesso. Una massaggiatrice che rilascia dichiarazioni esplosive. Un avvocato morto carbonizzato. La supposta adozione irregolare del figlio. Le cure negli Usa che forse potevano essere fatte anche in Italia, eliminando quindi la necessità per Minetti di poter viaggiare all’estero. Insomma: uno storione ben costruito, ma poco fondato, a quanto pare, a cui Mattarella e soci hanno creduto ciecamente ipotizzando che la Procura generale potesse aver preso un bidone. Da qui l’irrituale e frettolosa lettera a Nordio, siamo al 27 aprile, per chiedere ulteriori indagini, missiva accompagnata da una nota informale all’Ansa in cui il Quirinale cercava di lavarsene le mani. In sostanza il Colle provò a dire di non avere “autonomi strumenti di indagine” ma di fondare “la propria decisione” solo “sui documenti che gli vengono sottoposti nonché sulle valutazioni formulate a tal proposito dall’autorità giudiziaria e dal Ministro della giustizia”. Insomma: colpa loro, mica di chi detiene il potere di firma sulla grazia. E infatti subito si era aperto il tiro al bersaglio contro il povero Nordio, che nulla c’entrava in questa storia.
Piano piano, poi, la storia del Fatto ha cominciato a traballare. E così al Colle hanno provato ad aggiustare il tiro, assicurando di aver fatto tutto regolarmente, di aver chiesto ulteriori accertamenti “d’intesa col ministero della Giustizia” (ciao core). Ma ormai il danno era fatto. Minetti è tornata sulle prime pagine. Cipriani ci è finito suo malgrado. Le condizioni di salute del minore sono state spiattellate in tv. E tutto il resto. Il Quirinale sapeva (mica sono scemi) che sarebbe finita così. Eppure non si sono fatti problemi a divulgare pubblicamente la lettera a Nordio con cui chiedevano di verificare le notizie pubblicate dal Fatto. Potevano tenerla riservata? Certo. In fondo, della grazia non si è saputo nulla per tre mesi. Potevano chiedere alla Procura generale di approfondire le notizie di stampa senza spiattellarlo ai quattro venti? Sì, per lo stesso motivo. Ma evidentemente, come ripete orgoglioso Travaglio, Mattarella&co erano talmente convinti che al Fatto “non siamo dei falsari” da pensare che sotto sotto avessero ragione. E la Procura generale torto.
Le notizie, dice però ora la magistratura, “non corrispondono al vero”. Sospiro di sollievo. Ma come mai Mattarella non si è preso qualche giorno per valutare per filo e per segno la relazione arrivata dalla Nanni insieme a tutti i documenti acquisiti? Due opzioni: o le balle del Fatto sono talmente mefistofeliche da non richiedere attenzione; oppure al Colle avevano fretta di uscire da un cunicolo in cui si erano ficcati con le proprie mani, andando acriticamente dietro alle teorie del Fatto. In ogni caso il Quirinale rimedia una figura barbina. Se infatti le fantomatiche trame oscure sulla Minetti erano così infondate, allora occorreva maggior cautela anche ad aprile nel dare per buone le inchieste del Fatto. Se invece Mattarella prende solo “atto” delle conclusioni della Pg, senza approfondire (come si approfondisce, in 24 ore?), allora si sta autoesponendo a un rischio enorme. E se domani Travaglio se ne uscisse con una nuova massaggiatrice? E se l’inviato che ha in loco trovasse un nuovo presunto testimone? Che facciamo: ricominciamo daccapo?
A seguire la logica con cui gli uffici del Quirinale hanno gestito la prima ondata di pubblicazioni, la risposta sarebbe sì. A ogni “supposta falsità” degli elementi presentati per la grazia, il Colle dovrebbe richiedere “con cortese urgenza” ulteriori “verifiche in ogni direzione necessaria”. E poi ancora. E ancora. E ancora. Insomma: il rischio per Mattarella, ora, è di essersi consegnato nelle mani di Marco Travaglio. A cui basterà trovare una piccola, minuscola novità, vera o falsa poco importa, per rigettare la Presidenza della Repubblica nel caos Minetti. Un applauso all’ufficio stampa del Quirinale.
Giuseppe De Lorenzo, 5 giugno 2026
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