Alla fine ci è arrivato anche Beppe Sala. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, con quella punta di ironia che in certi casi è difficile trattenere. E non ce ne voglia il sindaco di Milano che, commentando le ultime vicende legate all’inchiesta sulla gestione degli spazi della Galleria Vittorio Emanuele, alla candidatura di Tiziana Siciliano e al ruolo di Massimiliano Lisa, ha pronunciato queste parole: “Non faccio mai di tutta l’erba un fascio, non lancio accuse a caso, porto rispetto alle altre istituzioni, anche alla Procura. Però evidentemente c’è una parte della Procura che fa politica e con la candidatura della Siciliano credo che ci sia una solida dimostrazione di ciò“.
Il riferimento è alla candidatura dell’ex procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano come vicesindaca nella lista civica Milano Libera, guidata da Massimiliano Lisa, l’imprenditore che nel 2025 presentò l’esposto da cui sono partiti gli accertamenti della Procura sulla Galleria. Sala ha aggiunto di essere “sempre più perplesso” e ha messo in fila i suoi dubbi: “Leggo che l’aggiunta Tiziana Siciliano dice che non ricorda l’esposto di Massimiliano Lisa. Ora, ho qualche dubbio, ma non ho nessuna prova che non si ricordi. Ma una pm così esperta, che ha avuto un ruolo apicale in procura, si candida con una persona che conosce poco senza fare alcuna verifica, ecco questo è incomprensibile“.
Il caso Siciliano-Lisa e l’inchiesta sulla Galleria di Milano
La vicenda nasce dall’esposto presentato da Lisa sulla gestione di alcune concessioni in Galleria Vittorio Emanuele. Da quell’atto sono partiti gli approfondimenti che hanno portato la Guardia di Finanza ad acquisire documenti tra Palazzo Marino e la Soprintendenza. L’inchiesta è ancora nelle sue fasi iniziali, ma è già diventata materia politica. E a Milano, città in cui urbanistica, concessioni, cultura e potere municipale si intrecciano spesso con una certa disinvoltura, non è esattamente una sorpresa.
Siciliano, nelle dichiarazioni rilasciate a Repubblica, ha spiegato di non ricordare l’esposto di Lisa: “Non lo ricordo in alcun modo“. L’ex magistrata ha ricordato che in Procura arrivavano centinaia di esposti e che l’assegnazione dei fascicoli avveniva automaticamente. Ha inoltre escluso qualsiasi conoscenza dell’indagine oggi in corso: “Non ho neanche idea di cosa si stia parlando”, precisando di essere in pensione da cinque mesi e che “qualunque cosa ci sia adesso è stata fatta da altri”. Ha poi ricostruito così il rapporto con Lisa: “So perfettamente quando ho conosciuto Massimiliano Lisa: il 14 gennaio 2026“, spiegando di essere stata contattata per discutere il programma politico della lista Milano Libera e di aver maturato la decisione di candidarsi soltanto dopo un periodo di riflessione. Una spiegazione che, per Sala, non basta. E infatti il sindaco ha scelto di spostare il discorso su un piano più ampio: non più solo la Galleria, non più solo l’esposto, ma il rapporto tra toghe e politica.
Il punto è che Sala oggi dice una cosa che altri, da decenni, sostengono tra accuse, processi, polemiche e carriere distrutte o rilanciate: una parte della magistratura fa politica. Non tutta, ovviamente. Non sempre. Non necessariamente in ogni indagine. Ma l’idea che il potere giudiziario sia un blocco neutro, impermeabile alle culture politiche, alle appartenenze, alle correnti, alle ambizioni personali e alle visioni ideologiche è una favola rassicurante. Bella, elegante, costituzionalmente presentabile. Ma pur sempre una favola.
La magistratura è un potere dello Stato. E come ogni potere vive dentro rapporti, orientamenti, equilibri interni, competizioni, carriere, reti di influenza. Dire questo non significa delegittimare le indagini o trasformare ogni pm in un militante. Significa prendere atto di una realtà che la stessa magistratura conosce benissimo. Tanto è vero che alle elezioni del Csm non si votano entità angeliche sospese sopra la storia, ma correnti. Con nomi, culture, posizionamenti e sensibilità politiche riconoscibili.
Le correnti del Csm e il mito delle “toghe rosse”
Alle ultime elezioni del Csm hanno votato 7.911 magistrati, pari all’86% degli aventi diritto, per eleggere la componente togata del Consiglio superiore della magistratura. I candidati erano 87, divisi tra liste, correnti e indipendenti. Le principali correnti della magistratura sono note: Magistratura Indipendente, tradizionalmente collocata a destra; Area Democratica per la Giustizia, di centrosinistra; Magistratura Democratica, storica corrente di sinistra e quella più spesso identificata con l’etichetta di “toghe rosse”; Unità per la Costituzione, di area centrista. A queste si aggiungono gli indipendenti e gruppi come Autonomia&Indipendenza e Comitato Altra Proposta, che rivendicano il rifiuto del collateralismo politico.
Il dato interessante, però, è che la caricatura berlusconiana delle “toghe rosse” onnipotenti oggi non fotografa più i rapporti di forza interni. Alle ultime elezioni ha prevalso Magistratura Indipendente con il 23,76% delle preferenze. Subito dopo gli indipendenti con il 17,47%. Area Democratica per la Giustizia si è fermata al 16,23%, mentre Magistratura Democratica ha raccolto l’8,68%. Le “toghe rosse”, insomma, esistono e pesano nel dibattito, ma sono una minoranza. Agitata, identitaria, spesso molto visibile. Ma pur sempre minoranza. Questo non cancella il problema. Lo rende semmai più serio. Perché la politicizzazione della magistratura non è solo questione di sinistra giudiziaria. È un fenomeno trasversale, fatto di correnti, appartenenze, culture professionali e ambizioni che possono guardare in direzioni diverse. Il che, per chi governa una città o un Paese, dovrebbe essere persino più inquietante.
Da Berlusconi e Dell’Utri alla sesta archiviazione sulle stragi
Il caso più clamoroso di questi giorni arriva da Firenze. Il gup ha disposto l’archiviazione per Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993-1994. Anche Silvio Berlusconi era stato coinvolto, ma la sua morte aveva già portato all’archiviazione della posizione. Secondo il giudice, “mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, e quindi Marcello Dell’Utri” tali da dimostrare l’assunto investigativo, cioè che la campagna stragista avesse favorito l’ascesa politica di Forza Italia.
Non è una vicenda qualunque. Parliamo di accuse formulate per la prima volta trent’anni fa, nel 1996, con una prima archiviazione nel 1998 e poi nuove riaperture, nuove indagini, nuove ipotesi e nuove archiviazioni. In tutto, sei. Le stragi del 1993-1994 sono una ferita reale, storica, giudiziariamente accertata nei confronti degli esecutori e dei mandanti mafiosi: via dei Georgofili a Firenze, gli attentati di Roma e Milano, il fallito attentato all’Olimpico, l’attentato a Maurizio Costanzo. Per quella stagione sono stati inflitti oltre quindici ergastoli a boss come Totò Riina, Leoluca Bagarella, Filippo e Giuseppe Graviano, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro.
Ma altra cosa è sostenere, per trent’anni, il possibile coinvolgimento del fondatore di Forza Italia e del suo braccio destro come presunti beneficiari o interlocutori occulti di quella strategia. Se dopo sei archiviazioni il giudice scrive che non vi sono elementi concreti per una ragionevole previsione di condanna, la domanda politica non è vietata: quanta parte di quell’impianto era diritto penale e quanta parte era storia politica cercata per via giudiziaria?
Tangentopoli, Andreotti, Open: quando l’indagine diventa storia politica
Il rapporto tra magistratura e politica non nasce certo con Sala, Siciliano e Lisa. Il grande spartiacque resta Tangentopoli. Mani Pulite, partita nel 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, travolse il sistema dei partiti della Prima Repubblica. Bettino Craxi divenne il volto dell’Italia corrotta e il bersaglio principale del pool milanese. Il sistema di finanziamento illecito era reale, diffuso e strutturale. Ma è altrettanto vero che l’azione giudiziaria contribuì a ridefinire il campo politico nazionale, fino alla dissoluzione dei partiti che avevano governato l’Italia per decenni. Craxi parlò di colpo di Stato della magistratura. Una formula iperbolica, certo. Ma da allora il sospetto di una supplenza giudiziaria della politica non ha mai più abbandonato il dibattito italiano.
Poi c’è il caso Andreotti. Il “processo del secolo” per i presunti rapporti con Cosa Nostra accompagnò l’ultima parte della vita pubblica del leader democristiano. La vicenda si chiuse con formule complesse, tra assoluzioni e prescrizioni, ma lasciò una traccia enorme nell’opinione pubblica. Anche quando il processo finisce, la narrazione resta. E spesso resta più forte della sentenza.
Più recentemente, l’inchiesta sulla Fondazione Open ha investito Matteo Renzi e il suo circuito politico con l’ipotesi di finanziamento illecito ai partiti. Anche lì, al di là delle valutazioni processuali, l’effetto politico è stato immediato: documenti, perquisizioni, intercettazioni, titoli, sospetti, campagne mediatiche. La giustizia fa il suo corso, si dice sempre. Ma intanto la politica viene riscritta in tempo reale dalle procure, dai verbali e dalla loro circolazione pubblica.
I magistrati che poi scendono in politica
A rendere ancora più evidente il fenomeno c’è un altro dato: il lungo elenco di magistrati che, una volta lasciata la toga, sono entrati direttamente in politica. In questo caso, almeno, la scelta è dichiarata. Magari tardiva, magari preceduta da anni di esposizione pubblica, ma esplicita. Più insidiosa, semmai, è la politica fatta continuando a indossare la toga. Qualche nome, pescando tanto a destra quanto a sinistra? Antonio Di Pietro, Luigi de Magistris, Antonio Ingroia, Pietro Grasso, Michele Emiliano, Anna Finocchiaro, Cosimo Ferri, Roberto Scarpinato, Federico Cafiero De Raho, Catello Maresca, Carlo Nordio, Alfredo Mantovano. Ed ancora Franco Frattini, Donatella Ferranti, Lanfranco Tenaglia, Doris Lo Moro, Federico Palomba, Alfonso Papa, Ferdinando Imposimato, Giuseppe Ayala, Luciano Violante. Un catalogo bipartisan, anzi multipartisan: sinistra, destra, centro, M5S, Idv, liste civiche. La toga, evidentemente, non impedisce una sensibilità politica. A volte la prepara. A volte la alimenta.
La differenza tra candidarsi e fare politica in toga
Non si tratta di dire che un magistrato non possa avere idee politiche. Sarebbe assurdo. I magistrati sono cittadini, votano, leggono, pensano, hanno visioni del mondo. Il problema nasce quando quelle visioni sembrano entrare nell’esercizio della funzione giudiziaria, o quando il passaggio dalla Procura alla candidatura appare troppo rapido, troppo coerente con battaglie condotte in precedenza, troppo difficile da separare nell’immaginario pubblico. La questione riguarda l’equilibrio tra poteri, la credibilità della giustizia e la tenuta della politica. Una magistratura che entra nel dibattito pubblico con indagini destinate magari a sgonfiarsi anni dopo produce comunque effetti immediati. Ma anche una politica che grida al complotto ogni volta che viene indagata indebolisce il principio di responsabilità. In mezzo ci sono i cittadini, ai quali spesso resta solo una domanda: chi controlla davvero chi?
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Redazione Milano
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